L’Etiopia, il fascismo e noi

Il passato coloniale dell’Italia è stato a lungo mistificato dalle istituzioni, dalla politica e dalla stampa. Emblematica la vicenda dei gas nella guerra d’Abissinia.

La guerra d’Etiopia è stata una delle più grandi campagne coloniali della storia. Fu la prima guerra internazionale di un regime fascista che per la prima volta ha utilizzato su larghissima scala l’arma chimica per annientare l’avversario. Circa 500mila gli italiani mobilitati per invadere l’unico paese africano facente parte della Società delle Nazioni: una guerra che durò dal 3 ottobre 1935 al 9 maggio 1936 e che si concluse con la proclamazione di un impero di cartapesta. Il conflitto sconvolse l’assetto internazionale ed è da considerarsi tra i maggiori complici dello scoppio della seconda guerra mondiale.

Di tutto ciò in Italia si sa poco o nulla. Ancora oggi sui libri scolastici di storia la guerra d’Abissinia occupa un paragrafo troppo ridotto e trascurato. In Africa l’Italia fascista sganciò tonnellate e tonnellate d’iprite (*) sulle popolazioni indigene, ma ciò è rimasto un segreto per sessant’anni.

Fino al febbraio 1996 se qualcuno, documenti alla mano, cercava di dimostrare che il regime fascista aveva usato l’arma chimica nel corso delle sue guerre africane, veniva prontamente sbugiardato, censurato o, nel migliore dei casi, messo alla gogna come anti-italiano. Mai segreto è stato tanto caparbiamente difeso, prima dal regime fascista poi dall’Italia della prima repubblica.

Fu necessario l’insediamento di un governo di tecnici, quello di Lamberto Dini (17-01-1995/ 11-01-1996), perché il ministro della difesa di allora, Domenico Corcione, ammettesse ciò che pochi storici caparbi andavano dicendo dagli anni Sessanta. Angelo Del Boca fu il primo a rompere il silenzio nel 1965 con il suo volume Guerra d’Abissinia 1935-1941. Ciò che lo rese un libro di rottura e che accese le polemiche dei settori più nostalgici fu il primo accenno esplicito all’uso degli aggressivi chimici in modo non episodico contro un popolo che non li possedeva.

In quegli anni, storici come Del Boca e Giorgio Rochat si scontrarono con l’indisponibilità delle istituzioni ad aprire gli archivi per permettere la ricostruzione di quanto avvenuto. Nel contempo, la stampa nazionale non dava alcuno spazio alla possibilità che gli italiani si fossero macchiati di atrocità quali deportazioni, stragi ed eccidi in Africa orientale. E penne d’indiscussa autorità come Indro Montanelli si affannavano per negare l’uso dei gas e per testimoniare la bontà del nostro colonialismo rispetto agli altri.

Questo contesto, unito alla memorialistica di guerra inesistente o fortemente lacunosa, ha fatto sì che sull’Abissinia sia calata una spessa coltre fumogena. Una coltre alimentata dalla totale impunità per i responsabili: da Mussolini a Badoglio, da Graziani a De Bono, da Tracchia a Pirzio Biroli, nessuno trascorse mai un giorno in carcere per i crimini commessi in colonia.

La censura della memoria
La mancata punizione per crimini così gravi ha ingenerato nella maggioranza degli italiani una visione sfuocata e distorta dei fatti accaduti in Africa. Anzi, fu proprio una rimozione totale voluta in primis dalle istituzioni. (…)

Per continuare la lettura dell’articolo del numero di Nigrizia di maggio 2015: rivista cartacea o abbonamento online.

Sopra la copertina del libro di Simone Belladonna, “Gas in Etiopia, i crimini rimossi dell’Italia coloniale”. Edizioni: Neri Pozza, 2015. pp.286, 19,00 Euro.

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati