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Un concatenarsi di eventi ha reso il continente sempre più vulnerabile
Africa: la siccità non è la sola causa della fame
Le spiegazioni semplicistiche, che fanno coincidere la siccità con la fame, non aiutano ad affrontare il problema. La fragilità della sicurezza alimentare nel continente è questione molto più complessa, con profonde radici nelle politiche agricole, economiche, sociali e di gestione del territorio dell’epoca coloniale e postcoloniale. Un modello che va radicalmente cambiato
08 Marzo 2022
Articolo di Bruna Sironi (dal Kenya)
Tempo di lettura 6 minuti

Anche quest’anno, come ogni anno ormai, le agenzie dell’Onu hanno lanciato l’allarme per la gravissima crisi alimentare che ha colpito molti paesi nel continente africano, in particolare nella regione saheliana e nel Corno d’Africa, ma non solo. Le previsioni sono catastrofiche: 13 milioni di persone a rischio solo in Etiopia, Kenya e Somalia; più di metà della popolazione in Sud Sudan; critica la situazione anche in Rd Congo, Mali, Burkina Faso, Nigeria e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

I titoli, anche dei mass media più attenti, pongono l’accento sul binomio: siccità e fame. Il notiziario online delle Nazione Unite è chiarissimo: “Severe drought threatens 13 million with hunger in Horn of Africa” (Una grave siccità minaccia la fame per 13 milioni di persone nel Corno d’Africa).

E gli altri seguono il modello. Il sito di Al Jazeera, ad esempio, lo scorso 8 febbraio scriveva “UN: 13 million face hunger in Horn of Africa as drought worsens. WFP says three consecutive failed rainy seasons have decimated crops and forced families from their homes” (Onu: la siccità peggiora, 13 milioni rischiano la fame nel Corno d’Africa. Il Programma alimentare mondiale dice che il fallimento di tre consecutive stagioni delle piogge ha decimato i raccolti e costretto le famiglie a lasciare le loro case).

Ma è una semplificazione deresponsabilizzante e consolatoria, dicono gli esperti del settore, che scarica le responsabilità, ben individuabili, di un dramma ricorrente sulle condizioni climatiche. La fragilità della sicurezza alimentare nel continente è questione molto più complessa, con profonde radici nelle politiche agricole, economiche, sociali e di gestione del territorio dell’epoca coloniale e postcoloniale. Le condizioni climatiche sono solo un elemento del problema e neppure il più importante.

Dire che la siccità è la causa della carestia, e dunque della fame, è come incolpare un cane di aver mangiato il nostro quaderno dei compiti. Il problema, è chiaro, è l’incuria precedente. Lo afferma, con un paragone insolito ma davvero efficace, William G. Moseley, professore di geografia e direttore del programma su cibo, agricoltura e società del Macalester College, Saint Paul, Minnesota, Stati Uniti. (Fondato nel 1874, il Macalester College è ai primi posti nelle graduatorie dei collegi più prestigiosi d’America. Vi ha studiato, tra gli altri, Kofi Annan, ex segretario generale dell’Onu e premio Nobel per la pace.)

In un suo articolo pubblicato sul sito the conversation, Moseley ricorda che la sicurezza alimentare si basa su diversi pilastri: disponibilità e accesso al cibo, stabilità dei mercati, sostenibilità e potere di decidere il proprio sistema di produzione alimentare. La siccità può al massimo limitare la disponibilità di cibo sul mercato locale. L’accesso dipende invece in gran parte dal reddito e dalla sicurezza del territorrio.

Non si può disporre di cibo sufficiente se non si può raggiungere il mercato locale perché la zona è pericolosa e i prezzi non sono alla portata delle tasche della maggior parte della popolazione. La stabilità dei mercati è influenzata in gran parte da condizioni politiche e da politiche economiche interne ed internazionali.

In un mercato globalizzato, anche i prezzi delle derrate alimentari vengono decisi molto lontano dai campi dove vengono prodotte e i consumatori ne subiscono le conseguenze. La sostenibilità e il potere di decidere il proprio sistema di produzione alimentare dipendono da modelli di sviluppo agricolo che riconoscono, o meno, il valore della protezione dell’ambiente, della biodiversità, dei saperi locali tradizionali e delle decisioni in merito a come proteggere il proprio diritto al cibo.

