Parole del Sud – Marzo

Si racconta che presso una etnia africana, quando una donna sta per partorire, vada nella foresta con altre donne per pregare e meditare finché sorge la “canzone del bambino”. Appena il bimbo nasce, la comunità si riunisce per cantare al bambino “la sua canzone”. Così al suo primo giorno di scuola, quando diventa maggiorenne o quando si sposa. In punto di morte, i famigliari e la comunità gli ripetono la stessa canzone perché non si senta solo nel lungo viaggio. La comunità si sente in dovere di cantare la canzone: La comunità è cosciente che non si corregge la condotta antisociale solo con la punizione, per giusta che sia. Ci vuole molto affetto e, soprattutto, l’impegno da parte di tutti per far riemergere nel colpevole la melodia della sua canzone. Nessuno sbaglio può cancellare definitivamente quell’identità unica e irrepetibile che è l’essenza di ogni individuo.

Immaginatevi i sorrisi ironici di alcuni e il compiacimento di altri mentre Cornelius, nigeriano, ormai in libertà dopo otto anni di galera, esordiva così nel discutere la sua tesi sulla “Teologia della risocializzazione”. Spacciatore recidivo, con altri quattro compagni condannati per omicidi e rapine, decise di sfidare la fatalità del carcere – a detta dei brasiliani “università del crimine” – inaugurando, con l’appoggio della pastorale delle carceri, il primo corso, forse unico al mondo, di teologia dietro le sbarre. Grazie anche all’8 per mille della Conferenza episcopale italiana che ha permesso alla Università cattolica di Fortaleza di inviare regolarmente in carcere i docenti, per poi accogliere gli studenti in facoltà, man mano che il giudice riteneva opportuno abbreviare la condanna.

Dice Cornelius: «La società comincia a comprendere sempre più i seri limiti della giustizia punitiva, oggi vista come una cultura istituzionalizzata della vendetta. Le persone commettono crimini e sono affidate allo stato per essere rieducate, ma finisce che escono ben peggiori».

In effetti la giustizia convenzionale si limita a dire: hai sbagliato, sarai quindi punito. A chi interessa sapere perché hai fatto questo, se sei cosciente del male causato alla vittima, a te stesso e alla tua comunità? Meno ancora proporre un cammino di conversione da percorrere assieme, in modo che la sentenza del giudice porti a ricucire i tessuti spezzati.

La pur giusta ma fredda condanna, che rinchiuderà il reo dietro le sbarre, non farà altro che alimentare rabbia e piani di vendetta che, a suo tempo, faranno altre vittime. La comunità stessa, e non solo il giudice, è chiamata in causa. Dalla capacità di dialogo paziente e sincero da parte di tutti potrà scaturire il perdono reciproco e il consenso sull’obbligo di riparare il danno e le condizioni necessarie perché il carcere, o misure alternative, diventino efficaci. La ragione produce la giustizia punitiva. L’attenzione e la bontà producono, invece, la giustizia restaurativa. E qui, anche la teologia avrebbe molto da dire.

Anche se è un paradigma ancora allo stadio infantile, il nuovo criterio morale di una vera civiltà sarà il criterio della compassione, della bontà, dell’attenzione.

Nuovi paradigmi di giustizia già vigono in Nuova Zelanda, Canada e Colombia. In Brasile qualcosa si sta muovendo, anche se la fabbrica dell’incarcerazione – più 112% negli ultimi 10 anni – continua a gonfie vele. Risultato: mezzo milione di carcerati e 4° posto nel ranking mondiale, dopo Stati Uniti, Russia e Cina.

Nel 2012 sono stati stanziati 1,1 miliardi di reais per costruire nuove carceri e 4,4 milioni per investire in progetti alternativi alla detenzione. Poco o nulla per favorire la rieducazione e il reinserimento sociale. Nulla di strano, quindi se in Brasile la recidiva supera il 75% e la criminalità non tende a diminuire e, meno ancora, a offrire più tranquillità alla società.

La sensazione di panico e insicurezza sta aumentando ogni giorno al punto di incoraggiare l’opinione pubblica a esigere leggi più severe, l’imputabilità ai sedicenni e ripetuti tentativi di referendum sulla pena di morte. Più leggi, più pene, più poliziotti, più giudici, più prigioni, più detenuti. Non necessariamente meno delitti. Ancor più quando dietro le sbarre, l’ozio totale e la corruzione offrono a chi lo vuole la possibilità di comandare – on line – rapine, sequestri e traffico di droga e armi.

Solo nei primi quaranta giorni di quest’anno quasi 90 tra mezzi pubblici e negozi, sono stati incendiati su mandato della criminalità organizzata in carcere. E gli uomini della legge sanno che una giustizia meno punitiva e più restaurativa, con la concessione di misure alternative, non solo svuoterebbe le prigioni del 60% ma offrirebbe, soprattutto, opportunità di ricupero prima che la “canzone del crimine” sia più seducente dell’altra canzone.