Militari nella capitale etiopica Addis Abeba (Credit: Agenzia Anadolu)

Come largamente previsto, la crisi etiopica ha ormai assunto preoccupanti dimensioni regionali. Secondo voci credibili diffuse nei giorni scorsi attraverso i social network, Twitter in particolare, il presidente del Tigray, Debretsion Gebremichael, sarebbe, o sarebbe stato, a Juba, capitale del Sud Sudan, dove avrebbe incontrato segretamente il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, in visita ufficiale nel paese.

Altre voci, raccolte e diffuse dal Sudans Post – un sito indipendente che si propone di diffondere informazione su Sudan e Sud Sudan provenienti non solo dalle agenzie di stampa ma anche da attivisti e comunità sul campo – assicurano che, per questo motivo, Addis Abeba avrebbe espulso i diplomatici sud sudanesi, cui avrebbe concesso 72 ore per lasciare il paese.

Le voci, che circolano in internet da domenica 29 novembre, sono state presto smentite ufficialmente sia dal governo etiopico che da quello sud sudanese. Lo stesso Sudans Post ha più tardi pubblicato un pezzo in cui riporta le dichiarazioni ufficiali, ribadendo, però, di aver ricevuto la notizia della crisi diplomatica da due impiegati dell’ambasciata di Juba ad Addis Abeba.

Lo stesso Debretsion si sarebbe preoccupato di far sapere, attraverso dichiarazioni telefoniche alla Reuters e alla AFP, di essere nei dintorni di Macallé dove continuano i combattimenti. Un’assicurazione dal sapore di excusatio non petita che potrebbe essere stata rilasciata allo scopo di togliere dall’imbarazzo gli ospiti, vista l’imprevista e improvvida fuga di notizie sulla sua presenza in città.

D’altra parte, Juba è ancora una città piccola. Il suo centro istituzionale – non a caso chiamato via dei Ministeri, dove, oltre a numerosi ministeri si trovano anche il parlamento e l’ufficio del presidente – è sulla direttrice che collega due importanti mercati e il centro finanziario e commerciale del paese, dunque è particolarmente difficile tener riservati eventuali ospiti in missione non dichiarabile.

Testimoni credibili e solitamente ben informati dicono di aver visto personalmente il presidente del Tigray in città. Uno ha osservato che si sta vivendo a Juba una situazione “trumpiana” in cui viene smentita ufficialmente la realtà dei fatti che sono sotto gli occhi di tutti.

La ridda di voci e di smentite conferma, se non altro, che molteplici interessi si muovono nella regione e che la crisi etiopica sta provocando un rimescolamento di carte estremamente pericoloso per la sua stabilità.

Si può presumere che la visita ufficiale di al-Sisi a Juba nel pieno della crisi etiopica possa non essere stata programmata a caso. Uno dei punti fondamentali dell’agenda è stato la definizione della posizione sudsudanese sulla divisione delle acque del Nilo e sulla gestione della grande diga, la Gerd, su cui l’Etiopia si contrappone all’Egitto cui si è accodato il Sudan.

Nonostante innumerevoli round di negoziati e forti pressioni internazionali – in primisi quelle americane – Addis Abeba e il Cairo sono ancora molti lontani da un accordo che possa garantire gli interessi di tutti i paesi coinvolti, anche quelli dei paesi a valle, e in particolare dell’Egitto, che delle acque del Nilo vive.

Si può persino pensare che l’incontro con il presidente del Tigray possa essere stato richiesto come contropartita in cambio, presumibilmente, di sostegno finanziario. Il Sud Sudan è da molto tempo sull’orlo del collasso economico e la sua classe dirigente è tra le più corrotte e fameliche del pianeta. Ovviamente sono tutte ipotesi, plausibili data la situazione, ma su cui non c’è certezza alcuna.

Ma anche se l’incontro a Juba non ci fosse stato, si può pensare senza timore di sbagliare che sia già avvenuto, o che avverrà prestissimo, da qualche altra parte. Tigray ed Egitto hanno un forte interesse in comune: la destabilizzazione dell’Etiopia e l’indebolimento del potere di Addis Abeba e del governo di Abiy Ahmed.

Il Tigray ha una porta sul Sudan, quella da cui in queste settimane stanno passando decine di migliaia di profughi. Il Sudan ha un’annosa controversia territoriale con l’Etiopia nel Sudan orientale, sul confine della regione Amhara, allineata al governo di Addis Abeba. Periodicamente la situazione si acutizza con la popolazione sudanese, stato di Gedaref, che denuncia sconfinamenti di milizie, razzie, distruzione di raccolti e di altri beni.

Se le tensioni nella regione non si stemperano, e non ci sono segnali che lo facciano pensare, non ci vorrà molto perché la crisi peggiori anche in questa zona e si crei un corridoio sicuro che possa foraggiare il Tigray con armamenti e altro, provenienti dall’Egitto attraverso il territorio sudanese.

Infatti, si può facilmente prevedere che il conflitto tra Addis Abeba e il Tigray non sia finito con l’entrata dell’esercito etiopico a Macallé. Il Tigray peolple liberation front (Tplf), arroccato negli anfratti inaccessibili che caratterizzano il territorio montagnoso della regione, ha tenuto in scacco per una quindicina d’anni l’esercito di Menghistú, sostenuto da russi e cubani.

Da quelle valli inaccessibili ha iniziato la marcia che lo ha portato ad Addis Abeba, dove, di fatto, ha gestito il potere fino alla nomina di Abiy Ahmed alla carica di primo ministro, nel 2018. Non deve far altro che rimettere in funzione quelle basi, e con ogni probabilità lo ha già fatto, forse prima ancora dell’inizio ufficiale della crisi.

Se riceverà approvvigionamenti costanti, il conflitto andrà avanti a lungo e Addis Abeba dovrà tener conto di questa insicurezza interna anche nei suoi rapporti regionali, scendendo a più miti consigli sui tavoli negoziali su cui, finora, ha giocato dalla posizione di forza di potenza regionale in ascesa.

Per ora sembra che il Sudan non voglia essere troppo coinvolto nella crisi. Ha promesso ad Addis Abeba di impedire lo sconfinamento degli uomini del Tplf. Il Sudan Tribune ha pubblicato ieri la notizia dell’arresto del capo di una milizia allineata al Tplf. Oggi invece dice che Khartoum ha riconsegnato ad Addis Abeba 50 militari che avevano sconfinato.

Ma si sa, in Africa, e non solo, è purtroppo ancora molto in voga il pericoloso adagio “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. In più, il territorio è vasto e i confini porosi. L’agenzia ufficiale sudanese, Suna, nei giorni scorsi ha comunicato che le Rapid Support Force hanno sequestrato un carico di armi, anche pesanti, nello stato di Kassala, nel Sudan orientale, in prossimità del confine con il Tigray. Niente garantisce che domani, le stesse milizie, possano invece facilitarne il passaggio.

Intanto si moltiplicano gli allarmi internazionali per le drammatiche condizioni della popolazione tigrina, da un mese chiusa nella morsa del conflitto. L’ultimo è un appello promosso da un gruppo di studiosi da anni impegnati in progetti di ricerca e sviluppo in Etiopia, al quale anche Nigrizia ha aderito. Si chiede al governo italiano di intervenire con urgenza affinché siano ripristinati i servizi essenziali alla popolazione e vengano aperti corridoi umanitari. 

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