Luca Manes, da Tunisi

Dopo il grande successo della marcia di ieri, il World Social Forum si trasferisce dal centro cittadino al campus dell’Università di Tunisi per le centinaia di seminari, workshop e iniziative culturali in programma per i prossimi tre giorni.

I temi sono molteplici e spesso complessi da trattare. Dopo qualche problema logistico, fisiologico per un evento così mastodontico, gli incontri procedono come da programma. Molto partecipata la discussione sul settore minerario in Africa e la sua “allergia” a versare il contributo fiscale dovuto a vari Paesi del Continente.

Un esempio illuminante è quello del Malawi, che ci raccontano in maniera molto dettagliata esponenti di Afrodad. Lo sfruttamento minerario lì è in crescita esponenziale. Se nel 2009 incideva solo per l’un per cento sul pil nazionale, ora è già al 10 ed entro il 2018 arriverà addirittura al 30. In Malawi sono stato scoperti importanti giacimenti di uranio, tanto che la quantità cavata fuori dalla terra del prezioso minerale si è impennata del 58 per cento negli ultimi tre anni. Insomma, un business fiorente, con grandi imprese internazionali coinvolte e impegnate a negoziare lucrosi contratti con il governo locale. Tra questi la multinazionale australiana Paladin, che però per investire in Malawi ha strappato all’esecutivo di Lilongwe uno sconto consistente sul suo contributo fiscale (il 27,5 per cento invece del 30 per cento) e ampie concessioni sul pagamento delle royalties (in alcuni casi di solo l’1,5 per cento per i primi tre anni di attività).

Come se non bastasse, Afrodad ha il forte sospetto, per il momento non sostanziato da prove schiaccianti, che tramite il solito reticolo di società sparse per vari Paesi la Paladin favorisca la fuga di capitali verso paradisi fiscali.

A fronte di questi introiti in parte ridotti, il Malawi si deve accollare gli impatti ambientali delle attività estrattive. Impatti che, specialmente nel caso dell’uranio, sono devastanti. È il caso della miniera di Kayelekera, nel distretto settentrionale di Karonga. Negli ultimi mesi si sono registrate già varie proteste contro il progetto, che tuttavia continua ad andare avanti.

La società civile africana, però, non sta con le mani in mano. Lo scorso anno l’Economic Justice Network (EJN) ha riunito tutte le realtà continentali che si battono contro i sussidi e i “trucchi” fiscali permessi al settore minerario per creare una rete e formulare delle strategie comuni. Un passaggio fondamentale per capire nella sua interezza la complessa struttura della mining economy. Michelle Pressend dell’EJN è convinta che solo così si possa mettere un limite all’impunità delle corporation, facendo allo stesso tempo pressione sui troppo compiacenti governi locali. Michelle è sudafricana e non si può esimere dal ricordare i tanti problemi che il comparto minerario sta vivendo nel suo Paese.

Ancora fresco è il ricordo della strage della miniera di platino di Marikana accaduta lo scorso agosto, quando le forze di polizia uccisero 34 minatori in sciopero contro le pessime condizioni lavorative.  “C’è bisogno di ripensare radicalmente il concetto di gestione delle risorse naturali, ma nel frattempo le società che operano in territorio africano devono pagare la giusta porzione di tasse e non devono spostare impunemente capitali nei paradisi fiscali” ha spiegato la Pressend, che ha chiuso il suo intervento con una forte critica alla responsabilità sociale d’impresa, “solo un altro modo per eludere i veri problemi presenti sul campo”