Crisi libica e scacchiere geopolitico
I Fratelli musulmani esercitano una forte influenza sul governo di al-Sarraj e ciò disturba non poco i sauditi, determinati a combattere con ogni mezzo e ovunque i Fm. Da qui l’appoggio ad Haftar.

È cresciuta vertiginosamente d’intensità, nelle ultime settimane, la già complicata crisi libica. Le sue origini risalgono a 8 anni fa quando la Nato, su un falso pretesto d’intervento “umanitario a favore del popolo libico”, aveva invaso e distrutto quello che era il paese economicamente più prospero dell’Africa.

Il 4 aprile scorso sono entrate in guerra aperta due fazioni interne rivali tra di loro che si vantano di avere una legittimità interna e internazionale: da un lato l’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) diretto dal generale Khalifa Haftar, e dall’altra il governo di unità nazionale guidato da Fayez al-Sarraj, legittimato dall’Onu (per quanto contino ancora politicamente le decisioni di quest’organo!).

Ciò è avvenuto, per iniziativa dell’Enl, a pochi giorni dalla conferenza promossa dall’Onu per affrontare la crisi libica, per trovare una mediazione politica circa la ripartizione del potere in Libia tra le fazioni in lotta fra loro. L’incontro, previsto il 14-16 aprile, è stato ovviamente annullato.

Inaspettatamente, il generale Haftar ha deciso di lanciare un’offensiva militare per conquistare Tripoli e quindi cacciare via con la forza il suo rivale al-Sarraj dalla capitale, a partire dalla quale operava con il sostegno di diverse milizie armate locali. Lo scontro armato in atto ha già generato decine di morti, centinaia di feriti e migliaia di sfollati.

La tempistica

In molti si interrogano sulla tempistica di questa escalation di violenza, sulle dinamiche geopolitiche intorno a questo conflitto, sul posizionamento diplomatico dei paesi che tengono d’occhio la Libia per la sua posizione geostrategica e per le sue ricchezze, petrolio in primis.

È fuor di dubbio che Haftar abbia agito in accordo con chi lo sostiene internazionalmente. Questo navigato militare partecipò a fianco di Gheddafi al colpo di stato che destituì il monarca al Sanoussi nel 1969. Ma, in seguito alla sconfitta nella guerra nel 1987 contro il Ciad, cambiò casacca e si rifugiò nel 1990 negli Usa sotto la tutela del quartier generale della Cia a Langley (Virginia), dove ha vissuto per 20 anni ed è diventato cittadino americano.

Egli fece rientro in Libia appena iniziata la guerra della Nato contro Gheddafi. Oggi Haftar è diventato l’uomo più potente del paese: domina l’intera Cirenaica e in parte anche il sudest e, soprattutto, controlla i principali pozzi petroliferi, ivi compreso quello di El Sharara presso Wadi al Hayaa, nel sud. Quest’ultimo elemento è un importante biglietto da visita nei confronti di coloro a cui l’oro nero libico fa molta gola.

Oltre allo scontato appoggio diplomatico degli Usa – anche se Washington per ora mantiene un profilo basso circa l’offensiva militare contro Tripoli – Haftar è sostenuto anche dalla Francia e dall’Inghilterra. l’Italia – in competizione coloniale con la Francia – ancora non sa se puntare tutto su questo cavallo.

Queste potenze occidentali sperano che un regime “militare” guidato da un uomo forte possa riportare alla stabilità politica e securitaria il paese, conditio sine qua non per uno sfruttamento a pieno regime degli idrocarburi libici da parte di ExxonMobil, Total, BP, Eni ecc.

Inoltre, un uomo come Haftar al potere garantirebbe la sottomissione della Libia alla Nato e quindi, di conseguenza, il consolidamento, in Africa, delle forze americane dell’Africom. E ciò ovviamente in chiave geostrategica anti-Cina, la quale riservatamente avanza in seno al continente, ma anche nei confronti della Russia. Quest’ultima mantiene una posizione ambigua riguardo a questa situazione: da un lato sostiene Haftar, ma dall’altro chiama le parti in guerra a trovare una soluzione politica al conflitto.

