Questa settimana il presidente sud sudanese Salva Kiir ha licenziato con un decreto presidenziale il ministro delle finanze, Salvatore Garang Mabiordit Wol – nominato nel marzo del 2018 al posto di un collega a sua volta rimosso con decreto presidenziale – perché non ha saputo fermare l’inflazione, che è stata del 37,2% in aprile, secondo gli ultimi dati resi noti dalla banca centrale, e non ha saputo garantire neppure il pagamento degli stipendi ai funzionari statali.

Lo scorso 10 settembre, in un’audizione davanti al comitato competente per le finanze dell’assemblea legislativa provvisoria, il ministro ora rimosso aveva dichiarato che il suo ministero gestisce solo le royalty di un cargo di petrolio al mese, cioè l’equivalente di 600mila barili, mentre la produzione giornaliera in questo periodo è di circa 180mila.

Ha aggiunto che non ha mai ricevuto la maggior parte delle tasse che dovrebbero essere raccolte nel paese. Insieme a lui sono stati licenziati anche il direttore provvisorio dell’autorità nazionale per la riscossione dei tributi e il direttore della Nilepet, la compagnia petrolifera statale.

La settimana scorsa Khartoum ha dichiarato lo stato di emergenza economico dopo che l’inflazione aveva raggiunto il 166,83% in agosto, con un incremento del 23,05% sul mese precedente, secondo i dati dell’ufficio statistico nazionale.

Secondo Hafiz Ismail, un analista economico intervistato da Radio Dabanga, un’autorevole emittente locale, le cause sarebbero le importazioni anche dei beni di prima necessità, il deficit pubblico e il notevole incremento dei salari, finanziato stampando nuova moneta, misura che ha provocato una ulteriore caduta del valore della sterlina sudanese (Sdg) sul dollaro.

Al continuo indebolimento della moneta locale contribuisce anche il fiorente mercato nero della valuta, dove al dollaro viene attribuito un valore anche 4 o 5 volte maggiore di quello ufficiale.

Difficile fornire cifre che possano essere di riferimento perché sia il cambio ufficiale che quello parallelo possono variare anche di parecchio nell’arco della stessa giornata. Secondo dichiarazioni recenti del governo transitorio, il mercato nero della valuta sarebbe nelle mani di persone vicine al regime del deposto presidente Omar El-Bashir, e dunque si configurerebbe come un boicottaggio intenzionale dell’economia del paese, iniziato addirittura prima della caduta del precedente governo, quando l’obiettivo era ramazzare dollari da trasferire all’estero, per ogni evenienza futura.

Lo stato di emergenza in Sudan prevede l’istituzione di tribunali speciali per giudicare i colpevoli di crimini economici, tra i quali ovviamente il cambio nero, ma anche il contrabbando di risorse strategiche, come l’oro. A difesa delle risorse economiche del paese sono state schierate le forze di sicurezza.

Misura considerata inutile da altri analisti che consigliano al governo transitorio di cambiare piuttosto i funzionari dei ministeri economici e della banca centrale, mostrando di credere che sia davvero in atto una manipolazione da parte del vecchio regime attraverso gli uomini che aveva collocato nei posti chiave dell’amministrazione del paese, il deep state considerato da molti come uno dei maggiori pericoli per la tenuta del processo di democratizzazione del paese, come ci racconta una fonte di Nigrizia a Khartoum, protetta da anonimato per ragioni di sicurezza.

Altri ancora attribuiscono la situazione alla mancanza di visione della politica economica dell’attuale governo, che porta a ripetere gli errori del passato regime.

Queste notizie sono quelle diffuse nell’ultima settimana solamente, ma negli ultimi mesi è stato un crescendo di informazioni altrettanto preoccupanti che fanno temere addirittura per la tenuta dei governi transitori di Juba e Khartoum, descrivendo scenari molto simili nella sostanza, seppur molto diversi nella forma, che hanno radici comuni.

I due paesi, nati dalla separazione del Sud Sudan – diventato indipendente nel 2011 grazie a un referendum di autodeterminazione previsto negli accordi di pace del 2005 che avevano messo fine ad una più che ventennale guerra civile – risentono dei problemi legati alla divisione, in particolare proprio nel settore economico, e di pratiche di gestione delle risorse pubbliche caratterizzate da una pervasiva corruzione che, sviluppate dalla classe politica di Khartoum, quella del regime destituito da una rivolta popolare nell’aprile del 2019, sono state adottate in pieno da quella di Juba.

Le loro economie sono fortemente influenzate dal petrolio. Secondo dati della Banca mondiale, al momento della secessione del Sud Sudan, dove si trovano i giacimenti più importanti, il governo di Khartoum derivava le sue entrate per più del 50% dal settore petrolifero che costituiva il 95% delle esportazioni. Ora è il Sud Sudan a dipendere dal petrolio che costituisce la quasi totalità delle esportazioni e più del 40% del prodotto interno lordo.

Il Sudan, invece, ha dovuto velocemente riconvertirsi. Ora, secondo dati del sito trading economics, il prodotto leader nelle esportazioni sudanesi è l’oro, che rappresenta il 70% del totale, seguito dal bestiame che conta per il 25%. Tutto il resto, compreso il greggio, sta nel restante 5%.  

Tuttavia, il petrolio costituisce ancora un forte legame – e, come nel caso della contesa regione di Abyei, di tensione – tra i due paesi. I campi petroliferi sud sudanesi hanno un unico sbocco per la commercializzazione del greggio, il terminal di Port Sudan sulla costa del Mar Rosso. Secondo un accordo firmato nel 2012, rivisto alla fine dello scorso anno e prolungato fino al marzo del 2022, Juba deve pagare 26 dollari a Khartoum per ogni barile trasportato attraverso gli oleodotti sudanesi ed ogni giorno ne deve fornire 28mila alle sue raffinerie.

La trattativa per raggiungere questo accordo è stata durissima. Il Sud Sudan ha sospeso l’estrazione del greggio per quasi tutto il 2012, privandosi di una risorsa essenziale e dando un altro grave colpo all’economia sudanese che contava su quei proventi per rifarsi, almeno parzialmente, della perdita dei pozzi.

L’altro colpo è stato inferto dalla guerra civile scoppiata nel dicembre del 2013 in Sud Sudan che ha provocato gravi danni ai campi petroliferi – attorno a quelli dello stato di Unity, tra i più produttivi del paese, si sono svolte alcune delle più dure battaglie del conflitto – e determinato la quasi totale interruzione dell’estrazione. Ora la produzione è ripresa, ma non è ancora arrivata al livello di prima della guerra civile, quando si attestava sui 300/350mila barili al giorno.

Sono shock oggettivi, di cui le leadership dei due paesi portano intera la responsabilità, ma la devastante crisi economica in cui ora Sudan e Sud Sudan si dibattono ha radici anche nella modalità di gestione delle risorse del paese, a partire dal petrolio ma non solo, caratterizzata da una pervasiva corruzione.

A Khartoum, durante il regime del presidente El-Bashir, si diceva che i proventi del settore petrolifero non entravano neppure nel bilancio statale. Costituivano un fondo a sé, e si intendeva che servivano per finanziare le clientele, il deep state, che tenevano il governo saldamente in sella e per arricchirne gli esponenti. La corruzione era il collante del regime.

Probabilmente non è un caso che l’ex presidente sia stato processato, e condannato, prima di tutto per corruzione. E di corruzione è stata accusata anche una delle sue mogli e diversi maggiorenti del suo circolo di potere.

In Sud Sudan la situazione è, se possibile, anche peggiore. La sua forma di governo è stata concordemente definita cleptocrazia da analisti politici ed economici, mentre rapporti indipendenti hanno messo in luce i legami strettissimi tra il petrolio, l’arricchimento della ledership e la guerra civile che ha devastato il paese.

E non si tratta solo di una risorsa contesa, ma soprattutto del carburante del conflitto stesso, servito per pagare milizie, soprattutto private – mentre all’esercito regolare si diceva di pagarsi con le razzie e con lo stupro – e l’acquisto di armi sofisticate ben al di sopra delle possibilità del paese. Senza contare che i suoi proventi sono già impegnati per diversi anni a venire, proprio per pagare i debiti contratti nel periodo bellico.

Intanto la crisi economica provocata dagli eventi storici, ma soprattutto dalla mala gestione delle risorse del paese e dalla corruzione, viene pagata dai cittadini. Secondo stime credibili, la percentuale di sudsudanesi che vivono sotto la soglia di povertà è ben oltre l’80%. Era del 50% circa nel 2009, prima dell’indipendenza.

Il numero dei poveri è in forte crescita anche in Sudan. Sarebbero il 77% secondo la Commissione per la sicurezza sociale, istituita dal nuovo governo. Erano il 47% nel 2011, prima della secessione del Sud Sudan. Ed è risaputo che la povertà, soprattutto in un contesto di grandi squilibri di risorse tra diversi gruppi sociali, è un elemento chiave nell’instabilità interna dei paesi.

A Khartoum, in questi giorni, molti ricordano che il cambio di regime è iniziato con le dimostrazioni per il prezzo del pane. E si preoccupano nel vedere ancora oggi dimostrazioni per il continuo aumento dei beni di prima necessità.

A Juba, probabilmente, il governo conta sulla disperazione della gente, così deprivata dei beni essenziali e così divisa e impaurita dai massacri della guerra civile, da non essere in grado di trovare la strada per determinare un cambiamento. Almeno per ora.