Il 25 ottobre, attorno a mezzogiorno, il presidente del Consiglio sovrano del Sudan, generale Abdel Fattah al-Burhan, in un discorso teletrasmesso, dichiarava che l’ala militare delle istituzioni del periodo di transizione aveva preso il potere allo scopo di difendere la rivoluzione che aveva portato alla caduta del regime del National Congress Party (Ncp), il partito islamista del deposto presidente Omar El-Bashir.

Aggiungeva di aver sciolto tutte le istituzioni del periodo di transizione e di aver imposto lo stato di emergenza. Prometteva però elezioni libere e democratiche nel luglio del 2023. Sottolineava infine di aver preso quei provvedimenti in nome dei sudanesi tutti che soffrivano per la crescente insicurezza e per la crisi economica e politica di cui erano responsabili le forze civili, interessate solo a spartirsi il potere.

Una narrazione preparata accuratamente e diffusa nelle ultime settimane, intanto che cresceva la tensione tra l’ala militare e l’ala civile delle istituzioni transitorie, dopo un fallito colpo di stato maturato in seno all’esercito e la scoperta di una cellula terroristica con diverse basi nella capitale. Era una lettura sostenuta ad esempio da chi aveva bloccato il porto di Port Sudan e una delle più importanti vie di comunicazione commerciali del paese.

E anche dai due movimenti darfuriani, il Movimento di liberazione del Sudan (Slm) di Minni Minawi e il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem) di Gibril Ibrahim, che nelle scorse settimane si erano dissociati dal Fronte rivoluzionario sudanese (Srf), la rete dei movimenti di opposizione armata al regime del deposto presidente El- Bashir – una delle componenti della coalizione delle Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc) che esprime l’ala civile delle istituzioni di transizione. Val la pena ricordare che, grazie alla loro appartenenza al Srf, Minawi è ora il governatore del Darfur e Gibril Ibrahim era il ministro dell’economia del disciolto governo civile.

Ѐ una narrazione sostenuta, infine, dal vicepresidente del consiglio sovrano e comandante delle malfamate Forze di intervento rapido (Rsf), generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto con il soprannome di Hemetti, che la ripete come un ritornello da tempo, e anche in un’intervista pubblicata dal sito di Repubblica in questi giorni. Tutti costoro avevano chiesto che i militari prendessero finalmente il potere.

Al-Burhan, e chi ha sostenuto il golpe, puntava in sostanza ad intestarsi il merito di aver fatto cadere il passato regime, di sentirsi responsabili della sicurezza del paese e di proteggerne la transizione verso la democrazia.

Sono bastate poche ore perché la propaganda preparata con cura venisse smentita dai fatti.

Il popolo non ci sta

Alla notizia dell’arresto del primo ministro, di altri membri del governo, dei civili nel Consiglio sovrano e di alcuni leader dei partiti che fanno parte delle Ffc, decine di migliaia di persone sono scese nelle strade della capitale e di altre città. Hanno risposto all’appello di difendere la transizione democratica lanciato dal primo ministro prima dell’arresto e dall’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa), una rete di associazioni di categoria nate per bypassare i sindacati ufficiali, di fatto strumenti del regime di El-Bashir) che avevano guidato la mobilitazione popolare contro il passato regime.

La loro protesta pacifica è stata affrontata con le armi dai militari e dai miliziani delle Rsf che hanno mostrato la loro vera faccia. 7 morti e almeno 140 feriti è il bilancio della repressione delle proteste del 25 ottobre, secondo fonti ufficiali confermate dal comitato nazionale dei medici, una delle associazioni della società civile che hanno partecipato alla insurrezione che ha rovesciato il regime di El-Bashir nell’aprile del 2019.

Ma la carneficina, stigmatizzata tra gli altri dal vescovo di El Obeid, Yunan Tombe Trille, presidente della conferenza episcopale del Sudan, non è bastata a dissuadere la gente che anche la mattina seguente si è mobilitata in gran numero. La Spa ha formulato un piano di resistenza organizzata, chiamando anche allo sciopero e alla disobbedienza civile. Secondo testimoni oculari, a Khartoum e in altre città, banche, uffici, scuole e molti negozi sono rimasti chiusi, mentre diverse categorie di lavoratori hanno dichiarato di aver incrociato le braccia a tempo indeterminato, mentre i dimostranti assicurano che faranno di tutto perché il paese non sia mai più governato dai militari.

Isolamento internazionale

Il golpe è stato immediatamente condannato dal segretario generale dell’Onu, dal presidente dell’Unione africana che ha sospeso il paese dall’organizzazione, dall’Unione europea, dalle organizzazioni dei paesi arabi e da numerosi governi che hanno chiesto l’immediato rilascio dei rappresentanti istituzionali e politici arrestati. Gli Stati Uniti hanno anche comunicato l’immediata sospensione di 700 milioni di dollari già stanziati a sostegno della transizione del paese verso la democrazia.

