Le ragioni del conflitto nel Sahel sono complesse. L’area affronta una crisi multidimensionale, che include la proliferazione di gruppi terroristici, reti criminali, pressioni ambientali, debolezze statali e gravi problemi di governance.

L’unica cosa certa sono le vittime: la popolazione civile. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) sono oltre due milioni gli sfollati a causa della violenza che ha travolto l’area che copre dal Burkina Faso, al Ciad, dal Mali fino al Niger.

Più della metà degli sfollati nella regione si trova nel Burkina Faso, ormai sotto attacco dal 2015, quando i combattenti jihadisti sono arrivati dal vicino Mali. I problemi nel paese africano si sono intensificati nelle ultime settimane, quando più di 11mila persone, per lo più donne e bambini, sono fuggite dagli attacchi dentro e intorno alla città settentrionale di Koumbri, a inizio gennaio, e hanno cercato riparo presso l’Unhcr.

Scontri etnici

Nell’area saheliana circolano almeno 12 milioni di armi leggere che alimentano non solo banditismo e terrorismo (soprattutto nel Liptako-Gourma, l’area delle frontiere tra Niger, Mali e Burkina Faso). Ma anche lo scontro tra comunità etniche. Il 12, 22 e 24 gennaio 2021 i rappresentanti dei peul (che comprendono principalmente pastori seminomadi) e dei dogon (principalmente agricoltori sedentari) del circondario di Koro, nel centro del Mali, hanno firmato 3 accordi con l’obiettivo di fermare gli scontri violenti tra le due comunità.

La firma, frutto di una lunga mediazione dell’organizzazione svizzera Centro per il dialogo umanitario (HD), dovrebbe porre fine a storiche tensioni legate all’accesso delle risorse, tra cui acqua e terra. Anche se poi l’attrito si è accentuato dopo che gruppi di militanti islamisti si sono stanziati nella loro regione nel 2015.

Insurrezione jihadista che non accenna ad attenuarsi. L’esercito maliano ha annunciato il 26 gennaio che circa cento jihadisti sono stati uccisi in un’operazione nel centro del paese, che è durata 18 giorni e si è svolta in collaborazione con le forze francesi nel centro del paese. 

Secondo i dati Onu, circa 4mila persone sono rimaste uccise in attentati commessi nel 2019 nei 3 paesi. E, oltre agli sfollati interni, quasi 900 mila maliani sono fuggiti dal loro paese.

Il lungo elenco delle missioni

Una situazione così drammatica nonostante sia presente sul terreno un dispiegamento faraonico di operazioni militari e di sicurezza, messe in campo da molti attori. Il Sahel è una delle aree al mondo più controllate da eserciti e forze dell’ordine. L’elenco delle missioni è lungo come l’elenco della spesa.

Si inizia nel dicembre 2012 con la Missione internazionale di sostegno al Mali a guida africana (Afisma), gestita dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao). Questa è stata sostituita nell’aprile 2013 dalla Missione di stabilizzazione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite in Mali (Minusma). L’operazione Serval (del 2013-14 a guida francese ha funzionato in parallelo ed è stata poi sostituita nell’agosto 2014 dall’operazione Barkhane.

A queste si sono aggiunte la Missione di formazione dell’Unione europea in Mali (Eutm Mali), istituita nel gennaio 2013 e lanciata ufficialmente nel febbraio 2013; poi il Gruppo dei cinque per il Sahel (G5 Sahel-Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger) nel febbraio 2014 e la Missione Ue di rafforzamento delle capacità in Mali (Eucap Sahel Mali) nell’aprile 2014, accanto alla precedente Missione Ue di rafforzamento delle capacità in Niger (Eucap Sahel Niger) del febbraio 2012.

Oltre a queste, sono state istituite anche iniziative politiche, come la missione dell’Unione africana per il Mali e il Sahel (Misahel) nell’agosto 2013, e l’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Africa occidentale e il Sahel (Unowas ).

Il ruolo del Maghreb

Dopo la lettura di questo corposo elenco di missioni, con le conseguenti massicce risorse umane ed economiche investite, la domanda che sorge è: ma a cosa sono servite visti i risultati precari? C’è chi afferma che sia stato sbagliato l’approccio. Troppa dispersione di risorse e mancanza di un coordinamento unico.

L’errore, poi, è che alla testa di molte missioni non ci sono gli africani, mentre le iniziative a loro guida sono percepite come più legittime, avendo una comprensione più profonda dei contesti locali.

Ma c’è chi si spinge oltre: per sostenere e promuovere la pace dell’area serve un maggior coinvolgimento dei paesi del Maghreb, Algeria e Marocco su tutti. È la tesi, ad esempio, che emerge dal report Conflict mediation and peace building in the Sahel, dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri).

Il Maghreb e il Sahel sono da sempre connessi attraverso forti legami umani, culturali, economici e politici. Per molti versi, costituiscono un sistema regionale, nel senso che qualsiasi cosa accada in una parte del sistema influenza le altre parti.

Inoltre, per molto tempo i paesi nordafricani hanno gareggiato per l’influenza regionale e la leadership nel Sahel e hanno giocato un ruolo nella mediazione e nei processi di pace nel contesto delle ricorrenti ribellioni tuareg in Mali e Niger.

Questi legami e interessi interregionali significano che nessun conflitto nel Sahel può essere esaminato trascurando il Maghreb, i cui paesi hanno un ruolo decisivo nella stabilizzazione della situazione saheliana.  

