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Deforestazione: non solo olio di palma
Le foreste africane falcidiate dall’industria della gomma
La produzione di gomma (in crescita) è una delle prime cause del disboscamento delle foreste tropicali dell’Africa occidentale e centrale. Con la complicità dell'Europa
21 Giugno 2022
Articolo di Antonella Sinopoli
Tempo di lettura 5 minuti
Ingresso alla piantagione di gomma di Firestone, in Liberia (Credit: Ashley Gilbertson / ProPublica)

La maledizione della gomma in Africa non è mai finita. O meglio, sembra essere tornata più potente che mai. Furono le foto di una missionaria inglese a mettere in luce la brutalità coloniale, nello specifico quella degli uomini di re Leopoldo II del Belgio che, dal 1885 e con il benestare delle altre potenze europee, aveva fatto del Congo il suo feudo personale.

E a svelare lo sfruttamento di uomini e risorse (la gomma era appunto la più ricercata allora) in un territorio vastissimo che, non senza una forte dose di ironia, era stato battezzato Congo Free State.

Le foto di Alice Seeley Harris ebbero il merito di avviare la prima campagna di quella che oggi chiameremmo per i diritti umani e aprirono dibattiti pubblici in tutto il mondo “civilizzato”. Sembra lontana quell’epoca… Oggi, la violenza dello sfruttamento delle risorse vede l’ambiente protagonista. Un ambiente distrutto e violentato, appunto. Con mezzi all’avanguardia stavolta, mezzi industriali che stanno facendo danni in modo veloce e, probabilmente, irreversibile.

Non sono buone notizie quelle che emergono da una recente analisi di Global Witness. Analisi che evidenzia come negli ultimi anni il territorio abbia risentito di un commercio assai remunerativo dal punto di vista economico, quanto letale per quel che riguarda gli effetti sull’ambiente e sulle popolazioni locali.

E, tanto per cominciare, denuncia che non è l’olio di palma oggi consumato soprattutto in loco e prodotto con metodi sostenibili dagli agricoltori locali, anche grazie a una corposa campagna di sensibilizzazione dei consumatori a livello mondiale – ma la gomma la più grande minaccia derivata dallo sfruttamento delle foreste tropicali dell’Africa occidentale e centrale.

Si chiama deforestazione questa minaccia. E continua ad avanzare di anno in anno. Solo nel 2020 il valore delle importazioni dell’Unione europea di olio di palma dal Gabon, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria e Liberia ammontava a 39 milioni di dollari, mentre quello della gomma era stato pari a 503 milioni di dollari. Quasi tredici volte di più.

L’Ue, poi, importa oltre il 30% di tutta la gomma spedita dai principali produttori africani. Eppure la gomma è esclusa dalla legislazione anti-deforestazione recentemente proposta proprio in Europa.

Per dare un’estensione del fenomeno (e delle coltivazioni) va detto che le piantagioni industriali di gomma nell’Africa occidentale e centrale sono connesse a quasi 520 km2 di deforestazione – un’area 16 volte più grande di Bruxelles. E questo data a partire dal 2000. Lo scempio continua. La produzione intensiva ovviamente incide sulle comunità forestali della regione e sui loro mezzi di sussistenza.

Anzi, come già accaduto per altri tipi di piantagioni, non sono state poche le denunce di espropriazioni indebite della terra – che per tali comunità ha anche un valore ancestrale – e di violente repressioni delle proteste della comunità contro le compagnie estere impegnate nello sfruttamento ed esportazione della gomma.

Altro dato saliente del lavoro della ong – che ha monitorato 40 piantagioni industriali di gomma nei sei stati africani già citati – è che quasi tutte le piantagioni legate alla deforestazione sono attualmente di proprietà di sole tre multinazionali: la Olam e la Halcyon Agri, con sede a Singapore, e la Socfin, di proprietà francese e belga, quotata alla borsa del Lussemburgo.

Insieme, queste società, hanno stretto accordi per miliardi di euro con banche europee come Rabobank, BNP Paribas, Deutsche Bank e Barclays, per i finanziamenti delle loro attività. Accordi che, chiaramente, non contemplano neanche lontanamente la salvaguardia dell’ambiente.

Global Witness cita uno studio pubblicato lo scorso anno, secondo il quale le foreste tropicali africane – nonostante i record raggiunti da fenomeni come il caldo, la siccità, ma anche le piogge intense – continuano a svolgere un ruolo importantissimo per frenare gli effetti del cambiamento climatico. Un patrimonio che dovrebbe essere preservato e tutelato. Al contrario, la mancanza di regolamenti specifici sullo sfruttamento della gomma, sta modificando l’ecosistema. A scapito dell’intero pianeta.

Lobby e responsabilità europee

Una regolamentazione che dovrebbe controllare il commercio di prodotti responsabili della deforestazione è stata proposta e discussa lo scorso anno dalla Commissione europea. La proposta include olio di palma, soia, manzo, legno, caffè, cacao e prodotti da questi derivati, ma non la gomma.

A vincere sono state le lobby, in particolare quella dell’industria automobilistica e dei pneumatici. Ricordiamo che il 70% della gomma naturale è utilizzata per realizzare pneumatici per veicoli. E ricordiamo anche, che i 27 della Ue hanno importato (ultimi dati) quasi il 32% di tutta la gomma esportata dai sei paesi produttori africani analizzati da Global Witness.

La European Tyre & Rubber Manufacturers Association (Etrma) che, nei circoli politici di Bruxelles, rappresenta aziende come Michelin, Pirelli e Goodyear ha affermato che le norme proposte per la deforestazione “non sono … fattibili per la catena del valore della gomma naturale” e che, anzi “avrebbero un effetto scarso o nullo sull’arresto della deforestazione ma gravi conseguenze sull’economia europea”.

Non sono, ovviamente, di questo avviso organizzazioni che da anni si battono contro la deforestazione. Come la Mighty Earth che, dati alla mano, chiede che l’Ue introduca anche la gomma nella legge anti-deforestazione da applicarsi anche alle aziende produttrici di pneumatici. Intanto, la domanda per tale risorsa nel 2021 è cresciuta e dunque è cresciuta l’industria collegata (+8,7%), e le analisi prevedono un continuo andamento in positivo per l’intero decennio. Anche perché la gomma è anche una commodity su cui investono i mercati finanziari globali.

Global Witness intanto ha valutato – anche con l’utilizzo di strumentazioni satellitari – l’estensione delle piantagioni di proprietà delle grandi multinazionali su terreni disboscati a partire dal 2000. 24.662 ettari la Olam, 20.747 la Halcyon Agri, 5.495 la Socfin. In totale quasi 51mila ettari di foreste distrutte.

A pagarne le conseguenze sono le comunità locali, soprattutto le più deboli. Il lavoro di Global Witness cita, per esempio, gruppi indigeni di pigmei del Camerun, i baka, a cui sono venute a mancare enormi porzioni di foreste dove usavano cacciare e anche corsi d’acqua deviati o prosciugati. Per i giganti del profitto è ben poca cosa rispetto ai vantaggi derivati dallo sfruttamento della preziosa risorsa.

 

 

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