Insomma, perché in un paese la popolazione sia esposta alla carestia e alla fame, bisogna che la siccità abbia fatto fallire la stagione agricola, prosciugato i pozzi e desertificato i pascoli, che l’insicurezza del territorio impedisca l’accesso ai mercati, che il prezzo dei cibo sia troppo alto per il reddito delle fasce sociali più deboli e che i produttori agricoli, in particolare i piccoli produttori che forniscono la maggior parte del cibo alla popolazione locale – e al pianeta più in generale –  siano stati espropriati della loro sovranità alimentare, cioè del diritto a decidere sul modello di produzione e “costretti” a lavorare in modo per loro non sostenibile dal punto di vista economico ed ambientale.

Nella maggioranza dei paesi africani, tutte, o gran parte, di queste congiunture negative si verificano sempre più frequentemente. L’aspetto più significativo, dicono molti esperti, è il cambio, molto spesso forzato, della struttura stessa della produzione agricola che ha reso il sistema molto più vulnerabile in generale ed esposto agli shock climatici e non solo.

Vecchi e nuovi colonialismi

Il processo di cambiamento è inziato in epoca coloniale, dice Moseley. Tradizionalmente, i piccoli produttori seminavano molte varietà di semi. Tenevano conto del tempo di maturazione, in modo da limitare il periodo che intercorreva tra un raccolto e l’altro, della resistenza alla siccità in modo da resistere alla eventuale mancanza di pioggia. Inoltre, usavano stoccare le eccedenze per superare i periodi di crisi. I pastori avevano possibilità di spostarsi ad ampio raggio, in modo che il bestiame trovasse sempre acque e pascoli per sopravvivere anche in tempi difficili.

Con l’avvento del colonialismo i contadini vennero spinti a limitare la semina delle varietà più produttive e richieste dal mercato internazionale, spesso lavorando in un regime di monocultura. Venne spesso scoraggiata la semina dei prodotti per il consumo familiare e locale, e furono progressivamente disincentivate le scorte. Queste politiche, da lungo tempo analizzate da storici ed economisti, hanno finito per aumentare la vulnerabilità nei confronti della disponibilità di cibo.

Il processo continuò anche nel periodo postcoloniale, all’insegna della nuova rivoluzione verde per l’Africa, che avrebbe dovuto aumentare la produttività del lavoro agricolo nel continente. In sostanza, i piccoli produttori furono spinti ad indebitarsi per acquistare fertilizzanti, pesticidi e semi, molto spesso ibridi, prodotti dalle multinazionali del settore che ne determinano il prezzo. Un modello di sviluppo definito da Mosely, e da molti altri, come “agenda neoliberale e tecnocratica di sviluppo agricolo” e anche, più direttamente, “violenza strutturale”.

Un modello che “solleva seri dubbi sulla sua efficacia come strategia per aumentare la produzione alimentare e alleviare la fame nel continente”. Anzi, molti osservano che le grandi carestie nel continente si sono verificate soprattutto con l’imposizione del modello sopra descritto.

In anni di bassa produzione, infatti, i debiti non potevano essere ripagati, le scorte alimentari erano minime o inesistenti così come gli interventi di supporto pubblico. Iniziava per i piccoli produttori un ciclo perverso che li portava a un rapido impoverimento da cui non riuscivano ad emanciparsi.

Questo concatenarsi di eventi ha reso il continente estremamente vulnerabile e soggetto a sempre più gravi e frequenti crisi alimentari, ora esacerbate anche dalle sempre più gravi e frequenti crisi climatiche.

Le spiegazioni semplicistiche, che fanno coincidere la siccità con la fame, non aiutano ad affrontare il problema. Va invece fatto uno sforzo per ripensare il modello di produzione agricola nel continente, in modo da costruire un sistema più resiliente, in cui alle comunità venga riconosciuta la sovranità in materia di produzione alimentare. Si tratta di un diritto fondamentale perche riguarda il diritto stesso alla vita.

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