Profughi in Sud Sudan

Sono 135mila, dislocati in quattro campi, i sudanesi che hanno trovato rifugio nella contea di Maban. Sono stati cacciati dal loro paese, ma non mollano. E accusano El-Bashir di voler arabizzare il Sudan.

Il piccolo aereo del Programma alimentare mondiale (Pam) atterra tra una nuvola di polvere rossa sulla pista di terra battuta, mentre a poche decine di metri si intravedono le tende del campo di Doro, uno dei quattro che, nella contea di Maban (Sud Sudan), ospitano almeno 135mila profughi del Nilo Azzurro, lo stato sudanese il cui confine si trova a pochi chilometri, nella foresta.

Gli altri (Yusuf Batil, Gendrasa e Kaya) si susseguono lungo una pista su cui si affacciano anche i principali villaggi della comunità ospitante. E i conflitti tra i due gruppi sono frequenti, tanto che il lavoro di smussamento delle tensioni è una parte significativa delle attività nei campi, portato avanti soprattutto da una piccola organizzazione del Nilo Azzurro, la Funj Youth Development Association (Fyda), che si è trasferita insieme alla popolazione in fuga, a cui ora fornisce preziosi servizi.

A Maban manca tutto, o quasi. Dunque la competizione per i beni essenziali è inevitabile. Da quando, nel 2014, è scoppiata la guerra civile in Sud Sudan, la contea è isolata. Le strade non sono più percorribili perché attraversano numerose volte i confini, sempre in movimento, tra i territori controllati dal governo o dall’opposizione armata. La pista dell’aeroporto e i cargo che sorvolano continuamente la zona e scaricano i beni di prima necessità sono gli unici legami con il resto del paese e i mezzi per rifornire di cibo decine di migliaia di persone. Le razioni sono per forza di cose limitate, circa la metà di quelle stabilite dagli standard internazionali, mentre l’unica integrazione possibile della dieta viene da frutta, erbe selvatiche e pesce, abbondante nei corsi d’acqua solo durante la stagione delle piogge. I prezzi, invece, sono inaccessibili per la maggior parte della gente, che si deve perciò accontentare delle razioni insufficienti distribuite dalle organizzazioni internazionali.

Gli Omda (così si chiamano in Sudan i capi tradizionali di vaste aree) di due distretti della contea di Baw, insieme a Kurmuk la più devastata dal conflitto, che hanno organizzato l’esodo e hanno poi seguito la loro gente nei campi, descrivono lucidamente la precarietà degli equilibri della convivenza. «La gente qui non ci vuole – dicono ? perché le nostre bestie sfruttano i loro pascoli e noi usiamo i loro alberi per cucinare e per costruirci le capanne». La situazione è migliorata solo dopo un incontro, organizzato da Fyda, in cui i rifugiati si sono impegnati a riportare il bestiame a casa e a chiedere permessi per l’uso delle risorse forestali. «Ma l’unica soluzione – sottolineano ? è la fine della guerra e il riconoscimento dei nostri diritti nel nostro paese». (…)

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