Kenya: alla Cop 27 l’eco del dramma climatico - Nigrizia
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Il paese alle prese con i tragici effetti della siccità
Kenya: alla Cop 27 l’eco del dramma climatico
La più grave siccità degli ultimi 40 anni ha già ucciso migliaia di capi di bestiame e di animali selvatici e ridotto alla fame quasi 4,5 milioni di persone, di cui almeno un terzo sono bambini. Tardive e molto poco green le soluzioni ventilate finora dal neo-presidente
11 Novembre 2022
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 6 minuti
Una mandria di bovini sterminata da fame e sete nelle zone aride e semi-aride del Kenya

Lo scorso 1 novembre il quotidiano kenyano Daily Nation, ha dedicato l’inserto settimanale Healthy Nation alla Cop 27 e l’ha intitolato Inside Kenya’s climate carnage (Dentro la carneficina per il clima in Kenya). Otto pagine di dati e informazioni, con l’articolo di punta intitolato Can we climb out of this hole? The climate crisis of our times (Possiamo uscire da questo buco? La crisi climatica dei nostri tempi).

Il pezzo è una raccolta di testimonianze di gente comune sull’impatto del cambiamento climatico sulla loro vita quotidiana.

John Njuguna, contadino, dice che alcuni anni fa raccoglieva dai 18 ai 25 sacchi di granoturco in un acro di terreno (poco più di 4mila metri quadrati). Oggi nello stesso acro non riesce a ricavarne neppure due per la progressiva diminuzione della pioggia. Non riesce a produrre abbastanza neppure per sfamare la sua famiglia.

E aggiunge che nella sua zona non aveva mai visto famiglie di contadini fare la fame, mentre ora è un’esperienza comune. John vive nella contea di Nyandarua, nel Kenya centrale, lontano dalle zone aride e semiaride del nord e della costa, dove la scarsità di piogge è endemica.

Hawa Muhmed vive nella contea di Garissa dove alleva bestiame. Racconta: «Due anni fa avevo 35 capi, tra capre e pecore. Solo 5 sono sopravvissute, mentre il resto del gregge è morto per la siccità».

Non si sta meglio in città, testimonia Esther Wanja, residente di Kibera, la baraccopoli più grande di Nairobi, la capitale. Esther ha perso ripetutamente tutto quello che aveva per allagamenti improvvisi a causa di acquazzoni inaspettati.

Fino a pochi anni fa, racconta, all’arrivo della stagione delle piogge mettevamo in salvo i nostri pochi averi, ma con il passare degli anni le piogge sono diventate sempre più imprevedibili e non riusciamo a difenderci. Dopo ogni alluvione, contiamo anche i morti. Le nostre organizzazioni comunitarie ci hanno detto che tutto questo è causato dal cambiamento climatico. 

Citati nell’articolo anche gli incendi che, con il passare degli anni, sono diventati sempre più frequenti e incontrollabili. Tra le zone più colpite, i parchi nazionali di Aberdare, abitato da greggi di elefanti, e del Monte Kenya. L’incendio più spaventoso del paese si è scatenato lo scorso ottobre nella contea di Makueni. Ѐ durato per alcune settimane e ha incenerito quasi 5 chilometri quadrati di foresta.

Strage di animali

L’articolo è illustrato da foto impressionanti, tra cui quella della carcassa di un giovane elefante attaccata da uno stormo di avvoltoi. La moria è confermata direttamente dalla ministra del turismo, Peninah Malonza, che la scorsa settimana ha presentato i dati riguardanti la fauna selvatica morta per cause connesse alla siccità nei mesi scorsi: 512 gnu, 430 zebre comuni, 205 elefanti e 51 bufali. La stessa sorte è toccata a migliaia di capi di bestiame e animali selvatici.

Sui bambini segni indelebili

Un altro articolo dell’inserto commenta l’impatto dell’odierna crisi climatica sui bambini e titola Children of a lesser God (Figli di un Dio minore), parafrasando quello di un famoso film e sottolineando in modo particolare il prevedibile destino di subalternità a causa dei segni indelebili causati dai traumi e dalla malnutrizione sullo sviluppo psicofisico e cognitivo.

