Il passaggio di frontiera nei pressi di Gedaref, capitale dello stato sudanese di Al Qadarif. Il confine è delimitato dal fiume Atbara, che i profughi eritrei attraversano per rifugiarsi in Sudan (Credit: World Food Programme)

Secondo i dati dell’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, sono ormai almeno 60mila i profughi del Tigray arrivati nei campi del Sudan orientale. La stragrande maggioranza sono donne e bambini. Ognuno ha una storia terribile da raccontare.

Moltissime donne sono state violentate, spesso da gruppi di soldati dell’esercito del loro stesso paese. Molte sono ora incinte. Molte altre sono in cura per malattie sessualmente trasmesse o per problemi psicologici, conseguenza delle violenze subite.

Le testimonianze dirette raccolte nei campi profughi da testate giornalistiche autorevoli come l’inglese The Guardian, la qatariana Al Jazeera e la stessa Repubblica sono ormai innumerevoli.

E’ purtroppo un copione ricorrente durante le guerre, e in questo genere di conflitti interni in particolare. Nella regione situazioni simili sono state denunciate ripetutamente in Darfur e in Sud Sudan, ma sembra che in Tigray la frequenza e la gravità degli stupri siano tali da ricordare piuttosto quanto avvenuto nei Balcani, dove si è assistito ad una sorta di pulizia etnica perpetrata violando il grembo delle donne dei gruppi da “cancellare”.

In una dichiarazione rilasciata nei giorni scorsi, Pramila Patten, dell’Ufficio della speciale rappresentante del segretario generale dell’Onu con competenza sulle violenze sessuali nelle zone di conflitto, ha descritto una situazione di estrema gravità, che è stata prontamente smentita dall’ambasciatore etiopico all’Onu, Taye Atske Selassie, il quale ha assicurato che il suo governo non tollera nel modo più assoluto alcun genere di violenza e in particolare la violenza sessuale.

Il conflitto tra il governo federale etiopico e la regione del Tigray ci ha ormai abituato anche a questo genere di dichiarazioni ufficiali che smentiscono l’evidenza dei fatti.

Secondo il primo ministro Abiy Ahmed – cui qualcuno comincia a chiedere di restituire il premio Nobel per la pace ricevuto l’anno scorso – il Tigray è ormai pacificato e i civili non sono stati toccati. Invece dalla regione, nonostante l’isolamento dovuto all’interruzione di internet e dei social media, e alla chiusura dei confini per le organizzazioni umanitarie e i giornalisti, trapelano notizie di episodi raccapriccianti.

Secondo quanto riportato da EEPA, un autorevole centro studi belga che diffonde rapporti quotidiani sulla situazione, truppe dell’esercito regolare etiopico e milizie Amhara avrebbero massacrato 750 persone nella cattedrale copta di Axum, Santa Maria di Sion.

L’episodio ha destato particolare orrore non solo per il numero delle vittime, ma anche perché ha violato un luogo di culto riconosciuto dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Secondo la tradizione copta, religione della grande maggioranza dei tigrini, vi è infatti custodita l’Arca dell’Alleanza dove, secondo la Bibbia, sono state deposte le tavole della legge consegnate da Dio a Mosé sul Monte Sinai.

Ma non è l’unico episodio del genere. Sono innumerevoli i racconti di luoghi di culto devastati, di oggetti e libri sacri distrutti dalla soldataglia dall’inizio del conflitto, il 4 novembre 2020.

Secondo testimonianze locali, soldati etiopici ed eritrei avrebbero razziato anche la moschea al-Nejashi, già gravemente danneggiata da un bombardamento. Al-Nejashi è considerata la più antica moschea africana, almeno dell’Africa Orientale. Secondo la tradizione, sarebbe stata costruita ai tempi del Profeta Maometto dai suoi stessi seguaci in fuga dalle persecuzioni della Mecca e accolti amichevolmente nel regno di Aksum. Sarebbero stati i primi musulmani a mettere il piede sul continente.

Lo stesso clero non si sente sicuro. Il vescovo cattolico di Adigrat, Tesfaselassie Medhin, insiemi a molti altri religiosi, si è reso irreperibile per diversi giorni in concomitanza dell’occupazione della cittadina da parte dell’esercito governativo, evidentemente temendo per la sua incolumità.

Si tratta di episodi gravissimi che mirano a colpire l’identità culturale della popolazione per negarne il diritto ad affermare la propria peculiarità. Non sono sostanzialmente diversi dalle devastazioni dell’Isis nei siti archeologici del Medio Oriente. Ma non hanno suscitato la stessa mobilitazione internazionale.

Intanto, la popolazione è allo stremo. Secondo le agenzie  umanitarie che sono riuscite ad ottenere accesso alla regione, seppur limitato, 4 milioni e mezzo, su un totale di 6 milioni di abitanti, necessitano di aiuto urgente per scongiurare una devastante crisi alimentare che potrebbe provocare la morte di decine di migliaia di persone. Alcuni evocano addirittura la tragedia della carestia degli anni Ottanta che colpì soprattutto proprio il Tigray.

Particolarmente a rischio i profughi eritrei, in fuga dal regime di Asmara che ora combatte a fianco dell’esercito etiopico. All’inizio della crisi erano circa 95mila, ospitati in 4 campi sotto la protezione dell’Unhcr. Due, Mai Aini and Adi Harush, sono isolati e da mesi non ricevono cibo, acqua e medicine, mentre gli abitanti sono in balia degli attacchi di milizie e bande criminali. Due, Shimelba e Hitsats, sono stati rasi al suolo, si dice dalle truppe eritree.

Molti dei rifugiati sarebbero stati catturati e riportati illegalmete in Eritrea. Secondo voci raccolte ad Asmara, non si sa dove siano detenuti, e questo fa temere per la loro stessa vita. Il direttore dell’Unhcr, Filippo Grandi, ha dichiarato che ci sono “concrete indicazioni di gravi violazioni dei trattati internazionali”.

In Tigray si sta dunque consumando una tragedia in gran parte sconosciuta all’opinione pubblica grazie alle misure del governo di Addis Abeba che sono riuscite a isolare quasi completamente la regione. Il presente che emerge dalla cortina di silenzio è certamente preoccupante. Ma lo è ancor di più il futuro.

Come pensa il governo federale di riacquistare l’autorevolezza politica e la fiducia della popolazione dopo le devastazioni e gli abusi di cui si è macchiato, facilitando per di più l’intervento di un esercito straniero? Oppure, come ormai dicono i tigrini nei campi profughi del Sudan, il governo pensa di costringerli all’assimilazione?

In ogni caso il conflitto in Tigray ha sconquassato i fragili equilibri su cui si regge la federazione etiopica. Molti ormai si chiedono se potrà reggere alle crescenti tensioni.

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