Come largamente previsto, il primo ministro etiopico Abiy Ahmed ha vinto le elezioni del 21 giugno scorso. Il suo Partito della prosperità si è aggiudicato 410 dei 436 seggi in palio al parlamento nazionale. Alla competizione elettorale partecipavano 47 partiti. Rimangono vacanti 111 seggi, dei 547 totali.

Le elezioni, infatti, non si sono svolte nel 20% circa dei collegi, quelli delle regioni in cui si registrano gravi problemi di instabilità, quali il Tigray, diverse parti dell’Oromia e il Benishangul-Gumuz, nella regione Amhara. In queste zone è prevista un’altra tornata elettorale il prossimo 6 settembre. Non sono per ora programmate elezioni in Tigray, che è titolare di 38 seggi nel parlamento nazionale. La nomina del nuovo governo è prevista per ottobre.

Abiy Ahmed, commentando la schiacciante vittoria, ha descritto il voto come «un’elezione storicamente inclusiva», secondo lo stile in cui, negli ultimi mesi, si è ottimamente esercitato: coprire i fatti con dichiarazioni mirabolanti, come se i numeri non parlassero da soli. E non fossero da leggere insieme ad altri fatti, quali il boicottaggio del voto dei maggiori partiti oromo, che rappresentano una buona parte del gruppo etnico maggioritario del paese, a causa di minacce e restrizioni nella loro azione politica.

Denunce simili a quelle di Berhanu Nega, esponente del Partito etiopico per la giustizia sociale, unico vero competitore elettorale del Partito della prosperità. Il suo partito, ha dichiarato, ha presentato più di 200 esposti durante le operazioni di voto e di spoglio delle schede perché in diverse regioni i suoi osservatori sono stati bloccati e minacciati da funzionari governativi ed esponenti delle forze dell’ordine.

Episodi simili a quelli riportati in un primo rapporto dalla commissione paragovernativa per i diritti umani, la Ethiopian Human Rights Commission (Ehrc) in cui si elencavano “arresti impropri”, intimidazioni ai votanti e “molestie” agli osservatori e ai giornalisti, ed anche uccisioni nei giorni precedenti al voto nella regione Oromia. Nel rapporto conclusivo la situazione è però descritta in modo diverso. Vi si legge che nelle sezioni elettorali osservate non si erano verificate “violazioni dei diritti umani serie o diffuse”.

Altro interessante elemento che fa supporre un clima ben diverso da quello di “un’elezione storicamente inclusiva”, ma fa pensare piuttosto a quello di un voto che si è svolto sotto una pesante cappa di intimidazioni più o meno esplicite che si è esercitata anche sulle istituzioni di controllo.

Perciò, secondo Tsedale Lemma, fondatore del giornale indipendente Addis Standard, «queste elezioni sono ben lontane dal fornire legittimità al governo e stabilità al paese … è probabile che spingano l’Etiopia ancor più sull’orlo della disintegrazione».

Diversi analisti osservano, infatti, che per ora non si capisce come Abiy Ahmed – primo ministro per nomina parlamentare – userà la legittimazione che gli viene dal voto popolare.

Terrence Lyons, che ha seguito il processo elettorale per la Scuola per la pace e la risoluzione dei conflitti Jimmy e Rosalynn Carter dell’università George Mason, osserva che il primo ministro etiopico ha due possibilità: continuare a consolidare il potere con i mezzi autoritari che sta usando in questo momento, oppure, ora che il suo mandato è assicurato, riconoscere che nel paese ci sono reali problemi e cercare una soluzione condivisa.

Lyons aggiunge che molti credono che l’opzione scelta sarà la prima. Tra gli altri, Matt Bryden, direttore del centro di ricerca Sahnan, specializzato sul Corno d’Africa. Dice che molto probabilmente Abiy «pretenderà che le elezioni siano state le migliori in Etiopia e che ora ha un mandato ancora più forte per perseguire la sua agenda … ridisegnando l’Etiopia come un’autocrazia più centralizzata».

Al cuore dei problemi del paese ci sono infatti diverse visioni della governance. L’attuale federalismo etnico, afferma Tewodrose Tirfe, presidente dell’Associazione degli amhara in America, non è adatto a costruire un’idea di nazione, anzi sta diventando un sistema che incoraggia la separazione. Dunque, se Abiy vuole salvare il processo di transizione democratica che ha messo in moto, deve iniziare un dialogo nazionale che porti ad una sua riforma condivisa.

Ma questo contrasta in modo stridente con il modo in cui ha finora affrontato il problema della diversa visione del governo del paese. Ha scatenato la guerra in Tigray, dove il partito di maggioranza, il Tplf, è depositario del modello vigente, quello appunto di una federazione su base etnica, e ha represso con la forza in altre regioni del paese le istanze di protezione dell’attuale decentralizzazione.

Secondo Tewodrose Tirfe, se non verrà riformato questo sistema di «apartheid etnica» che «lascia milioni di etiopici senza diritti di cittadinanza se vivono fuori dalla loro regione d’origine», il paese non potrà avviarsi verso una vera forma di democrazia.

Altri analisti, come William Davison del Crisis Group, ricordano che il sistema vigente può certamente essere migliorato, ma ha radici profonde nella storia recente del paese che non possono essere sottaciute e neppure sottostimate.

Si tratta dunque di un dibattito serrato che non potrà essere risolto con la forza delle armi. Il modo come è stato finora affrontato dal governo di Addis Abeba ha sicuramente indebolito il paese e l’ha esposto a una crescente instabilità interna e a relazioni regionali e internazionali sempre più problematiche.

Neppure questa vittoria elettorale, peraltro di dubbia legittimità politica, potrà contribuire a migliorare la situazione. Il giorno dopo la diffusione dei risultati elettorali, al Jazeera ha commentato che potrebbe essersi trattato di una “vittoria di Pirro”.

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