Dibattito cooperazione

La cooperazione va ripensata nel contesto di una diversa idea delle relazioni internazionali e di un nuovo piano di investimenti sociali globali, imperniato sulla difesa dei diritti umani.

Il recente vertice dei G20 ha finalmente dichiarato ufficialmente ciò che le ong internazionali, ma soprattutto i popoli dei tanti paesi impoveriti, andavano denunciando da tempo: i fondi per gli Obiettivi di sviluppo del Millennio non verranno versati e, dunque, gli Obiettivi non saranno raggiunti. Le motivazioni sono legate agli scenari aperti dall’ultima crisi dell’economia finanziarizzata, dal deficit globale che grava sulle spalle dei governi dei G8, e soprattutto dalla loro manifesta incapacità di tenere sotto controllo la speculazione internazionale, ormai parte integrante del modello di sviluppo post-caduta del Muro di Berlino.

 

Sarebbero motivazioni accettabili, se questa crisi non fosse esplosa all’interno di un sistema che, per almeno un ventennio, ha deliberatamente lasciato che i titoli cosiddetti tossici ammorbassero e soffocassero l’economia reale, sino a creare un vero e proprio blob, che rischia, come nel celebre film di fantascienza degli anni ’50, di ingoiare tutti, senza distinzione.

 

In realtà, queste dichiarazioni di impotenza e di cecità politica vengono da lontano, segnatamente dalla fine della Guerra fredda, che ha determinato un progressivo decadimento delle politiche pubbliche di cooperazione internazionale, legate originariamente al mutuo contrasto tra i due blocchi nei confronti del “Terzo mondo”. La natura e, soprattutto, l’importanza geopolitica della cooperazione allo sviluppo sono, dunque, in profonda trasformazione da almeno un ventennio. La fine della Guerra fredda, prima, e l’inizio della fase legata alla “guerra al terrorismo”, poi, hanno condizionato lo scenario internazionale e innescato una mutazione dei rapporti tra il Nord ricco e il Sud impoverito.

 

 

Condivisione

Il ruolo dell’Onu e dell’Europa si è costantemente indebolito mentre, nel Sud, assistiamo all’emergere di attori sociali, politici ed economici, sempre più convinti della necessità che “i problemi del Sud si risolvano al Sud” e che le componenti sensibili delle società civili e politiche del Nord, incluse le ong di cooperazione e aiuto umanitario, debbano sempre più attrezzarsi per evidenziare come certi stili di vita del Nord abbiano conseguenze nefaste nel Sud in termini di sviluppo. Anche la consapevolezza dei rischi ambientali e l’accresciuto ruolo delle donne nel definire un modello di sviluppo più equo e sostenibile, hanno introdotto variabili fondative di una nuova idea delle relazioni internazionali.

 

Tutto questo si era cercato, nel novembre del 2000, di condensarlo negli Obiettivi di sviluppo del Millennio, per richiedere a ogni nazione “sviluppata” e ricca di fare la sua parte per costruire con i tanti “sud” del mondo un avvenire condiviso da tutti gli abitanti dell’unica terra che abbiamo. Come abbiamo invece constatato, è mancata la lungimiranza per considerare il Bene Comune Mondo come qualcosa da curare tutti insieme, anche e soprattutto mettendo i più deboli in condizione di fare la loro parte, “liberandoli” dal peso opprimente della povertà e della diseguaglianza. D’altra parte, sono vertiginosamente aumentate le spese per armamenti, senza distinzioni evidenti, se non nella qualità. La diminuzione degli stanziamenti per gli Obiettivi del Millennio sono, dunque, “compensati” da quelli per le armi, che sono, a loro modo, una risposta al problema della gestione del pianeta, certamente in senso escludente, consumogeno, gerarchico, e in termini di ulteriore concentrazione delle ricchezze nelle mani di coloro che stanno alla terra come un branco di cavallette a un campo di grano.

 

 

Cooperazione versus guerra

In questo orizzonte politico l’Italia è decisamente un’avanguardia, avendo a disposizione della sua politica estera di cooperazione, bilaterale o multilaterale che sia, una legge vecchia di 25 anni e dotata di un budget che ci pone al posto più basso tra i G8. A fronte di questo, il ministero della difesa trova ben 4 miliardi di euro per far partecipare adolescenti in formazione a campi estivi nelle caserme della repubblica (sic!) e comprare diverse decine di bombardieri strategici. Dunque, se non si gestiscono le contraddizioni del globo con la cooperazione, lo si fa con la guerra.

 

Nel sud del mondo, pauperizzato da un assoluto disequilibrio nella distribuzione delle risorse e, al contempo, diventato preda della politica-guerra di dominio per le materie prime, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo assume così le forme del traffico di esseri umani, dello sfruttamento della prostituzione infantile, del lavoro forzato e, infine, del genocidio per fame di intere popolazioni. L’economia criminale, anche quella in abito scuro e polsini, quella delle banche, è parte integrante della politica-guerra: la completa e ne diviene l’arma a più alto rendimento tattico, permettendo di appropriarsi di beni e di persone, e di tessere attorno al futuro di tanti esseri umani una tela inestricabile di privazioni.

 

Il “No!” alla guerra è, quindi, un no prima di tutto etico, che muove dalla consapevolezza che la guerra è la negazione del futuro, il massimo dell’istantaneo, della rapace volontà di alcuni, pochi, di avere tutto e subito, a scapito della possibilità che altri possano vivere in equilibrio con il pianeta in altri tempi e altri luoghi. La guerra è la negazione della solidarietà di genere e di quella biosferica, che sancisce l’equilibrio tra l’uomo ed il pianeta. Le armi di distruzione di massa sono oggi sempre più legate alla possibilità di danneggiare l’ecosistema, di inquinare le acque, di spandere materie radioattive, di pompare senza ritegno materie prime non rinnovabili, di brevettare il vivente per renderlo indisponibile come patrimonio collettivo.

 

L’idea stessa di cooperazione allo sviluppo, con i suoi tempi lunghi e la necessità di programmare e investire nel capitale umano, viene azzerata dalla politica-guerra, che è diventata, non a caso, anche la scusa per annullare progressivamente tutti gli accordi multilaterali nel campo della cooperazione internazionale, deviando risorse verso una guerra preventiva, che invece di prevenire i problemi, ne crea di peggiori. Nessuna struttura democratica degna di questo nome può giustificarla, sostenerla o farne la sua politica “di aiuto” principale. In realtà, è proprio la democrazia a essere il primo nemico della guerra.

 

A questo punto, la strada obbligata, per chi ancora crede nella possibilità di recuperare la cooperazione come strumento di ridistribuzione delle opportunità su scala planetaria, è quella di ristabilire, tra soggetti omogenei sulle discriminanti politiche, il campo delle alleanze. Si tratta di chiamare nuovi attori al confronto e alla collaborazione sul terreno di una progettualità politica e fattuale che esprima un ritorno agli impegni internazionali anche di cooperazione, come forma di un nuovo “Contratto sociale globale”, sostenuta da politiche pubbliche che siano parte integrante delle più generali politiche di sostegno ai diritti dei cittadinanza e con una valenza cogente che finalmente metta il diritto umanitario alla stessa altezza, se non a un gradino superiore, di quello societario.

 




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