la forza anti-terrorismo
Evidenti limiti logistici e operativi pesano sul contingente multilaterale creato per combattere terrorismo e crimine organizzato nella fascia saheliana. Una corsa contro il tempo, mentre nella vasta regione semidesertica si moltiplicano gli attacchi.

Se il buongiorno si vede dal mattino, la prima operazione condotta dalla forza militare multilaterale del G5-Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso) dimostra che il futuro per la missione, progettata nel febbraio del 2014 e lanciata nel luglio scorso, non sarà affatto roseo.

Gli attuali limiti e le difficoltà operative dell’iniziativa militare congiunta si sono intuite lo scorso 31 ottobre, giorno in cui la forza di contrasto al terrorismo ha lanciato la sua prima operazione denominata Hawbi (vacca nera), con l’impiego di cinquecento uomini dispiegati al confine tra Mali, Burkina Faso e Niger.

Nel suo esordio operativo, la G5-Sahel ha rivelato una serie di problemi tecnici, logistici, organizzativi e una precarietà strutturale superiore al previsto, nonostante abbia beneficiato del sostegno, in termini di logistica e mezzi, dell’operazione antiterrorismo a guida francese Barkhane.

Le truppe africane, che dovevano riprendere il controllo di una zona abbandonata dai tre Stati, hanno mostrato scarsa capacità di coordinamento ed equipaggiamenti poco idonei alla ricognizione del territorio per individuare la presenza di gruppi terroristici. La G5-Sahel non sembra dunque essere ancora in grado di ostacolare la libera circolazione dei gruppi jihadisti armati operativi nell’area.

Tempi ancora lunghi

Lo stato attuale di costruzione della logistica richiede ancora un lungo lavoro e le difficoltà incontrate allungheranno inevitabilmente i tempi di realizzazione del progetto. Tutto questo, mentre continuano incessanti gli attacchi sferrati dai terroristi islamici riuniti sotto la sigla Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen – Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Gsim).

Secondo i dati raccolti dal Long War Journal, organo della Foundation for Defense of Democracies (FDD), nella sola prima metà di novembre almeno 26 attacchi sono stati realizzati con la partecipazione delle cellule di al-Qaeda attive in Mali, Niger e Burkina Faso. La maggior parte di questi episodi si è concentrata nella zona del Mali centrale e uno di questi attacchi, costato la vita a cinque soldati maliani ed un civile, ha avuto come obiettivo il presidente della Corte Suprema di Malta.

Il futuro della missione è anche oscurato dalla carenza di fondi, poiché il costo complessivo dell’operazione, stimato in 492 milioni di dollari, non è ancora stato coperto. Finora i cinque paesi saheliani aderenti al progetto hanno promesso dieci milioni di euro (11,8 milioni di dollari) ciascuno, ai quali si aggiungono otto milioni (9,5 milioni di dollari) stanziati dalla Francia e cinquanta (59 milioni di dollari) dall’Unione europea.

Un contributo determinante dovrebbe arrivare dagli Stati Uniti, che lo scorso 30 ottobre, nel corso dell’ultima riunione ministeriale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per discutere del supporto della comunità internazionale alla forza G5-Sahel, hanno annunciato uno stanziamento di sessanta milioni di dollari (71 milioni di euro), che ora hanno bisogno dell’approvazione del Congresso.

Il sostanzioso apporto economico degli Stati Uniti alla forza anti-terrorismo africana molto probabilmente è stato motivato dal recente attacco subìto dalle unità statunitensi delle forze speciali in Niger, costato la vita a quattro militari americani.

Promesse e ritrosie

C’è anche da evidenziare, che la promessa di fondi statunitense è arrivata dopo un lungo braccio di ferro diplomatico con Parigi, consumato durante la presidenza francese di turno al Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’iniziale ritrosia di Washington nel concedere fondi alla G5-Sahel sarebbe stata motivata dal fatto che dall’inizio dell’amministrazione Trump, la partecipazione degli Stati Uniti alle operazioni militari in Africa è stata ridotta ed è stato deciso anche un contenimento delle spese.

Nel complesso, la nuova forza militare sarà costituita da 5mila effettivi, i quali, come già avvenuto con l’operazione Hawbi, nella prima fase collaboreranno con le forze dell’operazione Barkhane. Oltre a quella di Sevaré, in Mali, la nuova forza anti-terrorismo disporrà di altre tre basi: una nei pressi di Nema, nel sud della Mauritania, una seconda nella capitale nigerina Niamey, e una terza a Wour, nel nord del Ciad, al confine con la Libia. Quest’ultima sarà particolarmente strategica per il controllo dei traffici illegali verso il paese nordafricano, compreso il traffico di uomini.

Appare evidente, che per cominciare a raggiungere qualche risultato concreto, la forza G5-Sahel dovrà riuscire ad assicurarsi anche il sostegno economico dell’Unione Africana e della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), ma soprattutto risolvere in fretta i propri limiti logistici e operativi.

Nella foto: alcuni dei 23 ufficiali dei cinque paesi del G5-Sahel mostrano il certificato di partecipazione al LNO (Liaison Officer), corso di formazione per migliorare l’inter-operatività tra le loro forze armate (12 maggio 2017, Bamako).