Da Nigrizia di novembre 2011: primavera nord-africana / Ricadute economiche
Le trasformazioni politiche in atto (e le inevitabili incertezze connesse) stanno causando contraccolpi sul tessuto economico. Si va dallo stallo dell’Egitto al rischio recessione della Tunisia, alla fase di austerità in Marocco. Mentre l’Algeria rimane aggrappata al petrolio.

Le rivoluzioni in Tunisia ed Egitto, la guerra civile in Libia, i forti movimenti sociali in Algeria e Marocco hanno avuto profonde ripercussioni sul quadro economico. Alcuni aspetti sono comuni a tutta l’Africa del nord, altri riguardano i singoli paesi, altri ancora incidono sulle più vaste prospettive internazionali.

 

I moventi economici della Primavera nord-africana sono molteplici. Il più eclatante è certamente quello legato alla corruzione, un vero e proprio sistema inteso a drenare risorse dalla sfera pubblica a quella privata, con effetti distorsivi sull’intero sistema produttivo dei paesi dell’area. È per questo che ogni (buon) esito di ciò che sta succedendo passa attraverso lo smantellamento dell’economia corruttiva. Strettamente legate a quest’ultima sono le disparità sociali e regionali, sempre più avvertite come un accumularsi indebito di privilegi in poche mani (clientele, clan) e d’investimenti produttivi e per servizi in poche aree, soprattutto urbane.

 

Una chiara finalità di giustizia sociale e geografica deve, dunque, accompagnare fin dall’inizio la rimessa in moto dei processi di crescita. Questi devono avvenire in tempi rapidi e tener conto dei contesti di crisi interna e internazionale in cui si svolgono. Per quanto concerne i primi, tutte le previsioni sono al ribasso rispetto ad aspettative da “leoni africani” su cui si faceva conto a inizio d’anno. A fronte di una crescita europea orbitante attorno all’1% (ma con frequenti revisioni al ribasso), si aveva qui una forbice oscillante tra il 4% dell’Algeria e il 6% dell’Egitto. Queste aspettative sono però in caduta libera.

 

Anche se relativamente al riparo dalla crisi finanziaria internazionale a causa di sistemi poco internazionalizzati, in questi paesi di consolidata autocrazia la transizione democratica può aprire cicli depressivi legati all’incertezza e al riassetto delle posizioni di rendita monopolistica o clientelare. C’è da considerare, inoltre, che la crisi economica europea rende meno attraente i canali tradizionali di emigrazione clandestina.

 

Il tonfo delle capitalizzazioni di borsa si accompagna a un clima politico e sindacale piuttosto rivendicativo. Nel frattempo, si muovono sulla scena personaggi che non mancano di destare qualche preoccupazione, dati i precedenti, e non solo in Africa, dove il Madagascar, ad esempio, non ha fatto certo buona scuola. Si tratta di magnati dell’industria e della finanza di lungo corso, come in Egitto, con Naguib Sawiris, fondatore del Partito degli egiziani liberi, o di più improvvisa fortuna, come il giovane Slim Riahi, fondatore dell’Unione patriottica libera in Tunisia.

 

 

Investimenti esteri, il crollo

In Marocco, l’economia, in piena ripresa dopo la caduta del 2010, prevedeva un aumento del prodotto interno lordo del 4,4% per il 2011. Il “risveglio” sociale e politico si accompagna tuttavia a diversi segnali negativi, a riprova che la simpatia per i movimenti democratici piacciono a tutti, un po’ meno agli investitori e ai turisti. Dunque, caduta degli investimenti stranieri e delle joint ventures, contrazione del turismo e delle esportazioni, assottigliamento delle rimesse degli emigrati.

 

Per tentare di garantire la pace sociale, il governo ha varato una serie di misure a sostegno dei consumi popolari (prodotti alimentari e petroliferi) ed è andato incontro alle rivendicazioni sociali, soprattutto di tipo salariale. I passi, a questo punto, sono mestamente noti: sforamento del bilancio pubblico, richiami all’ordine da parte del Fondo monetario internazionale (Fmi) e delle agenzie di rating, predisposizione per il 2012 di un piano di austerità. Il ministro dell’economia, Salaheddine Mezouar, ha annunciato la costituzione di un fondo di solidarietà nazionale per le fasce più deboli, ma è certo che il piano di austerità sarà difficile da far digerire a una popolazione con un tasso di disoccupazione elevato.