Sono reazioni largamente prevedibili. Il paese, piuttosto che salvato da un’incombente crisi, è precipitato nell’isolamento internazionale, da cui era da poco uscito. Dure reazioni ci saranno anche nella regione, dal momento che Abdalla Hamdok, il primo ministro sudanese ora agli arresti in una località sconosciuta, è anche l’attuale presidente dell’Igad, l’organizzazione regionale per lo sviluppo, sempre impegnata a sbrogliare le intricate matasse delle relazioni nei e tra i paesi dell’area.

Darfuriani al potere

Il colpo di Stato non sembra dunque aver portato alcun vantaggio al paese, come preteso da chi ha preso il potere. A chi giova allora?

Sicuramente alle forze di sicurezza, alle Rsf e al loro comandante, Hemetti, prima di tutto. Dal loro punto di vista lunedì 25 ottobre si è concluso un percorso iniziato nell’aprile del 2019, quando la mobilitazione popolare ha provocato la caduta del presidente El-Bashir e loro hanno tentato di sostituire quel regime con un altro, a propria misura, uso e consumo.

Ma il colpo di palazzo allora è riuscito solo a metà perché la mobilitazione nelle strade non ha permesso che fosse portato a termine, neanche dopo il massacro della folla che da settimane, nella capitale, presidiava il comando militare e che fece centinaia di vittime. A Khartoum tutti dicono che le Rsf sono le principali responsabili. Hemetti lo nega, parlando di provocatori. Sta di fatto che l’inchiesta sui fatti langue, ma prima o poi dovrà rendere noti i nomi e i cognomi dei responsabili. E i sudanesi non sono disponibili ad accettare verità di comodo.

D’altra parte le Rsf sono molto ben conosciute in Sudan come responsabili di crimini e abusi contro i civili in Darfur e in tutte le altre zone instabili del paese. Hemetti stesso è descritto come un uomo senza scrupoli che ha scalato il potere e si è appropriato delle ricchezze del paese al prezzo del tradimento dei suoi protettori.

Il primo, Musa Hilal, comandante e organizzatore dei janjaweed, è in carcere da parecchi anni, perdente nella lotta per il controllo dei territori del nord Darfur ricchissimi di giacimenti d’oro che hanno fatto la fortuna economica di Hemetti e della sua famiglia, stimata tra le più facoltose, e perciò potenti, del paese.

Il secondo è il presidente El-Bashir stesso che ha appoggiato Hemetti nella lotta contro Musa Hilal in cambio di fedeltà e supporto al regime assoluti. Ma, nel momento cruciale, Hemetti è stato il primo a girargli le spalle indossando il cappello dello sponsor della democrazia, senza essere minimamente credibile, per altro.

Quanto all’oro, che si è rivelato una delle maggiori risorse del paese e ha ormai superato di gran lunga il petrolio, il governo civile stava già tentando di regolamentare il settore, con l’istituzione di un’authority che avrebbe finito per ingabbiare lo sfruttamento illegale delle miniere, il contrabbando e il commercio illecito di cui si nutrono i suoi enormi guadagni.

Anche il generale al-Burhan ha diversi scheletri nell’armadio, avendo guidato operazioni militari in Darfur, dove non lo hanno dimenticato, nonostante l’immagine del moderato negoziatore che ha cercato di costruirsi durante il periodo di transizione, come spiega a Nigrizia una fonte locale protetta da anonimato:

Infine, c’è in gioco la collocazione politica del Sudan. Le istanze islamiste non sono per niente finite con la caduta del regime dell’Ncp di El-Bashir, il partito nato dal Fronte islamico nazionale che aveva organizzato il colpo di stato del 1989. Anzi, a più riprese hanno assunto vigore anche durante questo periodo di transizione.

Le riforme che puntavano a differenziare l’ordinamento legislativo da shari’a sono state molto ostacolate. Come l’epurazione delle istituzioni e dell’esercito dai fedelissimi del regime. Ma inaspettatamente, le voci più forti in favore di un arco politico che includesse anche i partiti islamisti sono stati proprio Minni Minawi, leader del Slm e ora governatore del Darfur, e Gibril Ibrahim, leader del Jem e ministro dell’economia nel governo civile ora dissolto.

Il governo civile era certamente un impedimento a questi disegni di potere personale interno e collocazione internazionale del paese.

Vedremo presto se il golpe del 25 ottobre è l’ultimo atto del passaggio da un regime ad un altro, oppure uno stop sulla strada di una reale transizione. I sudanesi si sono dimostrati nel passato tenaci e coraggiosi, e non rinunceranno facilmente ai loro sogni di un paese diverso. Molto dipenderà però anche dalla comunità internazionale, dalle pressioni sui golpisti e dall’isolamento del loro regime, e dalle reti di solidarietà che la società civile e i mezzi di comunicazione saranno in grado di attivare a sostegno dell’opposizione interna. 

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