Fratel Jean-Pierre Schumacher con papa Francesco, in visita pastorale in Marocco nel marzo 2019 (Credit: Vatican News)

Ancora mesi dopo l’uccisione dei suoi sette confratelli rapiti dal monastero di Tibhirine, in Algeria, nella notte fra il 26 e il 27 marzo 1996, fratel Jean-Pierre si chiedeva per quale ragione, insieme a fratel Amédée, fosse stato risparmiato. Scampò perché prestava servizio in portineria, in un edificio adiacente al monastero e ignorato dai rapitori.

«Ci sono dei fratelli ai quali è stato chiesto di testimoniare con il dono della vita, e altri, ai quali è chiesto di testimoniare con la vita»: così gli aveva scritto la madre badessa dell’Abbaye de la Fille-Dieu, un monastero cistercense situato vicino alla città di Romont, nel cantone svizzero di Friburgo e sito svizzero di importanza nazionale. Era la risposta alla sua domanda… e queste parole – come lui stesso aveva confessato ‒ lo avevano aiutavano a sollevarsi da tanti interrogativi.

Il sequestro dei monaci era stato rivendicato dal Gruppo islamico armato (Gia) che aveva proposto alla Francia uno scambio di prigionieri. Le trattative non portarono a nulla. Il 21 maggio i terroristi annunciarono l’esecuzione dei monaci (su quell’esecuzione rimangano ancora tanti interrogativi): le loro teste furono ritrovate il 30 maggio, mentre non si è mai avuta notizia dei corpi. 

Nella trappa marocchina, insieme a fratel Jean-Pierre, ha vissuto gli ultimi anni della sua vita anche fratel Amédée, pure lui scampato al sequestro del 1996 e deceduto il 27 luglio 2008 nell’abbazia di Aiguebelle (nel dipartimento francese della Drôme).

Nato il 15 febbraio 1924 in Lorena, frère Jean-Pierre è stato fra i giovani alsaziani e lorenesi arruolati con la forza nell’Arbeitdienst (un servizio militare preparatorio che poi finì nella Wermacht), e destinati al fronte russo. La tubercolosi contratta gli evitò di partire. Fu l’unico sopravvissuto della sua unità. Finita la guerra, si orientò alla vita religiosa. Formatosi dai padri maristi e ordinato prete nel 1953, pochi anni dopo entrò nel monastero trappista di Timadeuc, in Bretagna.

Nel 1964, rispondendo a dom Jean de la Croix, abate di Aiguebelle, con altri due monaci raggiungeva in Algeria – allora indipendente da soli due anni – i confratelli della comunità di Tibhirine (fondata nel 1938). La richiesta di una maggiore presenza di religiosi era venuta dal cardinale Léon Duval, arcivescovo di Algeri. Fratel Jean-Pierre è rimasto nel paese per più di 30 anni, portando la testimonianza del vangelo in una terra prevalentemente musulmana, dilaniata, negli anni ’90, dalla guerra civile.

La presenza della comunità trappista di Tibhirine, molto ben integrata nella popolazione locale e da essa molto apprezzata, che altro non voleva che testimoniare in semplicità la propria presenza evangelica coltivando il dialogo e una pacifica convivenza, venne decimata appunto nel 1996, quando 7 dei 9 monaci che vi risiedevano, e il cui priore era padre Christian de Chergé, vennero rapiti e poi uccisi.

I sette monaci assassinati sono stati beatificati l’8 dicembre 2018 a Orano (Algeria), insieme ad altri 12 martiri della guerra civile algerina, di cui 6 religiose. Fratel Jean-Pierre, allora novantaquattrenne, aveva assistito alla cerimonia.

Fratel Amédée e fratel Jean-Pierre hanno continuato ad animare lo “spirito di Tibhirine” a Midelt, in Marocco, accogliendo molti pellegrini, sempre fedeli al dialogo interreligioso e alla testimonianza della speranza cristiana in terra musulmana.

Il 31 marzo 2019, papa Francesco in visita pastorale al Marocco, aveva abbracciato fratel Jean-Pierre con grande emozione, inchinandosi profondamente di fronte a lui, nella cattedrale di Rabat, nel corso dell’incontro con i sacerdoti, i religiosi, i consacrati e il Consiglio ecumenico delle Chiese.

«Uniti nella preghiera, che l’Altissimo ci conceda di continuare a mantenere “lo spirito di Tibhirine”, testimoniando questa comunità esemplare», scrivono i trappisti di Midelt che hanno raccolto l’eredità dei loro confratelli vissuti in Algeria.

Ai monaci di Tibhirine e alla loro avventura missionaria in terra d’Algeria finita con il loro assassinio è stato consacrato l’emozionante film Uomini di Dio (Des hommes et des dieux, l’originale). Il titolo si riferisce alla citazione biblica presentata all’inizio del film: «Io ho detto: “Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo, ma certo morirete come ogni uomo”» (Sal 82, 6-7). Uscito nel 2010, il film diretto da Xavier Beauvois ha vinto il Grand Prix speciale della giuria del 63º Festival di Cannes.

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