È dal 2018 che il governo ghaneano ha introdotto lo stop della pesca per un mese all’anno. Lo scopo è rigenerare il tratto di mare della zona costiera, permettendo alla fauna marina di riprodursi e crescere. Tutto questo per cercare di contrastare la grave crisi, in corso da anni, e dovuta a uno sfruttamento eccessivo dei mari.

Lo stop è imposto alle piccole flotte artigianali e a quei pescatori che vivono di questa attività quotidiana, tramandata di generazione in generazione. Per queste persone lo stop della pesca (dal 1 al 31 luglio) vuol dire niente lavoro, nessun introito, nessun modo per mandare avanti la famiglia. E per le donne, che il pesce lo acquistano appena arriva sulla spiaggia, lo lavorano e lo vendono nei mercati locali, è lo stesso. Niente lavoro, niente soldi, niente cibo. Si calcola che almeno 2,5 milioni di individui nel paese dipendano dalle risorse del mare.  

Pesca industriale e commercio illecito

Il paradosso è che non è certo la pesca fatta ancora con metodi tradizionali quella che sta provocando l’impoverimento dei mari. Questo dramma è causato dalle grandi imbarcazioni, soprattutto da quelle estere, e che spesso praticano la pesca illegale. Per dovere di cronaca va aggiunto che il divieto, in questo caso per due mesi, dal 1 luglio al 31 agosto, riguarda anche le flotte industriali.

Ma a giudicare dai dati i controlli non sono poi così efficaci. Le zone economiche esclusive si estendono per 200 miglia nautiche ma spesso per i paesi in via di sviluppo è difficile fare regolari ispezioni.

È stato calcolato che un pesce su quattro è catturato con metodi illegali e recenti ricerche stimano che il commercio illecito delle risorse marine dell’Africa occidentale costi alla regione quasi 1,95 miliardi di dollari e 593 milioni di dollari all’anno in perdita di reddito familiare. Per quanto riguarda il Ghana, si è calcolato che almeno il 37% del pescato è procurato arginando la legge e provocando perdite pari a 1 miliardo di dollari all’anno.  

Sostegni fantasma e tolleranza zero

Ma la stagione di chiusura è indispensabile per ricostituire lo stock ittico – ha detto Mavis Hawa Koomson, ministra della pesca e dello sviluppo dell’acquacoltura in una cerimonia ufficiale organizzata a Keta, una delle città sulla costa che maggiormente vive di questa attività. E ha ricordato l’impatto deleterio sull’ambiente di pratiche di pesca non sostenibili, a cominciare da quella a strascico.

Nel corso della cerimonia – a cui hanno preso parte i rappresentanti di tutta la zona costiera – ai pescatori è stato detto «non considerate la chiusura della stagione come una punizione, ma come una misura necessaria per la sopravvivenza dei vostri mezzi di sussistenza».

Ma come faranno migliaia di famiglie a sostenersi durante il blocco delle attività? La ministra ha promesso sostegno, ma non in denaro – ha specificato – perché questo non è nelle possibilità e nelle competenze del ministero. Di che tipo di sostegno si tratterà non è chiaro.

Si è parlato di attrezzi da pesca e prodotti alimentari che serviranno anche a tenere tranquilla una popolazione stanca di queste misure restrittive. In ogni caso la parola d’ordine è “tolleranza zero” ed è stata annunciata una sorveglianza stretta e costante per tutta la durata del blocco. Violarlo è considerato un crimine che prevede anche il carcere e un’ammenda molto salata.  

Il mercato illegale

Negli anni in Ghana anche i pescatori tradizionali hanno avviato forme di pesca o sistemi di approvvigionamento illegali. Prima fra tutte il transhipping (trasbordo) che in questo paese dell’Africa occidentale è conosciuto come “saiko”. Per sopperire alla carenza di pesce a poche miglia dalla costa, pescatori locali escono con piccole imbarcazioni per incontrare navi straniere e trasportare scatole di pesce congelato ai trasformatori che aspettano a terra.

Questa pratica, illegale ai sensi della legislazione ghaneana sulla pesca, si è intensificata appunto in corrispondenza all’esaurimento degli stock ittici nella zona, situazione che incide da anni sull’economia delle regioni costiere e che ha spinto i pescatori artigianali a cercare forme alternative di generazione di reddito.

Forme alternative che alimentano il circolo vizioso costituito da pesca illegale, depauperamento della fauna marina, aumento della povertà delle comunità costiere. Inoltre, come spiegano i tecnici di Stop Illegal Fishing – il trasbordo in mare può anche facilitare le violazioni dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori, in quanto consente ai pescherecci di rimanere in mare per mesi o addirittura anni, intrappolando i membri dell’equipaggio a bordo e lasciandoli vulnerabili ad abusi e sfruttamento. L’Unodc – l’ufficio delle Nazioni Unite su droghe e crimini – ha spesso riportato che il transhipping in Africa occidentale è anche utilizzato come mezzo per il traffico di droga.

Il danno dei sussidi statali

Intanto, Oceana – organizzazione che si occupa della protezione degli Oceani –  ha pubblicato un rapporto che mostra in che misura le principali nazioni al mondo per la pesca industriale stiano utilizzando i programmi di sussidi statali per spostare il problema, e le conseguenze, della pesca eccessiva nelle acque di altri paesi. In sostanza si tratta di un tracciamento di sussidi per miliardi di dollari da nazioni ricche verso i paesi meno sviluppati. Sussidi che vengono utilizzati in modo dannoso.

I primi dieci paesi che risultano dal lavoro di Oceana sono Cina, Giappone, Corea, Russia, Stati Uniti, Thailandia, Taiwan, Spagna, Indonesia e Norvegia per un totale di 15,4 miliardi di dollari. L’Unione Europea fornisce 2 miliardi di dollari di sussidi, il terzo fornitore dopo la Cina (5,9 miliardi di dollari) e il Giappone (2,1 miliardi di dollari).

Sono sussidi di gran lunga superiori a quelli offerti dai governi nazionali dei paesi dell’Africa occidentale (dove il pesce rappresenta fino al 60% dell’assunzione di proteine) nettamente svantaggiati, ad esempio, per la capacità di investire in nuove attrezzature e quindi di allontanarsi di più dalle coste.

Una competizione impari, tra flotte sovvenzionate dallo Stato – e spesso scarsamente controllate nell’utilizzo, anche illegale, dei metodi di pesca – e comunità che possono contare solo sulle proprie forze e su modalità ancora artigianali.  E che ora, per un mese, non sanno come fare per vivere.

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