Armi, Conflitti e Terrorismo Burkina Faso Etiopia Libia Niger Somalia Togo
Crescono gli acquisti da parte di stati africani di droni turchi, iraniani e cinesi
Corsa all’acquisto di droni
22 Settembre 2022
Articolo di Redazione
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Drone turco Bayraktar TB2. (Credit: Birol Bebek / AFP via Getty Images)

I cieli d’Africa si stanno sempre più popolando di droni.

Fabbricati perlopiù dalla Turchia – con il suo famigerato modello Bayraktar TB2 in cima alle vendite – nonché da Cina e Iran, vedono brillare l’assenza dei tradizionali venditori d’armi occidentali. 

Dallo scorso gennaio, il Burkina Faso è stato l’ultimo paese africano ad aggiungersi alla lista dei possessori di droni, in cui già troviamo l’Etiopia, il Togo e il Niger. E forse anche la Somalia, dove il 19 settembre delle foto satellitari mostrate alla televisione nazionale, mostravano quello che sembrava un drone Bayraktar. 

Quest’ultimo si era rivelato determinante non solo nel conflitto tra Ucraìna e Russia, ma anche in Libia. Nel 2020, il suo ampio utilizzo aveva fatto retrocedere le forze del generale Haftar, determinate a prendere Tripoli. 

Altri modelli hanno provato la loro efficacia sul campo. Il governo etiopico avrebbe fatto uso, oltre che di droni turchi, anche di modelli iraniani e cinesi per respingere l’ultimo tentativo di avanzata tigrino nei mesi a cavallo tra fine 2021 e inizio 2022.

Le ragioni del loro successo commerciale si trovano in un prezzo più basso di quelli americani e in una maggiore efficacia. Ma non solo. C’entra anche la politica ‘’liberale’’ nella vendita. Perlomeno nel caso dei droni turchi, Ankara lascia la scelta all’acquirente sul dove utilizzarli. Cosa che non fanno gli Stati Uniti, per esempio. 

Ma per quanto si stiano rivelando utili, però, non funzionano come la bacchetta magica dell’aviazione militare. È di questo avviso, Akram Karief, giornalista specializzato in questioni di difesa. Interpellato dal Rfi, ha dichiarato che i droni «non possono essere determinanti» nel contesto attuale subsahariano. 

I nemici contro cui si battono paesi come Togo, Burkina o Niger operano in modalità da guerriglia, con piccoli assembramenti di uomini e mezzi diffusi su vasti territori. Colpirli è più difficile e le perdite inflitte sono più contenute, rispetto a centrare un obiettivo militare tradizionale. 

Senza sottovalutare il problema dei ‘danni collaterali’. I bombardamenti a distanza si prestano ad errori sul bersaglio, che si traducono spesso nella morte di civili. Il che – aggiunge Karief – «potrebbe alimentare la sete di vendetta» nei confronti dello stato centrale.

 

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