In Sudan un conflitto sempre più internazionale - Nigrizia
Armi, Conflitti e Terrorismo Nazioni Unite Russia Sudan
Coinvolte attivamente Kiev, Mosca, Teheran e Abu Dhabi. In Darfur massacrate tra 10 e 15mila persone
In Sudan un conflitto sempre più internazionale
Il lavoro di inchiesta del gruppo di esperti dell’ONU rivela che nel paese si stanno di fatto combattendo tre guerre. Quella dell’esercito contro le forze paramilitari, quella tra Iran ed Emirati Arabi e una terza che vede sul terreno Ucraìna e Russia. Con un aumento della diffusione e della potenza degli armamenti in campo
01 Febbraio 2024
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 7 minuti
Bombardamenti su Khartoum

«Ci stiamo avvicinando velocemente ad un punto di rottura; la situazione in Sudan richiede la vostra attenzione più di sempre». Lo ha affermato il 30 gennaio Karim Khan, procuratore capo della Corte penale internazionale (CPI), parlando al Consiglio di sicurezza dell’ONU (UNSC) da N’Djamena, capitale del Ciad, paese che condivide un lungo confine con la regione sudanese del Darfur.  

Il Ciad e le agenzie dell’ONU non sono in grado di far fronte all’altissimo numero di rifugiati che arrivano quotidianamente dal Sudan, ha proseguito, e ha accusato l’esercito sudanese (SAF) e le Forze di supporto rapido (RSF) per i crimini commessi negli ultimi mesi nella regione del Darfur.

Fattore etnico

La parola crimini non è stata usata a caso, dal momento che la missione del procuratore capo si propone di raccogliere evidenze per un eventuale prossimo processo internazionale.

Indaga in particolare sulle atrocità commesse a El Geneina, capitale del Darfur Occidentale, dove, «secondo fonti di intelligence sono state uccise dalle 10mila alle 15mila persone». La gran maggioranza di etnia masalit, assicurano altre fonti. E dunque si potrebbe addirittura prevedere un’accusa di genocidio.

Le parole di Karim Khan confermano quanto emerso dal lavoro del gruppo di esperti incaricati dal UNSC di presentare un rapporto sulla situazione in Sudan, che è stato fatto circolare alla metà di gennaio.

Il documento, in 47 fitte pagine, analizza nel dettaglio in particolare la situazione in Darfur che, dicono gli esperti, sta sperimentando “la peggior violenza dal 2005”, l’anno più duro del conflitto scatenato all’inizio degli anni 2000 dal regime islamista del deposto presidente Omar El-Bashir.

Ne emergono notizie di grande interesse per capire l’andamento e le dinamiche della guerra che si combatte nella regione, e anche nel resto del Sudan.

Il terzo capitolo si intitola Reclutamento su base etnica: dinamiche di “milizianizzazione”. Vi si dice che sia l’esercito che le RSF avevano cominciato una campagna di reclutamento in Darfur fin dagli ultimi mesi del 2022 e l’hanno intensificata dopo lo scoppio del conflitto, il 15 aprile dell’anno scorso.

Mentre l’esercito cercava alleanze di tipo “istituzionale”, le RSF si rivolgevano in particolare alle comunità arabe, cristallizzando “un sentimento di comune identità” che cementava una forte solidarietà etnica. Grazie a questo, e a ingenti risorse finanziarie, riuscivano ad inglobare diverse milizie tribali.

Uno dei risultati più problematici di queste operazioni di reclutamento è stato l’aumento esponenziale della diffusione di armi che ha fomentato esplosioni di violenza e il riaccendersi di vecchi conflitti, cosa che spiega una buona parte degli scontri interetnici che si sono susseguiti negli ultimi mesi nella regione. E, a ben vedere, mette una pesante ipoteca sul suo stesso futuro.

Armi dagli Emirati attraverso Ciad e Libia

Il quarto capitolo approfondisce la questione del rifornimento delle forze combattenti. Secondo gli esperti, l’esercito ha perso il Darfur perché le RSF hanno ben presto preso il controllo delle principali vie di comunicazione che portano nella regione, impedendo i movimenti dell’avversario.

Le Forze di supporto rapido hanno invece attivato con successo ben tre direttrici, da cui hanno ricevuto carburante, automezzi e armamenti. La più importante passa dal Ciad orientale, ed era già stata segnalata da diverse fonti.

Secondo “credibili indiscrezioni”, dice il rapporto, dallo scorso giugno diverse volte alla settimana aerei cargo partiti da Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, sono atterrati nell’aeroporto ciadiano di Amdjarass, non senza aver fatto scalo in altri paesi della regione, come l’Uganda, il Kenya e il Rwanda.