Basta volgere lo sguardo all’indietro e vedere che cosa è accaduto nel recente passato. La guerra civile in Algeria durante gli anni ’90; i disordini politici in Medioriente e Nordafrica all’indomani della primavera araba; la caduta di Gheddafi e la successiva prolungata guerra civile in Libia; sono tutti fatti che hanno contribuito all’instabilità nel Sahel.

Il Maghreb ha agevolato l’espansione nel nord del Mali, e in altre parti della regione, di vari gruppi armati. Al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqim) si è sviluppato dalle ceneri del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento dopo che era stato cacciato dall’Algeria.

La caduta di Gheddafi non solo ha portato al ritorno a sud di ex combattenti tuareg pesantemente equipaggiati e ben addestrati dal loro esilio libico, ma ha anche privato i paesi del Sahel di importanti risorse economiche attraverso la Libyan Investment Authority (ad esempio, prestiti senza interessi al Niger).

Due rivali costretti a collaborare

Il report del Sipri si concentra sul ruolo di Algeri e Rabat, due rivali geopolitici che operano con diverse agende e approcci, il che crea problemi di coordinamento e di sovrapposizione, mentre sarebbe necessario un approccio esattamente opposto: coordinato e inclusivo.

I due rivaleggiano tra loro come potenze regionali, mobilitando le rispettive risorse diplomatiche, politiche ed economiche per esercitare la propria influenza nel Sahel. Mentre il Marocco ha aumentato la sua portata religiosa ed economica nella regione attraverso investimenti in una varietà di settori, l’Algeria si è concentrata soprattutto sulla sicurezza, grazie alla sua esperienza nel facilitare i processi e gli accordi di pace nell’area e ai legami storici e sociali tra le popolazioni dell’Algeria meridionale e del Mali settentrionale.

Fattori di disturbo

Le crescenti ambizioni regionali di Rabat disturbano la posizione di Algeri nel Sahel. Infastidisce, in particolare, l’impegno del Marocco e il suo sostegno al G5 Sahel, un’iniziativa di sicurezza sostenuta dalla Francia e con la quale l’Algeria ha una relazione ambigua. Rabat lancia un segnale al suo storico vicino: ci siamo anche noi e vogliamo competere.

Anche se poi il Marocco privilegia, comunque, la cooperazione bilaterale nel commercio, l’istruzione, l’ambiente, l’energia, la cultura e i programmi religiosi. All’indomani del colpo di stato militare maliano dell’agosto 2020, ha incrementato le sue relazioni diplomatiche con il Mali, rafforzando i contatti con i funzionari del governo di transizione e con i principali leader religiosi e politici.

I tuareg e Algeri

Tuttavia è Algeri che si considera investita del ruolo di leadership regionale. I suoi interessi, del resto, la giustificano. L’aspirazione tuareg all’autonomia nel nord del Mali e del Niger è sua fonte di preoccupazione, considerando che lei stessa ha una consistente popolazione tuareg e che tali richieste potrebbero minacciare la sua integrità territoriale.

Avendo riconosciuto i diritti della sua popolazione tuareg negli anni ’60, l’Algeria ha svolto un ruolo di primo piano nella mediazione dei conflitti nel nord del Mali, sostenendo accordi che enfatizzano l’integrazione di quel popolo nei rispettivi stati e il riconoscimento dei suoi diritti, pur opponendosi a rivendicazioni di autonomia o indipendenza.

Inoltre, mentre i tuareg algerini non hanno tradizionalmente avanzato rivendicazioni territoriali e sono stati invece fedeli all’autorità del governo algerino, la loro influenza politica è gradualmente aumentata a causa dei disordini dall’altra parte del confine.

Non trascurando, infine, che a ogni tornata di violenza in Mali, l’Algeria ha affrontato un afflusso di rifugiati. Di conseguenza, ha avuto un interesse strategico a contenere i disordini delle ribellioni tuareg per prevenire qualsiasi ricaduta sull’instabilità, mantenendo il suo sostegno all’integrità territoriale del Mali.

L’auspicio

Un elemento che potrebbe spingere Algeri ad avere un ruolo ancora più attivo nell’area è l’approvazione via referendum, a fine novembre 2020, dell’emendamento che consente alle sue forze armate di schierarsi all’estero. Una possibilità che, grazie alla potenza di fuoco del suo esercito, il governo algerino intende percorrere.

Siamo di fronte, quindi, a una situazione complessa e un po’ caotica. Gli analisti del Sipri giungono alla conclusione che è troppo fragile l’architettura di pace e sicurezza nel Sahel così come si presenta ora, con una moltitudine di attori, iniziative e meccanismi privi di un coordinamento.

«La natura regionale del conflitto richiede una soluzione regionale». Loro individuano nell’Unione africana (a guida algerina) l’organismo che si deve impegnare direttamente a progettare e promuovere una posizione africana collettiva e inclusiva sulla mediazione nel Sahel, escludendo altri soggetti esterni.

Detto ciò, questo è il libro degli auspici. Poi c’è la realtà e gli stessi analisti scrivono che «gli interessi divergenti degli attori regionali – in particolare la rivalità tra Algeria e Marocco e le tensioni tra Algeria e Cedeao – probabilmente ostacoleranno qualsiasi sforzo regionale multilaterale».

E la pallina torna alla casella iniziale.