Il vicepresidente del Consiglio sovrano, generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come “Hemetti”

Il vicepresidente del Consiglio sovrano, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come “Hemetti”, punta i piedi. E fa sapere pubblicamente di non avere alcuna intenzione di smantellare le “sue” Forze di supporto rapido (Rapid support forces – Rsf) e di integrarle nell’esercito sotto un comando unificato.

«Parlare dell’integrazione delle Rsf nell’esercito potrebbe distruggere il Paese», ha avvertito la scorsa settimana, inviando un chiaro messaggio al generale Abdel Fattah al-Burhan, numero uno della transizione e capo delle forze armate sudanesi, e alle forze civili con cui co-dirige il Paese.

Le Rsf e il loro comandante hanno fatto molta strada da quando, nel 2013, furono ufficialmente istituite dall’allora presidente Omar El-Bashir e utilizzate per allontanare con inaudita violenza dai ricchi giacimenti del Darfur le popolazioni autoctone. Quelle milizie paramilitari, oggi assimilate ai servizi segreti (Niss), conosciute in quei territori fin dal 2003 come janjaweed, sono diventate oggi, cavalcando abilmente la caduta del regime, il vero potere dominante in Sudan.

Potere militare e politico, con Hemetti arrivato ad occupare la vicepresidenza nel governo transitorio, e potere economico, con una sorprendente ramificazione di diversi business, finanziati dall’estrazione dell’oro. Ma non solo.

A foraggiare Hemetti & Company, dal 2016, con milioni di euro, è stata anche l’Europa, con il suo programma di “esternalizzazione delle frontiere” per il controllo delle rotte migratorie. Controllo affidato, in Sudan, proprio ad Hemetti e alle sue Rsf. Le stesse arrivate poi fino in Libia come truppe mercenarie a sostegno del generale Khalifa Haftar.

Oggi, l’antagonismo crescente tra i due vertici dello Stato – e all’interno dell’esercito -, non agevola il delicato passaggio della presidenza a un civile, previsto dagli inizialmente  per marzo 2021 dagli accordi firmati dopo la deposizione di El-Bashir, e che è stato poi posticipato nell’ambito degli accordi di pace firmati a Juba il 31 agosto 2020.

Il braccio di ferro tra i vertici del Sudan sta mettendo in allarme i “guardiani della rivoluzione”, in un momento particolarmente delicato del Paese, che cerca faticosamente di uscire da una lunga e pesantissima crisi economica. Da Khartoum il racconto di una fonte di Nigrizia, protetta da anonimato.

A pesare, intanto, sulla popolazione, sono le conseguenze della completa liberalizzazione dei prezzi di benzina e diesel, che in poche ore sono quasi raddoppiati, passando rispettivamente da 150 sterline sudanesi al litro (0,35 dollari) a 290 sterline, e da 125 a 285 sterline al litro.

La mossa fa parte di una serie di riforme, monitorate dal Fondo monetario, nella speranza di accedere alla cancellazione del debito e a nuovi finanziamenti. Riforme – che includevano una forte svalutazione della valuta – che sono state particolarmente dolorose per la popolazione. L’inflazione annuale è salita al 363% ad aprile, con un conseguente ulteriore impennata dei prezzi.

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