Quella descritta dal quotidiano kenyano, e da innumerevoli altri articoli e servizi pubblicati dai mass media negli ultimi mesi, è dunque una situazione preoccupante e addirittura drammatica per quanto riguarda gli effetti della siccità.

Secondo dichiarazioni ufficiali, 20 delle 23 contee che si trovano nelle zone aride e semiaride del paese stanno sperimentando la più grave crisi climatica, e di conseguenza alimentare, degli ultimi 40 anni. Sono poco meno di 4,5 milioni le persone che necessitano di aiuto umanitario. Tra questi, almeno 1 milione e 400mila sono bambini.

Interventi tardivi e dannosi

Diversi esperti e attivisti, dalle stesse pagine dei giornali locali, fanno notare che, alle ricorrenti crisi, non sono seguite politiche credibili ed efficaci di contrasto. E anche questa volta non si vede quel cambio deciso di rotta che sarebbe necessario per mitigarne l’impatto.

Il governo, a lungo distratto dalla campagna elettorale, si è alla fine mobilitato, mediaticamente soprattutto. All’inizio di novembre lo stesso neo-presidente William Ruto ha visitato la contea Turkana, quella forse più devastata, ha contribuito alla distribuzione di aiuti alimentari, si è appellato ai donatori internazionali e ha infine lanciato un programma di supporto agli allevatori. Il vicepresidente Rigathi Gachagua ha fatto lo stesso nella contea di Kajado, terra maasai, non lontano da Nairobi.

Il loro intervento aveva certamente l’obiettivo di rivitalizzare la campagna di aiuti che languiva, a quanto pare tra lungaggini e corruzione.

L’arcivescovo cattolico di Nyeri, alla fine di ottobre, aveva detto pubblicamente che gli aiuti stanziati dal governo non avevano ancora raggiunto chi ne aveva bisogno. Negli stessi giorni l’arcivescovo anglicano di Mombasa aveva stigmatizzato senza giri di parole la possibilità che qualcuno potesse «mangiarsi i denari» destinati alle vittime della carestia, come purtroppo era già successo in altre occasioni simili.

Dichiarazioni ribadite il 10 novembre in una conferenza stampa nella quale la Conferenza episcopale del Kenya (Kccb) ha invitato il governo a dichiarare la situazione di siccità nel paese un “disastro nazionale”.

Il nuovo esecutivo ha già proposto anche alcune direzioni per far fronte all’insicurezza alimentare. Tra i primi provvedimenti già approvati, l’autorizzazione all’uso delle sementi Ogm. Il Kenya è il quinto paese nel continente a cedere alle pressioni delle multinazionali che ne possiedono i brevetti.

L’altra misura, ventilata dal vicepresidente, sarebbe la ripresa della coltivazione agricola in foresta, metodo che ha portato alla deforestazione del territorio e ha facilitato l’insediamento abusivo nei polmoni e nelle riserve idriche del paese di decine di migliaia di famiglie.

I provvedimenti ventilati hanno suscitato un’alzata di scudi tra gli attivisti locali, preoccupati per la conservazione dell’ambiente, delle risorse strategiche e della biodiversitá del paese.

Questione di soldi

Tuttavia il presidente Ruto partecipa da protagonista alla Cop 27. Nella giornata di apertura ha pronunciato un discorso duro e pungente, ma interessante, come presidente del Comitato dei capi di stato e di governo africani sul cambiamento climatico (Committee of African Heads of State and Government on Climate Change).

Tra gli argomenti toccati, le potenzialità del continente per quanto riguarda lo sviluppo sostenibile, la necessità della protezione delle risorse ambientali, lo sviluppo di tecnologie verdi. Ha poi richiamato i delegati agli impegni assunti in passato per la mitigazione e l’adattamento, sollecitando lo stanziamento di risorse maggiori di quelle previste per i paesi più colpiti, che sono soprattutto quelli africani.

Un appello forte, che sarebbe più credibile se la crisi climatica fosse affrontata in modo più coerente, determinato e sostenibile prima di tutto in Kenya, paese che ha qualche possibilità in più rispetto a tanti altri nel continente.

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