Dietro Haftar vi sono ovviamente anche paesi della regione (Maghreb/Medioriente/Golfo) che hanno un loro peso politico.

Il ruolo dell’Egitto

Il successo militare del generale libico deriva in parte consistente dal sostegno diretto da parte dell’Egitto. L’arrivo al potere del generale al Sisi nel 2014 fu una manna per Haftar; questi due uomini hanno in comune un nemico giurato: gli islamisti dei Fratelli Musulmani (Fm). La caduta del regime di Mubarak e la guerra della Nato in Libia hanno favorito l’espansione politica in maniera significativa dei Fm in questi due Paesi.

In Egitto erano ormai giunti al potere nel 2012. E in Libia erano loro a scatenare la cosiddetta rivoluzione del 17 febbraio a Bengasi. Al Sisi ha decimato i Fm in Egitto ma temeva quelli che operavano ancora nella vicina Libia e ha quindi trovato in Haftar l’alleato strategico contro il ramificato movimento. Se i Fm fossero rimasti in Egitto, Haftar non sarebbe diventato quello che è oggi.

Furono questi islamisti ad ostacolare il generale, tornato dagli Stati Uniti nel 2011, e a salire al potere dopo la caduta di Gheddafi. Anche loro furono alleati della Nato nella guerra in Libia e quindi non si potevano scaricare subito anche perché godevano del sostegno del Qatar, anch’esso attore determinante nella disgrazia nella quale è sprofondata la Libia.

L’Arabia Saudita (e gli Emirati Arabi Uniti, una sua succursale) fornisce anch’essa un sostegno diplomatico e soprattutto finanziario al generale Haftar ed è più che probabile che l’abbia incoraggiato a dichiarare guerra a Tripoli: il 27 marzo Haftar era a Riyad per incontrare il principe Mohammed Ben Salman – l’ideatore della dimenticata guerra contro lo Yemen che dura dal 2015, quando era ministro della difesa, a oggi – e il 4 aprile è partita l’offensiva militare contro la capitale libica. Una coincidenza?

L’ossessione dei Fratelli musulmani

L’interesse dei sauditi per la Libia non è per il petrolio, perché “ne hanno da vendere”: loro sono ossessionati dai Fm. Li temono perché la loro ideologia religiosa potrebbe mettere in pericolo il wahabismo saudita che – mediante il salafismo – costituisce il cemento ideologico dell’esistenza stessa della monarchia assoluta degli Al Saud.

Oggi i Fm sono politicamente attivi a Tripoli ed esercitano una forte influenza sul governo di al-Sarraj e ciò disturba non poco Riyad. I sauditi sono determinati a combattere con ogni mezzo, a tutti costi e ovunque, i Fm e a sostituire l’islam politico da essi predicato con la dottrina salafista, la quale funge da humus di cui si nutrono l’internazionale jihadista di al-Qaida e i suoi derivati, Daesh, Al Nusra ecc.

Se Haftar dovesse espugnare Tripoli, sarebbe un’altra sconfitta sonora per i Fm, dopo quella in Egitto e in Siria. Ed è ciò che la Turchia e il Qatar cercano di scongiurare opponendosi all’offensiva militare contro la capitale libica. Questi due paesi sono molto legati alla Fratellanza musulmana. In Turchia, il Partito della giustizia e dello sviluppo, al potere, fa parte di questo movimento che tra l’altro opera attraverso la sua intellighenzia anche a partire dal Qatar, motivo per cui quest’ultimo si trova oggi nel mirino nella macchina da guerra saudita.

Alla luce di questi ulteriori drammatici sviluppi sulla scena libica, e mentre i vari attori politici internazionali e regionali cercano di promuovere i loro interessi strategici, economico-commerciali, militari, religiosi e quant’altro, è fortemente probabile che la Libia precipiti in una guerra civile sanguinosa ancor più devastante di quella del 2011, le cui conseguenze disastrose sulla stabilità dell’Africa e dell’Europa sarebbero non quantificabili.