Manifesto contro la corruzione in Nigeria (cfr.org)

5 miliardi e 733 milioni di naira, circa 15 milioni di dollari: questo l’ammontare delle tangenti che un gruppo di avvocati nigeriani, intervistati dall’Anti Corruption Academy (Acan), ha segnalato di aver pagato principalmente a giudici e a personale impiegato nelle Corti di giustizia tra il 2018 e il 2020.

L’ultimo report sull’Indice di corruzione in Nigeria (Nigeria corruption index: report of pilot survey) è stato elaborato e pubblicato dal braccio intellettuale dell’Independent Corrupt Practices and other related offences Commission (Icpc), nota agenzia federale anti-corruzione, nel dicembre 2020. Si tratta di un’indagine pilota, svolta su un ristretto campione di persone, rappresentanti dei settori esecutivo, legislativo, giudiziario e delle imprese private, a cui farà seguito un’analisi più ampia e complessa.

E’ ormai ben noto che in Nigeria il perpetuarsi delle pratiche corrotte sia il risultato di una forte complicità tra pubblico e privato. L’indagine individua infatti un indice di corruzione pari a 48, su una scala da 0 (per niente corrotto) a 100 (completamente corrotto). La Nigeria dunque risulta, anche in rapporto ad analisi interne, un paese altamente compromesso dal fenomeno della corruzione.

Dal report emergono casi di imprese private che hanno ottenuto appalti pubblici e che hanno poi dirottato i soldi ottenuti dai contratti verso tasche private, senza eseguire i lavori di cui erano stati incaricati.  

Altre compagnie agiscono perfino entro schemi legali, ostentando una dubbia filantropia e millantando l’assegnazione di donazioni ai ministeri e alle agenzie del governo, perché vengano utilizzati a beneficio della collettività, e che invece vengono spediti agli ufficiali pubblici per “premiarli del lavoro fatto”.

Ciò che ha destato scalpore dopo la pubblicazione del report è stato però l’alto livello di corruzione nel settore giudiziario, effetto della deleteria combinazione tra pratiche corruttive cosiddette “non monetarie”, come le intimidazioni e le pressioni per soddisfare un interesse, e quelle “monetarie” in cui sono coinvolte ampie somme di denaro.

Sempre su una scala di valori da 0 a 100, la giustizia ha ottenuto un drammatico punteggio di 63, affermandosi quindi come il potere più corrotto in Nigeria, seguita dalle imprese private (44), il potere esecutivo (42) e quello legislativo (41).

Dei 638 avvocati intervistati, protetti dall’anonimato, 63 hanno dichiarato di aver pagato una tangente principalmente in occasione di controversie politiche ed elettorali. Dei 121 giudici interpellati, anche loro rimasti anonimi, 11 hanno ammesso di aver ricevuto offerte di tangenti per influenzare la gestione del caso giudiziario di competenza.

Oltretutto, gli istigatori si sono talvolta serviti di coniugi, parenti, autorità religiose, leader tradizionali ed ex colleghi di lavoro o collaboratori dei giudici, per corrompere gli stessi magistrati. Questi espedienti hanno indotto gli ufficiali giudicanti a non denunciare gli spiacevoli episodi di cui erano stati vittime, proprio per il timore di dover querelare una persona cara.

Tra le pratiche che hanno alterato l’indipendenza e l’imparzialità della giustizia e il regolare sviluppo dell’iter giudiziario c’è stata anche la manomissione fraudolenta dei documenti legali in possesso delle Corti, di cui si sono rivelati responsabili soprattutto i membri del personale operativo dei tribunali.

Le perplessità sui risultati delle elezioni del 2019

La pubblicazione del report è stata accolta da un profluvio di critiche ed elogi per il lavoro di indagine fatto dall’Acan e dall’Icpc.

Tra coloro che circoscrivono la corruzione nel settore giudiziario alla presenza di qualche mela marcia, e coloro che hanno invitato a rileggere l’indagine anche da un’altra prospettiva, scagionando parzialmente gli avvocati, incaricati di eseguire semplicemente gli ordini dei loro clienti politici, c’è anche chi ha risvegliato i dubbi sulle elezioni del 2019.

Il 23 febbraio 2019 i cittadini nigeriani furono chiamati alle urne per votare il presidente e i membri del parlamento. La data fissata slittò di una settimana, dal 16 al 23 febbraio, con un annuncio da parte della Commissione elettorale poche ore prima del voto.

La Commissione dichiarò che il rinvio era stato determinato da problemi logistici e non da pressioni politiche, ma questo non tranquillizzò gli animi dei nigeriani, infuriati per le falle organizzative e per le intimidazioni e le violenze subite dall’inizio della campagna elettorale, nell’ottobre 2018.

In quel periodo ci furono infatti numerose segnalazioni di uomini armati al soldo dei due principali partiti antagonisti, l’All Progressives Congress (Apc) e il People’s Democratic Party (Pdp), e delle forze di polizia, che minacciavano gli elettori e prendevano d’assalto i seggi elettorali.

L’affluenza alle urne fu bassa ma Muhammadu Buhari, dell’Apc, ottenne il suo secondo mandato presidenziale con il 56% dei consensi, infiammando così le accuse di brogli da parte del candidato oppositore Atiku Abubakar, del Pdp, e dei suoi sostenitori. Il Pdp chiese infatti di ispezionare i registri degli elettori, le schede elettorali e i documenti utilizzati per il voto e un tribunale nigeriano accolse la sua richiesta.

L’amministrazione del presidente Buhari viene così presa nuovamente di mira e guardata con sospetto, dopo la pessima gestione delle proteste #EndSars dell’ottobre scorso.