Turchia-Africa / I viaggi di Erdogan
Il presidente turco è appena tornato dagli incontri in 3 paesi africani: Algeria, Gambia, Senegal. Dal 2003 sono 30 gli stati visitati dal “sultano”. La conferma dell’attivismo ottomano in un continente ritenuto vitale per gli interessi turchi.

La bandiera della Mezzaluna non torna a sventolare solo nel Mediterraneo e in Libia. Il sultano mostra i muscoli, in preda a una febbre diplomatica, in tutta l’Africa. Negli ultimi giorni, dal 26 al 28 gennaio, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è stato protagonista di una visita lampo in tre paesi africani. Algeria, Gambia (visita storica essendo la prima), e infine Senegal.

Dall’inizio del suo mandato da premier, nel 2003, e ancor di più da quando ha assunto la presidenza della Turchia, nel 2014, Erdogan ha visitato un totale di 30 paesi africani.

Segno di un attivismo ottomano in Africa, che ha avuto un notevole slancio dopo la dichiarazione della Turchia come partner strategico del continente da parte dell’Unione africana nel gennaio 2008. In realtà, risalgono già alla fine del secolo scorso le mire del sultanato sul continente: nel 1998, infatti, Ankara adottò il suo piano di espansione africana. Da allora si sono svolti tre vertici di cooperazione Turchia-Africa: il primo a Istanbul nel 2008, il secondo a Malabo (Guinea Equatoriale) nel 2014 e il terzo sempre a Istanbul nel 2019.

Scambi commerciali

Una frenesia che ha avuto conseguenze economiche importanti: il volume degli scambi commerciali della Turchia con l’Africa è aumentato dai 5,4 miliardi di dollari nel 2003 a 26 miliardi di dollari nel 2019, facendo registrare un aumento del 381% negli ultimi 17 anni, con l’obiettivo dichiarato di Ankara di raggiungere quota 50 miliardi entro il 2023, anno del centenario della fondazione della Repubblica turca.

I principali settori di sviluppo a cui le aziende private turche ambiscono sono: edilizia pubblica (infrastrutture, soprattutto), industria tessile e agroalimentare (ad esempio trasformazione di materie prime come cotone e pesce), medicina (industria farmaceutica e cliniche private ad alti standard), turismo (hotel e resort di lusso) ed elettronica (telefonia, computer, ecc.). La compagnia di bandiera Turkish Airlines ambisce poi a detronizzare Ethiopian Airlines e Air France-KLM per volume di collegamenti: nel 2008 volava su 4 sole destinazioni dell’Africa subsahariana, oggi serve oltre 50 città in 26 paesi africani.

Apertura diplomatica

Altro dato significativo sono le aperture delle ambasciate turche in Africa. Dal 2009 a oggi, sono aumentate da 12 a 40, l’ultima è stata a Freetown, capitale della Sierra Leone. Ma l’obiettivo finale è di aprirle in tutte le capitali africane. D’altra parte, negli ultimi cinque anni ad Ankara sono state inaugurate 22 sedi diplomatiche africane, che sono andate ad aggiungersi alle dieci già presenti nella capitale.

Ma l’influenza turca ha una natura anche culturale. Tre gli strumenti di cui si serve per l’espansione: l’Agenzia di cooperazione e sviluppo (Tika), incaricata di promuovere gli investimenti nei paesi in via di sviluppo; l’istituto Yunus Emre, fondato di recente con lo scopo di promuovere la cultura, l’istruzione e l’arte turca all’estero. Infine l’identità religiosa. La Tika conta attualmente delle sedi in 11 paesi africani, mentre l’istituto Emre ha aperto centri culturali in 6 paesi. La comune fede nell’islam è un fattore culturale importante che favorisce il dialogo con i paesi africani a maggioranza musulmana.

Dominio ottomano

Abbandonato l’asse privilegiato dei rapporti con Israele e il principio che la Turchia è il baluardo dell’Occidente verso l’Oriente, il nuovo dogma, dunque, è quello ottomano, incentrato sulle comuni radici e origini della coesistenza culturale, non politica, dei vari popoli durante il dominio del sultano. Un dominio che aveva sotto di sé anche ampie fette d’Africa nera: dal Ciad al Niger, da Gibuti all’Eritrea, dall’Etiopia alla Somalia e al Sudan. Un’influenza che Ankara vuole ristabilire.

Infatti il suo bacino di interesse prevalente resta il Mediterraneo orientale, l’area che va dal Golfo di Sirte per finire in Somalia. Ed è qui, al largo del Corno d’Africa che il sultano ha annunciato di voler estrarre petrolio avendo ricevuto il via libera da Mogadiscio.

L’enclave somala

Un paese, la Somalia, su cui la Turchia ha puntato da almeno un decennio. Erdogan è stato il primo premier non africano, nel 2011, a sbarcare in Somalia dopo 20 anni. Il sostegno turco al fragile governo locale è continuato negli anni con la costruzione del più importante ospedale di Mogadiscio, la sistemazione di aeroporto, strade, orfanotrofi, scuole, pozzi. Nel 2017 la Turchia ha aperto nella capitale la più grande base militare fuori dai confini del paese: una struttura, costata 50 milioni di dollari, che si estende su più di 4 chilometri quadrati e la cui costruzione è durata due anni.

Da almeno un ventennio, quindi, Ankara è riuscita a riprendersi un posto al tavolo internazionale che conta, sostenuta da una crescita economica, da una nuova visione in politica estera, dagli spazi che si sono improvvisamente aperti nello scacchiere geopolitico e da quell’elemento identitario religioso che, strumentalizzato ad hoc, può fare miracoli. Non solo nei paesi arabi. Anche in quelli africani subsahariani, con forti pulsioni islamiste e desiderosi di coniugare idealismo e pragmatismo.