Il Sudan verso un completo isolamento internazionale - Nigrizia
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La giunta militare ha finora respinto ogni proposta di trattativa
Il Sudan verso un completo isolamento internazionale
Dopo aver abbandonato il tavolo di Jeddah per un cessate il fuoco e dopo la cacciata del capo della missione Onu dal paese, il generale al-Burhan rigetta anche la proposta di mediazione dell’organizzazione regionale IGAD
16 Giugno 2023
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 6 minuti
Abdel Fattah al-Burhan

Con la dichiarazione di persona non grata rivolta a Volker Perthes, rappresentante del segretario generale dell’Onu e capo della missione di pace in Sudan (UNITAMS), la giunta militare sudanese si è ben avviata sulla strada del completo isolamento internazionale.

Un isolamento che già pesava sul paese dal momento del colpo di stato del 25 ottobre 2021 e che aveva di fatto fortemente motivato i golpisti a riprendere la via del negoziato con le forze politiche, dopo aver dichiarato ripetutamente di essere fedeli al movimento che aveva portato alla caduta del precedente regime e pronti a ritornare nelle caserme.

Il 15 aprile scorso, il conflitto tra l’esercito regolare e le milizie delle Forze di supporto rapido (RSF), che esprimevano allora congiuntamente il governo del paese, è scoppiato a un passo dalla firma del documento che avrebbe dovuto rimettere in moto la transizione democratica, con il ritorno del governo ai civili.

L’UNITAMS, costituita dal Consiglio di sicurezza delle Nazione Unite in base alla risoluzione 2524 (2020), è operativa dal 3 giugno 2020 ed è stata rinnovata ogni anno; l’ultima volta il 3 giugno scorso, ma solo per sei mesi.

La missione ha un mandato preciso, ed è eminentemente politico: sostenere il paese durante il periodo di transizione verso la democrazia. Concretamente, il Consiglio di sicurezza delega la missione ad assistere il paese “nel raggiungimento gli obiettivi della Dichiarazione costituzionale firmata nell’agosto del 2019”, ancora in vigore al momento della sua costituzione, nel giugno del 2020, ma sconfessata dal colpo di stato militare del 25 ottobre 2021.

Stabilisce anche chiaramente le priorità. Tra le più importanti: sostenere la stabilità politica, la conclusione di un processo di pace inclusivo, le riforme istituzionali, la promozione e la difesa dei diritti umani, l’organizzazione di un processo elettorale libero e credibile.

Perthes aveva, e ha, dunque, un mandato estremamente delicato e complesso, che prevede di facilitare il raggiungimento di obiettivi sulla carta concordemente accettati nel paese, di fatto ben diversi da quelli perseguiti dal governo militare in carica e che toccano gli interessi dei gruppi sostenitori del colpo di stato dell’ottobre 2021, in gran parte forze legate al passato regime del Congresso nazionale sudanese (NCP), il partito del deposto presidente Omar El-Bashir. Tra loro anche gruppi islamisti radicali.

Clima ostile

Un chiaro sentore della loro opposizione alla missione Onu e in modo particolare all’operato di Perthes, si era avuto già pochi giorni prima dello scoppio del conflitto, e in modo eclatante.

Il 10 aprile scorso, durante una riunione politica del cartello Sudan Call for National Accord (Chiamata per un accordo nazionale in Sudan) formato dai gruppi che hanno fomentato il colpo di stato militare e sostengono il governo golpista, uno dei presenti ha richiesto una fatwa, cioè una condanna a morte per offese all’islam, contro Volker Perthes, dicendosi disponibile ad eseguirla «In modo che la nazione non muoia, il progetto (islamista) non muoia, l’islam non muoia».

Il tizio, Abdelmoneim Dafallah, è stato arrestato qualche giorno dopo, soprattutto per la pressione della riprovazione interna ed internazionale suscitata dalla sua uscita, ma è indicativo che si sia sentito legittimato ad annunciare un tale progetto pubblicamente, durante una discussione politica.

Perthes era accusato di “interferire negli affari interni sudanesi” per aver sostenuto l’accordo per la ripresa della transizione democratica (conosciuto come framework agreement) i cui firmatari erano stati manipolati. Così si è espresso in quell’occasione un leader comunitario del Sudan orientale, interpretando il pensiero di molti altri.

L’ostracismo era però continuato. Al momento del rinnovo della missione, il 3 giugno, il presidente sudanese e comandante dell’esercito, generale al-Burhan, aveva chiesto la sua sostituzione. Il segretario generale dell’Onu si era detto sorpreso e irritato dalla richiesta, a cui non aveva dato seguito.

Alcuni giorni prima c’erano state dimostrazioni ostili al suo arrivo a Port Sudan, dove aveva trasferito l’ufficio della missione per la situazione drammatica e caotica in cui la capitale, Khartoum, era stata precipitata dai durissimi combattimenti tra le due forze armate.

Perthes aveva continuato il suo lavoro sostenuto dalle forze pro-democrazia. Infine è arrivata l’espulsione che ha suscitato reazioni indignate nella comunità internazionale che ha contestato la legittimità stessa del provvedimento e rafforzato il ruolo dell’UNITAMS.

Dennis Kumetat, portavoce del ministro degli esteri tedesco, a nome dei numerosi paesi che aderiscono al gruppo Amici del Sudan, di cui fa parte anche l’Italia, si è così espresso: «Fin dallo scoppio delle ostilità, lo speciale rappresentante dell’Onu ha lavorato senza sosta ed energicamente a sostegno del cessate il fuoco, per la protezione dei civili e per garantire l’accesso agli aiuti umanitari per assistere la popolazione colpita. Abbiamo piena fiducia nella sua abilità di continuare il suo cruciale lavoro».

Lo farà da Nairobi, dove UNITAMS ha trasferito il suo ufficio.

Il capo dell’UNITAMS Volker Perthes (Credit: Radio Dabanga)

Nessuna apertura al dialogo

Il governo militare è dunque nell’angolo.

Sono ferme anche le trattative a Jeddah. L’11 giugno i mediatori, Stati Uniti e Arabia Saudita, hanno sottolineato l’inaffidabilità dei due contendenti che non hanno mai rispettato gli impegni concordati al tavolo negoziale.

Hanno infine dichiarato che gli incontri riprenderanno “una volta che le parti avranno dimostrato il loro impegno a mantenere gli obblighi presi con la Dichiarazione di Jeddah a proteggere i civili del Sudan”.

Ferma per ora anche la mediazione dell’IGAD, l’organizzazione regionale cui l’Unione Africana delega la ricerca di soluzioni ai conflitti nell’area.

Nell’ultima riunione, tenutasi a Gibuti l’11 giugno, i partecipanti hanno formato un gruppo di quattro paesi – Kenya, Sud Sudan, Somalia ed Etiopia – guidati dal presidente kenyano William Ruto, incaricato di facilitare un incontro tra al-Burhan ed Hemeti, capo delle RSF, ora dichiarata forza ribelle.

Il Sudan, però, rifiuta il coordinamento kenyano, forse perché Nairobi ospita l’ufficio dell’UNITAMS.

Sta di fatto che risulta ormai evidente che i militari, al governo e all’opposizione, non sono disponibili a trattare avendo in mente il bene del paese e dei suoi cittadini, come del resto è stato detto e ridetto dagli analisti, dalle forze politiche e della società civile sudanese, che ritornano perciò ad essere centrali nella ricerca della pace.

Lo ha espresso chiaramente Amgad Fareid El-Tayeb, direttore esecutivo del centro studi sudanese Fikra for Studies and Development, nel documento Sudan: Tempus Vero, Veritas Liberabit Vos diffuso all’inizio del conflitto.

“Questa rivoluzione è stata portata avanti dalla gente, pubblicamente, sotto gli occhi di testimoni di ogni parte del mondo. Non raggiungerà i suoi obiettivi a meno che non continui nello stesso modo”.

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