Economia Politica e Società Sudan
Gli interessi economici dei militari bloccano la transizione democratica
Sudan: il regime consolida il controllo su economia e finanze
12 Luglio 2022
Articolo di Bruna Sironi (dal Kenya)
Tempo di lettura 6 minuti
(Credit: Middle East Online)

La transizione democratica in Sudan è bloccata dal controllo dell’economia del paese da parte dei militari e delle forze di sicurezza, che difendono così i propri interessi corporativi e quelli personali di molti dei loro leader.

Lo sostiene il rapporto Breaking the Bank pubblicato recentemente dal Centro per gli studi avanzati di difesa (Center for Advanced Defense Studies – C4ads), un’organizzazione statunitense senza scopo di lucro specializzata nell’analisi di dati su conflitti globali e problemi di sicurezza transnazionale.

Il trentennale regime del deposto presidente Omar El-Bashir, dice il documento, era fondato sul potere di un deep state, uno stato parallelo formato da una rete di funzionari di medio ed alto grado degli apparati di sicurezza e delle istituzioni governative che si servivano della propria posizione per consolidare il controllo sulle risorse del paese e garantirsi l’impunità. E dunque direttamente e fortemente interessati al mantenimento dello status quo.

Dopo la caduta del regime, esercito e apparati di sicurezza, parte delle istituzioni di transizione, non hanno fatto altro che sviluppare e raffinare questo controllo. Il colpo di stato militare del 25 ottobre dell’anno scorso è stato determinato dalla “necessità” di impedire alle forze civili, pure impegnate negli organi della transizione, di smantellare la rete dello stato parallelo, considerato il vero nemico da battere per avviare il paese alla democrazia.

Il compito era stato affidato al Comitato per smantellare il regime (Regime Dismantlement Committee – Rdc), un organismo contro la corruzione con il compito di recuperare i beni pubblici arraffati da istituzioni private o singoli cittadini e di allontanare dal potere esponenti vicini al passato regime, in maggioranza parte del deep state.

Il Rdc era formato da civili con la partecipazione di rappresentanti delle forze di sicurezza. Il comitato è stato ovviamente sciolto dopo il golpe militare di ottobre e i suoi responsabili a lungo incarcerati. Ma il dibattito sui suoi provvedimenti è sempre stato particolarmente aspro, tanto che già in febbraio il rappresentante dei militari, che presiedeva il comitato insieme ad un civile, si era dimesso.

Nel suo breve periodo di attività, il Comitato ha emesso oltre cinquecento provvedimenti con cui ha sequestrato beni indebitamente posseduti da affiliati del deposto regime, ha rimosso da posti governativi centinaia di persone, ha sciolto organizzazioni non governative di fatto gestite dal passato governo e strumento di consolidamento del consenso popolare.

Dopo il colpo di stato, molte decisioni prese dal Rdc sono state revocate e tutto sta tornando velocemente alla situazione precedente.

Controllo capillare

I ricercatori che hanno scritto il rapporto hanno mappato il sistema economico sudanese attraverso dati governativi ed indipendenti allo scopo di individuare le imprese controllate direttamente o indirettamente dallo stato.

Ne hanno trovato 408, operanti nei settori più diversi: dall’agricoltura al sistema bancario all’industria militare. 126 di queste compagnie, tra cui alcune delle più grosse e importanti del paese, erano state sequestrate a esponenti del deep state dal Comitato e sono ora gestite dal ministero delle finanze.

Ministro è Gibril Ibrahim, comandante del Jem (Justice and Equality Mouvement), gruppo armato attivo nel conflitto darfuriano contro il regime di El-Bashir e parte del movimento popolare che ha portato alla sua deposizione, passato dalla parte dei militari a cavallo del golpe dell’ottobre scorso.

Secondo le disposizioni dell’attuale regime, le imprese sequestrate al deep state dovrebbero tornare ai precedenti proprietari, esponenti del governo di El-Bashir, oppure essere riassegnate, ovviamente a sostenitori dell’attuale governo golpista o restare di competenza del governo stesso. In tutti i casi, è chiaro che sono pedine utili per rafforzare la rete di interessi che sostiene l’attuale giunta militare.

Risalire a chi controlla realmente le imprese statali sudanesi non è semplice. In molti casi, per tentare di evadere le sanzioni imposte nel 1997 dagli Stati Uniti e durate vent’anni, sono stati utilizzati espedienti che hanno reso l’impianto societario opaco e impenetrabile. Tanto che gli Stati Uniti stessi hanno probabilmente evaso le loro stesse sanzioni continuando a far affari con uomini politici sudanesi che potrebbero essere stati, almeno in parte, prestanomi di interessi governativi.

Armi, banche e oro

Tuttavia, il documento presenta prove che dimostrano come il governo sia titolare di importantissime imprese. Prima è la Military Industry Corporation’s (Mic) che produce armamenti, anche su licenza, in particolare russa, iraniana e più recentemente cinese. La Mic produce anche per l’esportazione e fa del Sudan uno dei più importanti produttori di armamenti africani. Analisti specializzati nel settore dicono il terzo, dopo Egitto e Sudafrica.

I ricercatori hanno trovato che anche la rete delle fabbriche Giad, che produce o assembla autovetture, è controllata direttamente dal governo. Senza contare la produzione di oro, di cui il Sudan è il terzo produttore africano, dopo Ghana e Sudafrica.

Sono di proprietà diretta dell’esercito o delle Forze di intervento rapido (Rapid Support Forces – Rsf, che fanno capo al numero due del regime, Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti), diverse imprese finanziarie tra cui fondi per interventi caritativi e fondazioni, attraverso cui controllano varie attività finanziarie, comprese diverse banche.

Tra queste la Banca di Omdurman, la più importante del paese, che è di proprietà dell’esercito per almeno l’86,9%, ma attraverso diversi giri societari, tanto da permettere all’istituzione di operare sul mercato finanziario internazionale senza problemi, anche durante il periodo delle sanzioni americane.

Insomma, una buona fetta dell’economia del paese è direttamente nelle mani delle forze di sicurezza. I proventi che ne derivano sono utilizzati al di fuori del budget pubblico per rafforzare il proprio potere e arricchire i propri leader.

Il controllo dell’economia è un prerequisito necessario per un governo democratico. Tanto più in un paese in cui il tasso di inflazione si attesterà attorno al 246% quest’anno (previsione della Banca africana di sviluppo) e dove 18 milioni di persone saranno affette da fame acuta entro settembre (dati Fao e Pam).

La richiesta del governo civile era che l’esercito passasse le sue proprietà alle istituzioni civili. Dopo il colpo di stato, con ogni probabilità determinato anche, se non soprattutto, da questa richiesta, l’economia del paese è controllata dall’esercito e dalle forze di sicurezza direttamente, attraverso i ministeri competenti e attraverso lo stato parallelo. E questo rende ben poco interessante per i golpisti sedersi ad un tavolo di mediazione.

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