Sud Sudan: obbiettivo elezioni in un paese da pacificare - Nigrizia
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Trattative di pace con i gruppi armati ancora in alto mare. Il tavolo di confronto spostato da Roma a Nairobi
Sud Sudan: obbiettivo elezioni in un paese da pacificare
La preparazione delle prime elezioni generali del paese, previste a dicembre dopo diversi slittamenti, continua a rilento. Si teme che eventuali contestazioni possano riaccendere il conflitto. Preoccupa anche l’aumento degli scontri in vaste aree e la presenza di potenti gruppi armati ancora attivi
14 Febbraio 2024
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 5 minuti
Soldati sudsudanesi in Equatoria Centrale (Credit: Nyamilepedia)

In Sud Sudan le elezioni rimangono programmate per il prossimo dicembre. Ma «è necessario ancora molto lavoro per avere un contesto che faciliti lo svolgimento di elezioni libere, imparziali e credibili», ha osservato l’ambasciatore Charles Tai Gituai, kenyano, generale in pensione e presidente della Ricostituita commissione per il monitoraggio e la valutazione (RJMEC), l’organismo incaricato di seguire la realizzazione di quanto previsto dall’accordo di pace firmato ad Addis Abeba il 12 settembre 2018 che ha messo fine alla seconda fase della guerra civile iniziata nel dicembre del 2013.

La valutazione della situazione è stata fatta alla 34° seduta plenaria della commissione che si è tenuta la scorsa settimana a Juba, capitale del paese.

Preoccupano in particolare le condizioni di sicurezza. L’accordo di pace di Addis Abeba, infatti, non è globale. Diversi movimenti di opposizione non l’hanno firmato e si sono uniti in una cordata che, dopo numerosi cambiamenti, si presenta ora con il nome di Non-Signatory South Sudanese Opposition Group (NSSSOG).

Ne fanno parte, tra gli altri: il National Salvation Front (NAS), basato nella regione dell’Equatoria e guidato dal generale Thomas Cirilo Swaka, ex capo della logistica dell’esercito governativo; il Real SPLM, il cui leader è Pagan Amun, ex segretario del SPLM, il partito di governo a Juba; il South Sudan United Front/Army (SSUF/A) che ha le sue basi nella regione del Bahr el Gazhal ed è capeggiato dal generale Paul Malong, ex capo di stato maggiore dell’esercito governativo.

Si tratta di personaggi influenti che hanno un seguito nelle loro regioni di provenienza e in settori della società sudsudanese e che perciò non possono essere ignorati ed esclusi dal processo politico del paese.

Il NSSSOG e il governo hanno condotto per un paio d’anni negoziati a Roma, con la facilitazione della Comunità di Sant’Egidio. Il processo si è interrotto per il ritiro della delegazione governativa, all’inizio del 2023. Ora, su richiesta del presidente sudsudanese Salva Kiir e nonostante riserve dei gruppi non firmatari, le trattative di pace stanno riprendendo a Nairobi, sotto l’egida del presidente kenyano William Ruto.

Ѐ possibile che al tavolo sieda ancora anche la Comunità di Sant’Egidio, contattata da Ruto al margine dei lavori del summit Italia-Africa svoltosi recentemente a Roma. Intervistato da Radio Dabanga, il segretario generale della comunità, Paolo Impagliazzo, si è detto disponibile.

Nella richiesta di trasferimento ha sicuramente giocato il ruolo avuto dal Kenya nella soluzione del pluridecennale conflitto tra il nord e il sud del Sudan. In quel caso la pace è stata firmata nel 2005 a Naivasha, nelle vicinanze di Nairobi.

Ma è possibile che un peso l’abbia avuto anche il tentativo di trovare un accordo prima delle elezioni di dicembre, minimizzando i problemi nelle zone di azione dei movimenti non firmatari.  

Scontri, morti e razzie all’ordine del giorno

Le condizioni di sicurezza sono però molto precarie anche in altre aree del paese. Il presidente della commissione di monitoraggio e valutazione sopra citata, nel suo discorso durante l’ultima assemblea del gruppo ha nominato in particolare l’area amministrativa di Abyei e gli stati di Unity, Warrap, Bahr el Ghazal Occidentale e Jonglei, cioè gran parte della fascia settentrionale e centrale del paese, dove nelle ultime settimane ci sono stati numerosi incidenti con molte decine di vittime.

Il caso più preoccupante è probabilmente quello di Abyei, la zona petrolifera ai confini con il Sudan il cui status avrebbe dovuto essere definito da un referendum che non è mai stato organizzato. I conflitti intercomunitari sono sempre stati frequenti ma si sono intensificati negli ultimi mesi.

Il comunicato di un notiziario delle Nazioni Unite, rilasciato lo scorso 29 gennaio, dice che, solo nei giorni immediatamente precedenti, negli scontri tra diversi clan dinka erano stati uccisi almeno 52 civili e 64 erano stati feriti gravemente. Erano state attaccate perfino le basi e i convogli della missione di pace (UNISFA) che presidia la zona dal 2011 e anche due caschi blu erano stati uccisi.

Altri scontri, con almeno 23 morti, si sono verificati nei primi giorni di febbraio. La violenza è tale che almeno 2000 persone hanno cercato rifugio presso la stessa missione ONU che denuncia la situazione e chiede un’inchiesta ma, evidentemente, non ha gli strumenti e il mandato necessari per proteggere i civili e mettere fine agli incidenti.

Ma le notizie di scontri, razzie, distruzioni sono quotidiane, o quasi. Lo scorso fine settimana è stata la volta di Nasir, nell’Upper Nile. Secondo informazioni non ancora completamente verificate, l’esercito avrebbe attaccato un gruppo di giovani pescatori, a seguito di ripetute scaramucce nella zona. Non sono mancati morti, feriti e sfollati a causa delle distruzione di diversi villaggi.

Secondo Edmund Yakani, noto attivista e rappresentante della società civile sudsudanese, l’esercito sarebbe responsabile anche di altri episodi simili a Kajo Keji, Gondokoro e in altre parti del paese. E non sarebbe la prima volta.

Organizzazione del voto. Mancano tempo e soldi

Tuttavia la preparazione delle prime elezioni generali del paese continua, anche con il raggiungimento di qualche obiettivo significativo.

La commissione di monitoraggio e valutazione ha apprezzato in particolare la formazione e la messa in moto della commissione per la revisione della Costituzione, della commissione elettorale e del consiglio dei partiti politici. Ma, ha proseguito Gituai, non è chiaro come questi organismi potranno finire il loro lavoro nel poco tempo rimasto.

Esprime lo stesso concetto Augustino Ting Mayai, recentemente nominato presidente dell’ufficio nazionale di statistica, incaricato, tra l’altro, di organizzare il censimento prima del voto. Ting Mayai chiede un prolungamento di almeno tre mesi e 100 milioni di dollari per portare a termine l’operazione, propedeutica alla credibilità del risultato elettorale.

Lo stesso governo si è recentemente appellato alla comunità internazionale che, visti i precedenti di fondi per il paese dirottati sui conti correnti di numerosi esponenti della leadership, finora non si è dimostrata generosa.

Ma la mancanza di fondi è certamente un altro ostacolo all’organizzazione di elezioni credibili. Il timore di molti sudsudanesi e di numerosi esperti è che possibili contestazioni possano essere la miccia di un’altra fase di guerra civile che per ora sembra solo tenuta sotto traccia.

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