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Il Corno d’Africa «al limite della catastrofe umanitaria»
In Africa un’emergenza fame che il mondo non vuole vedere
Si aggravano gli effetti dei cambiamenti climatici sulle popolazioni africane, dipendenti in grandissima parte da allevamento e agricoltura. Oltre 13 milioni a rischio fame in Somalia, Etiopia e Kenya. Crisi grave anche in Angola. I bambini i più colpiti da malnutrizione e malattie. Aiuti insufficienti
24 Febbraio 2022
Articolo di Giuseppe Cavallini
Tempo di lettura 7 minuti
Somalia (Credit: Wfp)

In Africa di fame si muore. E sempre di più. 106 milioni di persone sono attualmente in stato di insicurezza alimentare più o meno acuta.
Una crisi causata in gran parte dagli effetti dei cambiamenti climatici che stanno colpendo in modo particolarmente duro il Corno d’Africa, che dal 1981 non sperimentava una siccità così grave come quella odierna. Il Pam (Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite) parla di oltre 13 milioni di persone a rischio in Somalia, Kenya ed Etiopia.

L’assoluta scarsità di piogge che dura da ormai tre anni ha provocato la distruzione dei raccolti annuali e la morte di milioni di capi di bestiame. La siccità ha colpito soprattutto l’Etiopia orientale e meridionale, il sud-est e il nord del Kenya e la Somalia centrale e meridionale. La Germania ha risposto qualche giorno fa stanziando 20 milioni di euro attraverso le Nazioni Unite per combattere la fame.

Etiopia

Il bassopiano etiopico, specie le regioni Oromo e Somala, è il più colpito e quasi 7 milioni di persone hanno urgente bisogno di cibo entro metà marzo, secondo le stime dell’Unicef, l’agenzia Onu per l’Infanzia. Nell’ospedale di Gode, nella regione Somala, il numero di bambini denutriti è andato crescendo in modo esponenziale. Gli aiuti tuttavia sono ancora insufficienti, la richiesta di 31 milioni di dollari da parte dell’Unicef è stata soddisfatta finora solo per un quarto.

Il conflitto in Tigray, che vede coinvolti centinaia di migliaia di tigrini e abitanti delle vicine regioni Afar e Amhara, ha contribuito grandemente ad aggravare la situazione globale. Migliaia di persone hanno lasciato i villaggi nella regione Somala per stabilirsi a Jijiga, la capitale, dove il clima è un po’ più clemente e dove sperano di trovare cibo per salvare il bestiame rimasto. Le comunità pastorali e seminomadi, infatti, subiscono gli effetti più devastanti, e aumentano le controversie tra gruppi etnici per la conquista dei pascoli e dei pozzi, sempre più rari.  In Etiopia, oltre alle condizioni di carenza di cibo dovute al conflitto nel nord, almeno 6 milioni di persone necessitano di cibo entro la metà di marzo.

Somalia e Kenya

In Somalia l’ong Consortiu ha dichiarato che oltre 7 milioni di persone necessitano di immediata assistenza alimentare, mentre altri milioni rischiano la fame nel nord e nell’est del Kenya. In quest’area, a causa del cambiamento climatico, condizioni estreme si vanno verificando sempre più di frequente. La siccità ha costretto tra l’altro migliaia di persone a lasciare le abitazioni per mancanza d’acqua. Questa è la terza stagione consecutiva di assoluta scarsità di precipitazioni.

In una vasta regione in cui agricoltura e allevamento sono le maggiori attività e fonti di introito per la vita delle popolazioni, la morte, già avvenuta, di un milione e mezzo di capi di bestiame e una riduzione vertiginosa nei raccolti di cereali, rischia di provocare una tragedia apocalittica.

Il Pam ha lanciato un appello per la raccolta di 327 milioni di dollari nei prossimi sei mesi per nutrire almeno 4.5 milioni di persone. «Siamo ormai al limite della catastrofe umanitaria» ha dichiarato qualche giorno fa, dopo aver visitato la regione, Rein Paulsen, direttore del settore emergenze e resilienza della Fao (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura che ha registrato, tra l’altro un’impennata dei prezzi dei generi alimentari anche in Africa). 

In Sud Sudan sarebbero più di 8 milioni (due terzi della popolazione) le persone a rischio fame.

I bambini

Metà dei bimbi somali sotto i cinque anni soffre già di severa malnutrizione e centinaia di migliaia necessitano di intervento immediato. Victor Chinyama, responsabile delle comunicazioni dell’Unicef, ha dichiarato da Ginevra in videoconferenza che «Si deve agire senza attesa, i bambini somali pagano il prezzo più alto della crisi alimentare, e 1 milione e mezzo di loro, cioè metà di quelli sotto i cinque anni, saranno colpiti da gravissima malnutrizione entro la fine dell’anno».

La scarsità di alimenti sfocia tra l’altro in grave vulnerabilità fisica ed è fonte di malattie. A causa della fame, che indebolisce le naturali difese del corpo, nel 2021 in Somalia si sono registrati oltre 7.500 casi di morbillo, il doppio che nel 2019 e 2020 insieme. Mentre l’Onu dichiara che 60mila persone rischiano di contrarre malattie legate alla diarrea, incluso il colera.

Nel sud-ovest, oltre a siccità e abbandono dei villaggi, si aggiunge, come dichiarato da Chinyama, il rischio di finire tra le maglie del gruppo jihadista al-Shabaab, che già nel 2021 hanno reclutato oltre 1.200 bambini usandoli nel conflitto e – secondo i dati delle Nazioni Unite – altri 1.000, tra cui molte bambine, rapiti e sottoposti a violenze e violazione di diritti umani. Dei 48 milioni di dollari richiesti per affrontare la crisi somala, finora l’Unicef ha raccolto soltanto 10 milioni.          

Angola

La siccità non ha colpito solo il Corno d’Africa, come denunciato nella loro recente Assemblea episcopale i vescovi dell’Angola – che hanno criticato l’immobilità del governo, interessato solo alle elezioni previste per agosto -, di fronte all’aggravarsi della crisi alimentare. I vescovi sottolineano che nel paese, secondo produttore di petrolio del continente, più della metà degli abitanti vivono sotto il livello di povertà, mentre nelle regioni del sud si denuncia una situazione drammatica a causa del perdurare, ormai da mesi, della siccità.  

Gli effetti sono già molto gravi e carestia e fame sono già all’opera. Secondo le parole del vescovo di Cabinda, monsignor Belmiro Chissengueti, portavoce dei vescovi angolani, l’unica via d’uscita sarebbe la dichiarazione dello stato d’emergenza da parte del governo. Questo permetterebbe infatti da un lato l’entrata di aiuti umanitari immediati e dall’altro la possibilità che gli angolani possano “imparare a produrre” quello che consumano.

Huíla e Cunene, nel sud del paese, sono le province più colpite, con un numero già elevato di sfollati che cercano rifugio e cibo nella vicina Namibia. Ma anche le zone di Cuando Cubango, Benguela e Namibe stanno passando per questa situazione, senza alcuna iniziativa del governo centrale. Dati provvisori parlano di circa 25mila famiglie rurali, gravemente minacciate dalla siccità e dall’azione distruttrice delle locuste, che stanno precipitando il paese in una situazione di grave insicurezza alimentare.

Padre Pio Wacussanga, originario della provincia di Huíla e leader delle associazioni Costruendo comunità e Ame Naame Omunu, ha osservato con tristezza: «Se il governo angolano non prenderà in seria considerazione la questione dell’insicurezza alimentare, un giorno vedremo ministri e direttori nazionali cibarsi dai contenitori di rifiuti. E mi perdoni l’esagerazione». Il sacerdote conferma che sono stati molti gli angolani a passare la frontiera e che si trovano adesso in due province namibiane di Ohangwena e Omusati. Soffrono in particolare i bambini piccoli, le madri che stanno allattando e gli anziani, per i quali la situazione è semplicemente disperata.

Marocco

L’assenza prolungata di piogge sta interessando anche il Nordafrica, e in particolare il Marocco, che dall’inizio del 2022 sta vivendo la peggiore siccità degli ultimi trent’anni, con precipitazioni che rappresentano solo il 13% della media registrata in questo periodo. Il livello del tasso di riempimento delle dighe non è mai stato così basso, con evidenti ripercussioni sull’economia e sulle popolazioni rurali che dipendono in gran parte dalle attività agricole.

Il Marocco ha però già avviato un programma di aiuti per il settore agricolo e pastorale di quasi un miliardo di euro per far fronte all’emergenza. Obiettivo: proteggere il capitale animale e vegetale, gestire la scarsità d’acqua, finanziare operazioni per rifornire il mercato di grano e foraggi, e alleviare gli oneri finanziari degli agricoltori.

Ma si tratta di provvedimenti tampone. Secondo il ministero dell’agricoltura marocchino, la siccità dovrebbe aumentare gradualmente fino al 2050 per l’effetto di un calo delle precipitazioni (-11%) e di un aumento delle temperature (+1,3°C). Ciò comporterà una “diminuzione della disponibilità di acqua per l’irrigazione di oltre il 25%”.

 

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