Sudan - Sud Sudan: il confine della discordia - Nigrizia
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Lungo la frontiera si aggrovigliano alcuni tra i più importanti nodi irrisolti nelle relazioni tra i due paesi
Sudan – Sud Sudan: il confine della discordia
A oltre 11 anni dalla separazione la lunga frontiera comune resta ancora fonte di instabilità, nonostante i molti accordi bilaterali siglati. L’ultimo dei quali prevede il controllo militare congiunto per bloccare traffici illegali e gruppi armati
25 Gennaio 2023
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 5 minuti
Cittadina sul confine tra Sudan e Sud Sudan (Credit: Nikolaj Nielsen)

Il 12 gennaio, in un incontro a Juba, il presidente sudsudanese Salva Kiir e il presidente del Consiglio sovrano sudanese, generale Abdel Fattah Al-Burhan, hanno discusso per l’ennesima volta di problemi inerenti al comune confine.

In particolare hanno preso in considerazione la necessità di rafforzare la sicurezza nella zona, ammettendo così di non riuscire – o di non aver voluto finora – intervenire per controllare il passaggio illegale di uomini e cose, dannoso per l’economia e per la stabilità dei due paesi.

Nel comunicato congiunto pubblicato alla fine dell’incontro hanno infatti sottolineato la necessità di garantire sicurezza e stabilità sulla comune frontiera per promuovere pace e sviluppo nei rispettivi paesi che, nonostante la separazione avvenuta undici anni fa, continuano ad essere strettamente interconnessi in numerosi settori della vita economica, sociale e politica.

Per questo hanno deciso di schierare nella zona pattuglie comuni con il compito di bloccare i traffici illegali, con particolare riferimento a quelli di armi e munizioni, di impedire la libera circolazione di uomini delle forze d’opposizione e di frenare le loro attività.

Il tempo dirà quanto gli impegni reciproci siano frutto di una reale preoccupazione per la stabilità del proprio paese e dell’intera regione o invece un messaggio in codice ai rispettivi movimenti di opposizione o gruppi armati che agiscono su base locale o etnica – sempre più o meno attivi nonostante i ripetuti tentativi di controllo e stabilizzazione del territorio – tollerati, se non addirittura sostenuti, oltre confine, in un gioco delle parti fin troppo comune lungo molte frontiere africane, e non solo.

Un elemento chiarificatore sarà il lasso temporale che intercorrerà tra gli impegni presi sulla carta e la loro realizzazione concreta.

Dieci anni di intese infruttuose

Non è infatti la prima volta che i due capi di stato si promettono reciprocamente di controllare le frontiere, lungo le quali si aggrovigliano alcuni tra i più importanti nodi irrisolti nelle relazioni tra i due paesi.

Kiir ha firmato accordi in materia anche con l’ex presidente sudanese Omar El-Bashir. Ad esempio, nel settembre del 2012 ad Addis Abeba. Quegli accordi per la sicurezza nelle aree di confine dovevano permettere la ripresa dell’estrazione del petrolio, fermata all’inizio di quello stesso anno per divergenze sulle royalty del greggio estratto in territorio sudsudanese.

La disputa aveva scatenato anche un breve ma pericoloso conflitto per i campi petroliferi di Heglig, sulla frontiera tra lo stato sudanese del Sud Kordofan e quello sudsudanese di Unity.

Quei campi erano tra i pochi rimasti al Sudan, assegnazione che non aveva del tutto convinto i sudsudanesi e che, in mancanza di una demarcazione della frontiera – altra importante questione aperta tra i due paesi – potevano diventare un buon pretesto per esacerbare una crisi già grave.  

Accuse reciproche

Ma la crisi aveva anche una dimensione politica. In Sud Kordofan, e precisamente nella regione dei Monti Nuba, fin dal giugno del 2011 era in atto una guerra civile condotta dal Movimento popolare di liberazione del Sudan, ala del Nord (Splm-North) contro il governo di Khartoum che accusava Juba di sostenere i suoi avversari, permettendo loro di avere basi logistiche sul suo territorio.

Nel luglio del 2013 fu il Sudan a minacciare di bloccare il passaggio sul suo territorio del petrolio sudsudanese, la cui estrazione era ricominciata solo in aprile, in ritorsione al persistente sostegno al movimento armato di cui non riusciva a vincere la resistenza.

Nel dicembre di quello stesso anno la guerra civile scoppiò in Sud Sudan. Il conflitto fu combattuto per i primi anni nel nord del paese, nelle zone di confine con il Sudan. Allora fu Juba ad accusare Khartoum di sostenere logisticamente i propri avversari. Evidentemente l’accordo del 2012 non era globale, e forse neppure del tutto sincero.

Quello citato è solo un esempio. Tanti altri sono stati i patti tra i due paesi raggiunti dopo innumerevoli round di negoziati, parzialmente disattesi, entrati in vigore a fatica e in ritardo. Cosa che non ha facilitato la stabilità e la sicurezza dei loro territori, soprattutto di quelli di frontiera.

Uno fra tutti: la delimitazione del confine. Il trattato, che lascia fuori però ancora alcuni punti spinosi come l’assegnazione della zona petrolifera di Abyei, è stato firmato solo tre anni fa dalla Commissione congiunta incaricata del delicato lavoro.

Il percorso era iniziato addirittura nel 2005, dopo gli accordi globali di pace che mettevano fine alla guerra civile tra il nord e il sud del Sudan. Si è prolungato per circa 15 anni e sono stati necessari 120 incontri prima di raggiungere il consenso. Ma il passaggio è stato di fatto chiuso fino allo scorso dicembre, quando sono stati aperti quattro varchi per facilitare gli scambi commerciali.

La chiusura della frontiera era avvenuta all’indomani della secessione del Sud Sudan, nel 2011, e aveva messo in grave crisi le regioni limitrofe, la cui economia era strettamente integrata. Ovviamente gli scambi non si erano del tutto interrotti, ma avvenivano in mercati tollerati a cavallo della linea di delimitazione o in modo illegale. Questo non favoriva certamente la stabilità del territorio.

Nel corso degli anni passati dall’indipendenza del Sud Sudan sono stati fatti diversi passi avanti nelle relazioni tra i due paesi. Questo facilita anche la ricerca di vie possibili per risolvere i numerosi problemi inerenti la stabilizzazione e la sicurezza delle zone di confine ancora pendenti.

Ma molto resta ancora da fare. Probabilmente passi avanti davvero significativi potranno essere fatti solo quando sarà modificato il contesto politico, e anche psicologico, che fa loro da sfondo.

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