Da Amdjarass i carichi sono poi partiti alla volta del Darfur. Secondo documentazione raccolta sul terreno, dal luglio 2023 le RSF hanno utilizzato armamenti sofisticati che non avevano in dotazione precedentemente, e questo ha fatto la differenza nell’andamento del conflitto.

Armi, automezzi e carburante sono stati consegnati alle RSF anche dal sud della Libia. Il carburante è arrivato anche dal Sud Sudan, ma, precisa il rapporto, all’insaputa del governo di Juba.

Sostegno finanziario

Tutte queste costose operazioni, insieme al pagamento dei salari a combattenti, mercenari e lobbisti, e al finanziamento di campagne mediatiche, sono state sostenute da una “complessa rete finanziaria, organizzata dalle RSF prima e durante la guerra”.

La milizia ha investito nel conflitto una parte delle enormi ricchezze accumulate con l’estrazione e la commercializzazione, spesso illegale, dell’oro, business gestito da una cinquantina di compagnie controllate per la maggior parte dalla famiglia e dagli associati del suo comandante, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemeti.

Il rapporto prosegue citando una banca, la Al Khaleej Bank, controllata dalle RSF cui ha messo a disposizione 50 milioni di dollari, ricevuti nel marzo dello scorso anno dalla Banca Centrale del Sudan.

La banca, insieme ad altre due compagnie – Al-Fakher Advanced Works Co. Ltd., la holding attraverso cui le RSF esportano l’oro; la Zadna International Co for Development Ltd, parte dell’impero economico dell’esercito sudanese, usata anche per operazioni di riciclaggio, secondo il Dipartimento di Stato americano – sono state sanzionate nei giorni scorsi dal governo statunitense per il loro sostegno finanziario alle due parti combattenti.

Russia e Ucraìna coinvolte nel conflitto

Nelle ultime settimane sono stati resi pubblici anche altri documenti e informazioni di altro genere che approfondiscono voci che circolano insistenti da tempo su chi fomenta il conflitto sudanese per acquisire o aumentare influenza nella regione e accaparrarsi le risorse del paese.

La Darfur Bar association, formata da avvocati che offrono assistenza legale ai perseguitati sudanesi fin dai tempi del regime di El-Bashir, da anni raccoglie evidenze sul coinvolgimento del gruppo Wagner – i mercenari russi ora controllati direttamente dal governo Putin – nel rafforzamento delle RSF.

In un articolo di Radio Dabanga che riporta un loro comunicato stampa, si cita un articolo dell’African Defense Forum, un periodico dell’African Command delle forze armate statunitensi (Africom), il quale nel luglio scorso diceva che il gruppo Wagner aveva addestrato i miliziani delle RSF e ora forniva loro materiale bellico attraverso il confine libico.

L’impegno russo a fianco delle RSF spiegherebbe le voci, circolanti da tempo, di un sostegno ucraìno alle forze armate sudanesi.

Le voci sarebbero confermate da un articolo e da alcuni video pubblicati il 30 gennaio sul sito del giornale ucraìno Kyiv Post, e riprese da Radio Dabanga. Vi si dice che nelle scorse settimane droni ucraini hanno bombardato “mercenari russi” e i loro “terroristi partner locali” (le RSF, evidentemente, definite come forze terroristiche dal governo di fatto sudanese) sul territorio del Sudan.

Secondo fonti militari sentite dal Kyiv Post, l’operazione avrebbe lo scopo di debellare il gruppo Wagner e i servizi speciali offerti ai gruppi terroristici locali dalla Federazione Russa.

Armi dall’Iran alle SAF

A complicare ulteriormente la situazione, nei giorni scorsi fonti autorevoli hanno diffuso la notizia che l’Iran avrebbe fornito droni da combattimento all’esercito sudanese. Un passo non inatteso, dopo la ripresa dei rapporti diplomatici tra i due paesi nell’ottobre dello scorso anno.  

Il generale al-Burhan, capo dell’esercito e della giunta militare sudanese, deve aver ricevuto diverse assicurazioni di sostegno “pratico” anche da altri, durante i suoi recenti viaggi che l’hanno portato in Egitto, Sud Sudan, Qatar, Eritrea e più recentemente ad Algeri.

Nei giorni scorsi, infatti, ha infiammato le sue truppe assicurando che le RSF saranno sbaragliate e che non è davvero il caso di perder tempo in chiacchiere, espressione da leggere come “negoziati di pace”. Una pace che anche per gli esperti che hanno preparato il rapporto per il Consiglio di Sicurezza è ancora lontana. Tra le cause da loro citate, proprio “interessi regionali in competizione”. 

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