Da sinistra: il primo ministro Abdalla Hamdok e il presidente del Consiglio sovrano e capo di stato maggiore dell’esercito Abdel Fattah al-Burhan (Credit: Afp)

Il 21 settembre a Khartoum è stato sventato l’ennesimo tentativo di colpo di stato e si sono approfondite le divergenze nella leadership del paese tra l’ala militare e l’ala civile, costrette a convivere durante questo lungo periodo di transizione verso istituzioni democraticamente elette.

Il primo ministro Abdalla Hamdok e il presidente del Consiglio sovrano e capo di stato maggiore dell’esercito, generale Abdel Fattah al-Burhan, hanno dato versioni un po’ diverse dell’accaduto e si sono lanciati reciproche gravi accuse.

Già a ridosso del fallito golpe le ricostruzioni non collimavano. Il portavoce dell’esercito, generale di brigata Tahir Abu Haja, aveva fatto sapere che erano stati arrestati 21 ufficiali di grado superiore e numerosi altri di grado inferiore, oltre a un numero imprecisato di soldati semplici.

Il comandante delle forze di terra, generale Essam al-Din Karrar, aveva aggiunto che appartenevano in maggioranza ai corpi corazzati (Armoured Corps) e alle divisioni aerotrasportate (Airborne Forces) di stanza nella caserma di El Shajara, nella capitale Khartoum, non lontano da un ponte sul Nilo che la collega alla città gemella di Omdurman. Le comunicazioni tra le due città erano state bloccate per alcune ore durante e dopo l’incidente. Aveva poi sottolineato che non erano stati fermati civili e che non erano emerse affiliazioni politiche degli arrestati.

La prima dichiarazione del governo, rilasciata dal portavoce e ministro dell’informazione Hamza Balloul, affermava invece che erano coinvolti anche civili, membri del passato regime islamista del deposto presidente Omar El-Bashir.

Più tardi, il primo ministro aveva pronunciato un discorso ufficiale in cui ricostruiva il fatto come un tentativo di colpo di stato ben orchestrato all’interno e all’esterno dell’esercito. «Ѐ stato un altro tentativo dei residuati del passato regime di far abortire la transizione democratica e civile».

Aveva continuato, sottolineando che era stato preparato con cura fomentando l’anarchia nelle città (dove la criminalità è grandemente cresciuta negli ultimi mesi), sfruttando la situazione nell’Est del paese (dove da tempo i leader tradizionali dell’etnia autoctona, i Beja, chiedono una revisione della parte di accordo di pace di Juba, conosciuto come Eastern Track, che riguarda la loro regione), bloccando le strade, chiudendo i porti, interrompendo la produzione del petrolio e incitando continuamente la popolazione contro il governo civile.

La vignetta di Omar Dafallah pubblicata da Radio Dabanga, raffigura al-Burhan mentre aiuta i manifestanti del Sudan orientale a Port Sudan a bloccare la strada per Khartoum. “I militari creano il caos come preludio a un colpo di stato”, si legge nel testo in arabo in basso

Hamdok considerava il tentato golpe come una chiara manifestazione della crisi che era già stata analizzata dal governo che aveva anche proposto delle possibili soluzioni nell’iniziativa “Il modo per andare avanti” (The way forward). Infine, lo vedeva come una conferma della necessità di riformare gli apparati dell’esercito e dei servizi di sicurezza, e di epurarli dai simpatizzanti del passato regime, richieste più volte avanzate dall’ala civile e rintuzzate da quella militare nelle istituzioni in carica durante questo periodo di transizione.

Lo stesso pomeriggio al-Burhan, accompagnato dal vicepresidente del consiglio sovrano e comandante delle Forze di intervento rapido (Rsf), Mohamed Dagalo, conosciuto con il soprannome di Hemetti, aveva visitato la caserma dove era stato preparato il golpe e, dopo essersi complimentato con i militari che avevano saggiamente contribuito al suo fallimento, aveva ammonito che qualsiasi divisione nell’esercito e nelle forze politiche avrebbe portato a «risultati disastrosi».

Aveva proseguito sottolineando che «nessun gruppo ha il diritto di monopolizzare il potere. Le forze armate stanno guidando il cambiamento e lo portano dove vogliono». Una frase che, se interpretata letteralmente, può suonare decisamente inquietante. Ha poi accennato alle difficoltà economiche in cui versano i sudanesi – compresi i militari cui il governo non ha concesso un atteso sostanzioso aumento del salario richiesto dai vertici militari – chiedendo alle forze politiche di far attenzione alle condizioni del paese, sottintendendo, ovviamente, che ne sono responsabili.

Ma la responsabilità più grave è certamente il continuo braccio di ferro tra le diverse anime del potere che ha enormemente rallentato i cambiamenti necessari per stabilizzare il percorso di transizione. Due soli esempi possono bastare a dare il polso della situazione.

Da lungo tempo le Forze di intervento rapido avrebbero dovuto essere integrate nell’esercito, ma ancora sono di fatto una milizia che risponde al suo comandante e a nessun altro. Sul versante civile, ad un anno della firma dell’accordo di pace di Juba, le forze politiche non hanno ancora trovato un accordo per la nomina dei membri dell’assemblea nazionale, l’organo legislativo delle istituzione provvisorie.

Sequestri sospetti di armi

Alla luce del fallito golpe, potrebbero assumere un significato diverso anche alcuni recenti sequestri di armi operati nel paese. All’inizio di settembre una settantina di casse di armi russe, provenienti da Addis Abeba con un volo commerciale della compagnia di bandiera etiopica, erano state sequestrate all’aeroporto di Khartoum.

Erano state acquistate durante il passato regime e trattenute dal governo etiopico fin dal maggio del 2019, appena dopo la sua caduta. Il sequestro era stato disposto per motivi cautelari dal comitato incaricato di combattere la corruzione e di epurare i membri del passato regime. La disposizione aveva provocato l’intervento del ministro dell’interno, un militare, che aveva accertato che il carico apparteneva legalmente ad un commerciante, conosciuto per altro come simpatizzante islamista, e ne aveva disposto il dissequestro.

Alcuni giorni più tardi un secondo carico era stato fermato poco a sud del porto di Suakin, sul Mar Rosso, nel Sudan orientale, regione in pieno subbuglio. Infine, il 18 settembre un altro carico di armi era stato sequestrato sul confine libico. Entrambe le operazioni sono state portate a termine dalle Forze di intervento rapido.

Non ci sono elementi per dire che i traffici di armi recentemente intercettati siano in connessione con il tentato golpe, ma neppure per escluderlo. Sono però certamente un indizio che la situazione nel paese, già critica, risente anche dell’instabilità della situazione regionale. E potrebbe essere un pessimo segnale per il futuro del Sudan.

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