ECONOMIA IN BIANCO & NERO – febbraio 2011
Riccardo Barlaam

Bretton Woods è una vallata verde, circondata da montagne, nel New Hampshire (Usa), non distante da Boston e dal Canada. L’unica cosa che c’è in questa località di vacanze è un grande, maestoso hotel interamente costruito in legno all’inizio del secolo scorso. Tutto bianco, l’Omni Mount Washington Hotel domina la vallata come un castello di altri tempi. Nel Novecento era la dimora preferita dei presidenti americani per riposare. Oggi è un resort di lusso. Ci vanno gli americani per trascorrere le vacanze: d’inverno per sciare, in estate per giocare a golf e passeggiare.

Questo posto, tuttavia, è passato alla storia per via di un vertice internazionale nel 1944, sulle ceneri della seconda Guerra mondiale, che sancì la nascita del Fondo monetario internazionale (Fmi) e del mondo come lo conosciamo. Gli accordi di Bretton Woods furono il riconoscimento giuridico che impose la supremazia economica e politica degli Stati Uniti nel mondo. Con quell’accordo l’Fmi divenne il supercontrollore delle politiche monetarie internazionali, e si stabilirono i criteri con i quali si sarebbero concessi i prestiti per la ricostruzione dei paesi europei. Paesi in ginocchio dopo la guerra, con un deficit immenso. Da lì si ripartì.

A Bretton Woods erano presenti i rappresentanti di 45 paesi: tutti gli stati capitalisti, tranne la Svizzera. Presente era anche l’Unione Sovietica, che però non ha mai ratificato quegli accordi. Dei 45 paesi, 30 sottoscrissero da subito le intese, divenendo membri originari del Fondo; altri 14 sono entrati nel Fondo in tempi successivi.

Tra le funzioni principali dell’Fmi c’è quella di promuovere la cooperazione monetaria internazionale. Questo significa tante cose: facilitare l’espansione del commercio internazionale; promuovere la stabilità dei cambi, evitando svalutazioni competitive; concedere prestiti agli stati membri, con adeguate garanzie, per affrontare difficoltà di bilancio e squilibri nella bilancia dei pagamenti. Insomma: l’Fmi è nato come un supercontrollore delle politiche economiche e monetarie a livello internazionale, per evitare il ripetersi di disastrose crisi economiche, come quella del ’29, e ripartire insieme sotto la guida degli Usa.

L’Fmi si occupa anche della ristrutturazione del debito estero dei paesi in via di sviluppo. Di solito, impone a questi paesi piani di aggiustamento strutturale come presupposto per ottenere prestiti o condizioni più favorevoli per il rimborso del debito. Piani che rappresentano l’aspetto più controverso della sua attività.

L’Fmi è fortemente criticato dal movimento no-global e da alcuni economisti, come il premio Nobel Joseph Stiglitz, che l’accusano di essere un’istituzione manovrata dai poteri economici e politici del nord del mondo e di peggiorare le condizioni dei paesi poveri, anziché adoperarsi per l’interesse generale.

Qualcosa, però, sta cambiando. In meglio. Anche se nessuno lo sa (le buone notizie, come gli alberi, crescono ma non fanno rumore). L’atto costitutivo dell’Unione africana prevede la nascita di tre istituzioni finanziarie. Una di queste è il Fondo monetario africano (Fma). In queste settimane, una trentina di esperti provenienti da più paesi del continente nero sta mettendo a punto un progetto di statuto per quest’istituzione, che dovrebbe nascere nel 2011. Le altre due istituzioni sono la Banca centrale africana e la Banca africana d’investimento. Queste tre istituzioni dovrebbero promuovere il processo di creazione di un mercato comune africano. Ci vorranno anni, ma ci si arriverà. L’Fma avrà sede a Yaoundé (Cameroun), la Banca centrale africana ad Abuja (Nigeria) e la Banca africana d’investimento a Tripoli (Libia).

Il compito principale dell’Fma sarà lavorare per mettere il continente sulla via della autonomia finanziaria, promuovendo crescita e sviluppo commerciale. Gli africani, insomma, cercano di fare da soli. Una tappa cruciale sarà il cammino verso l’autonomia monetaria del continente, secondo gli esperti africani, anche attraverso la creazione di un mercato comune sul modello di quanto fatto dall’Europa, contribuendo alla stabilità, alla gestione delle crisi finanziarie e al buon funzionamento dell’economia. Il via definitivo all’Fma è stato dato dal vertice dei capi di stato e di governo dell’Ua, riunitisi a fine gennaio ad Addis Abeba (Etiopia).

L’Fma sarà finanziato principalmente dai paesi africani: l’Algeria darà 14,8 miliardi di dollari, la Libia 9 miliardi, la Nigeria 5, l’Egitto e il Sudafrica 3. Il Fondo rimane aperto anche a stati non africani, come Cina, Stati Uniti, Emirati Arabi e Francia.