 

Di più: vengono apertamente contestate le politiche di reclutamento dei grandi conglomerati industriali, primo fra tutti l’Ufficio sceriffiano dei fosfati, in una sorta di guerra tra poveri nella quale i pensionati, spesso malati, vogliono lasciare il proprio posto ai figli e protestano anche violentemente per l’assunzione di giovani, magari più qualificati ma che hanno il torto di provenire da aree non minerarie.

 

L’esigenza di elaborare politiche di “discriminazione territoriale positiva” comincia a farsi esplosiva anche in Algeria. Anche i giovani di Ouargla, ad esempio, reclamano priorità di impiego nel settore degli idrocarburi, che pompa incessantemente petrolio e gas dalle loro terre. Certo, il paese può contare su risorse petrolifere ingenti e non dipende, per l’approvvigionamento in valuta forte (dollari, euro) dalle fonti classiche del Marocco, della Tunisia e dell’Egitto, vale a dire turismo e rimesse degli emigrati. Con i prezzi degli idrocarburi a gonfie vele, la Sonatrach, l’azienda statale per l’energia, ha triplicato i profitti nel 2010 rispetto all’anno precedente, portandoli a 9 miliardi di dollari. Grazie al petrolio, il governo ha potuto in qualche modo comprare la pace sociale con massicci calmieramenti dei prezzi dei beni di prima necessità, dei servizi sociali, delle rivendicazioni salariali: l’ultimo accordo siglato con i sindacati a fine settembre prevede un innalzamento del 20% del salario minimo interprofessionale garantito.

 

Il passaggio da una fase di risposta alle tensioni sociali a una di crescita vera e propria sembra, però, ancora di là da venire. Non mancano progetti ambiziosi, come il rilancio del turismo sahariano, la costruzione di “città nuove” attorno ai grandi centri urbani, il varo di un piano di ammodernamento delle infrastrutture marittime e portuali. Restano, tuttavia, le tre palle al piede del sistema economico algerino: la dipendenza dagli idrocarburi, che rappresentano da soli qualcosa come i 2/3 del sistema industriale; l’arcaico – e in genere cattivo – funzionamento delle istituzioni economico-finanziarie; la drammatica lentezza nella creazione di posti di lavoro per i giovani, che restano soggetti a due tentazioni egualmente pericolose: il radicalismo islamico e l’emigrazione illegale. Il governo sostiene che la disoccupazione è dell’11%, ma più realistiche valutazioni indipendenti dicono che un algerino su tre è privo di lavoro.

 

 

Turismo giù

Di gran lunga meno fortunato dell’Algeria sotto il profilo delle risorse minerarie, l’Egitto subisce in pieno i contraccolpi delle grandi rivendicazioni sociopolitiche di Piazza Tahrir. L’immagine turistica crolla e, con essa, la prima industria del paese: meno 25% nel solo primo semestre 2011. Altrettanto severo il taglio delle rimesse degli emigranti, anche per effetto dei rimpatri dalla Libia, e dopo i salassi subiti nel 2009-2010, a seguito delle crisi del Golfo e i rientri dal Dubai.

 

L’industria egiziana è relativamente performante e diversificata e per quasi metà fa uso di tecnologie medio-alte, un valore che non ha eguali nell’Africa del nord. Ma gli investimenti languono e i capitali stranieri si fanno via via più circospetti, nonostante le buone prospettive di crescita. Si valuta che il paese funzioni al 50% delle sue capacità produttive. Non stupisce, quindi, che nel primo semestre di quest’anno le esportazioni si siano rattrappite di qualcosa come il 40%.

 

Dal canto suo, la borsa ha lasciato sul campo dal 10 al 20% delle quotazioni, e sono in corso di negoziazione prestiti dell’Fmi per oltre 10 miliardi di dollari. Samir Radwan, ministro delle finanze, considera positivo il bilancio, tra le pur pesanti perdite economiche e le straordinarie conquiste politiche.

 

Molte speranze sono riposte negli investimenti dei paesi del Golfo, Arabia Saudita e Qatar soprattutto. Ma questa speranza, diffusa un po’ in tutta l’area, non si sa bene quanto possa considerarsi fondata, date le logiche essenzialmente politiche con cui si muove la finanza delle petromonarchie, che sono tra le più dispotiche del mondo arabo e non hanno certo interessi evidenti ad appoggiare economicamente “al buio” i processi democratici nord-africani.

 

Molto dipenderà dagli assetti politici che andranno a disegnarsi nei prossimi mesi, in particolare per quanto riguarda i Fratelli Musulmani e le varie fazioni islamiste. Intanto, l’inflazione viaggia ormai a due cifre e le prospettive di occupazione non sembrano essere molto incoraggianti.

 

La Tunisia ha dato avvio al “risveglio nord-africano”, ma si trova oggi in una situazione paradossale. La più attiva e dinamica economia dell’Africa del nord rischia di entrare in un tunnel recessivo, anche se Mustafa Kamel Nabli, il governatore della Banca centrale di Tunisia, dichiara che il peggio è alle spalle e che la crescita prevista per il 2011 è «soltanto zero», senza essere negativa, come per i primi mesi dell’anno.

 

Come si gestiscono, in queste condizioni, le aspettative sociali? Che risposta concreta si dà ai giovani che sono stati e sono la spina dorsale del cambiamento e vogliono ricominciare a pensare un loro futuro? Le debolezze strutturali dell’economia tunisina sono note: predominanza della piccola impresa ai limiti della vivibilità; modeste possibilità di accesso al finanziamento commerciale, con oltre la metà delle aziende dipendenti dall’autofinanziamento per il loro sviluppo (in Egitto sono i 9/10 e in Marocco i 3/4); scarso contenuto tecnologico delle produzioni; bassa produttività. Il peggioramento del “clima degli affari”, con i moti in corso e le rivendicazioni crescenti, preoccupa la business community e tiene lontani gli investimenti esteri.

 

Molto ci si aspetta, dunque, nella fase politica che va a incominciare con l’Assemblea costituente insediata dopo il 23 ottobre. Ma i pullulanti partiti che si disputano il favore elettorale non sembrano molto attrezzati dal punto di vista della politica economica. E non incoraggia certo l’idea che a giocare un ruolo di primo piano nel futuro paesaggio politico possa essere il partito Ennahda, a giudicare dalle dichiarazioni generiche che va rilasciando il suo leader, Rachid Gannouchi, a proposito di un sistema islamista «basato sia sulla libertà che la giustizia».

 

Ma le preoccupazioni più intense, per l’immediato, riguardano lo strangolamento finanziario causato dallo squilibrio dei conti pubblici. Di nuovo, a fronte delle reticenze degli organismi internazionali, si fa conto sulla finanza islamica, con i noti rischi di delusione. Anche qui, a fronte degli squilibri sociali da sanare, si registrano urlanti disparità territoriali: l’indice di povertà (meno di 2 dollari procapite al giorno) è 5 volte maggiore nelle zone rurali rispetto a quelle urbane.

 

Nessun discorso di prospettiva si può fare, infine, per la Libia, anche dopo l’uccisione di Gheddafi, avvenuta il 20 ottobre a Sirte, con la predominanza dei problemi securitari e l’impossibilità di capire come evolveranno i rapporti di forza all’interno del Consiglio nazionale di transizione (Cnt). Tre temi economici, in ogni caso, domineranno la fase di “normalizzazione”: lo svolgimento dei contratti in corso; la ricostruzione; le risorse energetiche. In tutti e tre questi campi, gli interessi dell’Italia sono assai forti, anche se finora, nel totale disorientamento politico del nostro paese, la gestione della situazione e delle prospettive è affidata all’azione pragmatica delle imprese, Eni in primo luogo.

 

Con l’apertura della nuova fase e la ripresa delle produzioni petrolifere, la Libia dovrebbe diventare un gigantesco cantiere, capace di autofinanziarsi e di attirare nuovamente i migranti espulsi, con effetti benefici su tutta la regione, particolarmente in Egitto e Tunisia. Nel frattempo, molte incertezze regnano sul Fondo sovrano libico e sugli investimenti stranieri.

 

 

Appetiti internazionali

Nella più ampia prospettiva internazionale, si registra una dissonanza di fondo. Da una parte i robusti appetiti di molti “attori chiave”, che vogliono incamerare i benefici economici e strategici della situazione – Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti -, che si sono esposti politicamente e militarmente; i paesi emergenti noti come “Brics” (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), già presenti sullo scacchiere (Cina e Brasile, soprattutto); nuovi attori che si vanno posizionando con decisione, come la Turchia. