Miliziani dell'Upc di Ali Darassa (Credit: radiondekeluka.org)

Cultivating atrocities (Coltivare atrocità), non potrebbe essere più chiaro il titolo di un report appena pubblicato a cura di The Sentry, team di giornalisti ed esperti che si occupa di investigare sul denaro sporco e i profitti derivati come risultato di conflitti e crimini di guerra nel continente africano. Investigazioni che questa volta hanno fatto emergere il coinvolgimento del Castel Group nelle violenze in corso da anni nella Repubblica Centrafricana.

Si è scoperto, in sostanza, che il gigante francese – 240 filiali in 50 paesi al mondo, terzo produttore di vino al mondo, secondo produttore di birra in Africa e uno dei principali partner per l’imbottigliamento di Coca-Cola nel continente – ha condotto affari con gruppi armati violenti responsabili di atrocità di massa. Tutto questo, al fine di proteggere e addirittura consolidare le proprie attività commerciali.

Lo avrebbe fatto attraverso una propria controllata, la Sucrerie africaine de Centrafrique (Sucaf Rca), la cui società madre, la Société d’organisation de management et de développement des industries alimentaires et agricoles (Somdiaa), ha sede a Parigi.

Secondo l’indagine di The Sentry, a partire dalla fine del 2014, in mezzo a sconvolgimenti politici e di sicurezza, Sucaf Rca ha negoziato un accordo di sicurezza con il gruppo armato Unità per la pace in Centrafrica (Upc). Un accordo tacito che prevedeva che i leader della milizia proteggessero la fabbrica, le sue sedi nel paese e i campi di canna da zucchero dell’azienda, e garantissero la libera circolazione sulle strade utilizzate per le forniture. Ma non è tutto.

L’azienda francese si è anche assicurata il sostegno dell’Upc per il monopolio sulla distribuzione dello zucchero in diverse prefetture. E questo anche prevedendo il sequestro forzato di zucchero di contrabbando, proveniente in particolare dal Sudan.

Pagamenti in denaro contante ma anche manutenzione dei veicoli (con alcuni dei quali – racconta il documento – si facevano poi assalti nei villaggi) e fornitura di carburante: erano i mezzi usati dall’azienda per sdebitarsi dei “favori” e della protezione del gruppo armato. Cosa, si sottolinea, andata avanti fino ad oggi.

Uccisioni di massa, rapimenti, torture, reclutamento di bambini soldato e violenze sessuali e di genere: sono le accuse nei confronti delle milizie dell’Upc, guidate dall’autoproclamato generale Ali Darassa. Atrocità di massa, secondo l’Onu, che potrebbero rientrare nel novero dei crimini di guerra e contro l’umanità. Il report non solo denuncia i vari incontri tra i leader delle milizie e i responsabili dell’azienda ma ripercorre gli eventi più tragici di questo conflitto civile.

Come il brutale attacco, nel 2018, a un campo di 18mila sfollati e a una cattedrale cattolica nella città di Alindao, attacco che provocò il massacro di oltre 112 civili, la maggior parte dei quali donne e bambini. Responsabili di tali azioni, secondo i giornalisti investigativi che hanno lavorato al caso, sia il leader dell’Upc Darassa che il suo numero due al momento dell’attacco, Hassan Bouba. E proprio i due sarebbero i maggiori beneficiari degli accordi tra l’azienda e il gruppo.

Nel rapporto di The Sentry si ricostruisce la relazione tra la storia del conflitto e il coinvolgimento della Castel, che pare abbia dato in passato il suo supporto anche al generale François Bozizé, salito al potere nel 2003 (e fino al 2013) con un colpo di Stato che destituì il presidente Ange-Félix Patassé, e che sarebbe il manovratore occulto dei miliziani dell’Upc.

Nel dicembre 2012, la coalizione séléka prese il controllo di diverse città e villaggi nella parte settentrionale e orientale del paese, e dopo che il presidente Bozizé venne estromesso dal potere il leader séléka Michel Djotodia divenne presidente di transizione per nove mesi, supportato dai gruppi armati. La coalizione séléka, formalmente sciolta nel settembre 2013, tra il 2014 e il 2015 si è divisa in quattro gruppi: l’Upc, il Fronte popolare per la rinascita del Centrafrica (Fprc), il Raggruppamento patriottico per il rinnovamento del Centrafrica (Rprc), e il Movimento patriottico per il Centrafrica (Mpc).

Nel lavoro di The Sentry viene anche disegnata la figura di Pierre Jesus Sebastian Castel, l’inafferrabile patriarca del gruppo, fondatore di un impero nell’industria alimentare e delle bevande. Castel ora vive in Svizzera ed è considerato il più ricco esiliato fiscale francese.

A partire dal 2018, il gruppo è il terzo produttore di vino al mondo e il secondo produttore di birra in Africa. Il continente africano comprende la maggioranza delle attività di Castel Group e garantisce l’80% delle sue entrate (calcolate in 6 miliardi di euro nel 2016). Il gruppo non è però quotato in borsa, comunica molto poco sui suoi risultati e i suoi azionisti si nascondono dietro una società di comodo con sede a Singapore, la SG Trust Asia Ltd. La parola d’ordine, dunque, per la Castel sembra essere: gli affari prima di tutto. Prima di tutto e passando sopra qualsiasi morale.

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