L'arcivescovo anglicano Desmond Tutu con il primo presidente del Sudafrica dopo la fine dell'apartheid, Nelson Mandela

Un gigante della lotta contro l’apartheid, certamente. Indomito difensore dei diritti umani, sicuramente. Bussola morale per la società, uomo di pace e della nonviolenza, indubbiamente. Anzitutto, uomo di fede, di fede nel Dio che ha creato ogni persona a sua immagine e somiglianza, con pari dignità.

Un’intima convinzione che lo ha fatto vibrare di commozione fino alle lacrime di fronte alla sofferenza delle vittime di ingiustizia e oppressione, e lo ha spinto a denunciare ogni forma di oppressione e sopraffazione, in primis la violenza istituzionalizzata del regime dell’apartheid. Anche una fede gioiosa che lo faceva gioire delle gioie altrui e uno spiccato senso dell’umorismo che lo faceva esplodere in fragorose risate.

E poi il Vangelo di Gesù Cristo che è stata la sua ispirazione. A chi lo accusava di fare politica, lui, arcivescovo della Chiesa anglicana, rispondeva: «Non predico un vangelo sociale, predico il vangelo, e basta. È il vangelo di nostro Signore Gesù Cristo che si prende cura di tutta la persona. Davanti alla folla di affamati Gesù non si è chiesto se “stava facendo politica”. Semplicemente li ha sfamati. Perché la buona notizia per una persona che ha fame è il pane…».  

Leader carismatico, oratore nato, Desmond Mpilu Tutu emerge come figura di primo piano contro il regime dell’apartheid a partire dalla rivolta a Soweto, nel 1976, degli studenti neri, e negli anni ’80. Denuncia apertamente gli eccessi di violenza della polizia e dell’esercito nel tempo in cui la repressione del governo contro la ribellione dei neri si è fatta più spietata.

Insignito del Premio Nobel per la pace nell’ottobre 1984, leva la sua voce per chiedere alla comunità internazionale di imporre sanzioni e di boicottare il regime dell’apartheid che paragona al nazismo.

Uomo di pace è contro ogni sorta di violenza. Interviene personalmente per opporsi all’esecuzione sommaria di persone che sospetta di collaborare con la polizia, condannate a morte con un copertone di auto al collo a cui viene dato fuoco.

Sostenitore del movimento dell’Udf (Fronte democratico unito) che raggruppa un insieme di gruppi e associazioni anti-apartheid, appoggia la campagna per la liberazione di Nelson Mandela. Sua è l’espressione di “nazione arcobaleno” per indicare la ricchezza della diversità di lingue e culture del Sudafrica che inizia una nuova era con le prime elezioni democratiche nel 1994.  

L’anno seguente, Desmond Tutu è chiamato dal presidente Nelson Mandela a presiedere la Commissione verità e riconciliazione dal 1996 al 1998. Fondamentale il suo contributo per la riuscita di questo esperimento che sarà di ispirazione per altre nazioni che hanno voluto fare i conti con un passato di violenza e oppressione.

Della commissione, istituita per ascoltare le testimonianze delle vittime dell’apartheid e dei loro familiari e accogliere le confessioni dei loro carnefici in cambio in alcuni casi di amnistia, l’arcivescovo dirà: «La preoccupazione centrale non è la retribuzione o la punizione, ma nello spirito dell’ubuntu, la guarigione delle violazioni e il ripristino della relazione interrotta tra vittime e aguzzini».

Nel 1996, Tutu si ritira dalla carica di arcivescovo di Cape Town ma continuerà come attivista globale, per la difesa dei diritti umani, per la democrazia e la libertà ovunque siano minacciati nel mondo.

La sua voce forte e schietta ha infastidito sia il governo dell’apartheid sia il suo successore, l’African National Congress (Anc), che accusa apertamente di non voler affrontare la corruzione e di non impegnarsi per alleviare la povertà che affligge ancora la maggioranza della popolazione.

Nel 2006 Tutu esorta l’allora presidente dell’Anc Jacob Zuma a ritirarsi dalla corsa alle elezioni presidenziali, in quanto non all’altezza del compito che lo aspetta – dichiara – perché accusato di stupro e corruzione. Condanna la violenza xenofoba che esplode nelle township nel 2007, di cittadini sudafricani neri contro immigrati africani, soprattutto.

Nel 2011 si scontra frontalmente con l’Anc che rifiuta il permesso di ingresso in Sudafrica all’amico Dalai Lama, invitato per celebrare l’80° compleanno dell’arcivescovo. Punta il dito contro il governo reo di “essersi inchinato” al potere della Cina, principale partner economico del Sudafrica, che ha posto il veto al leader tibetano. «In passato ho pregato per la caduta dell’apartheid, ora prego per la caduta del governo dell’Anc», le sue parole di durezza senza precedenti mandano su tutte le furie i rappresentanti del governo. 

Tutu è talmente deluso del partito al governo che nel 2013 dichiara di non essere più disposto a votare il partito erede di Mandela. Forse è stato in risposta a dichiarazioni come questa che i dirigenti del partito non hanno invitato Tutu a prendere la parola al funerale di stato di Nelson Mandela a Qunu nel dicembre 2013. L’arcivescovo, che comunque partecipa al funerale, dirà: «Sono rimasto sbalordito e sono molto ferito, ma penso che chi mi ha tolto la parola abbia fatto del male a se stesso».

La relazione di Tutu con Mandela era profonda. È stato lui a presentare Mandela alla folla alla Grand Parade di Cape Town nel febbraio 1990, durante la prima apparizione pubblica del leader dell’Anc dopo il suo rilascio dalla prigione di Victor Verster. Quattro anni dopo, toccherà all’arcivescovo benedire Mandela alla sua inaugurazione come primo presidente democraticamente eletto del paese.

L’amicizia che lo legava all’illustre ex-carcerato di Robben Island gli permetterà di consigliare a Madiba di sancire pubblicamente la sua relazione con Graça Machel, dopo la separazione definitiva con Winnie Madikizela Mandela. Nel 1998 il loro matrimonio verrà celebrato in chiesa e benedetto dal vescovo metodista Mvume Dandala.

Desmond Tutu è nominato da papa Francesco, insieme a Martin Luther King Jr e Mahatma Gandhi, come uno di coloro che hanno ispirato la sua enciclica, Fratelli Tutti, che, riprendendo uno dei messaggi chiave dell’arcivescovo, invita alla fratellanza umana e alla solidarietà.

«Dio ci chiama a essere suoi partner per lavorare a un nuovo tipo di società in cui le persone contano; dove le persone contano più delle cose, più dei beni; dove la vita umana non è solo rispettata ma positivamente riverita; dove le persone saranno al sicuro e non soffriranno la paura della fame, dell’ignoranza, delle malattie; dove ci sarà più dolcezza, più cura, più condivisione, più compassione, più risate; dove c’è pace e non la guerra» (D.T.).

Le esequie si svolgeranno il 1 gennaio 2022 nella cattedrale di St George a Città del Capo, dove il 7 ottobre scorso aveva festeggiato il suo novantesimo compleanno.

 

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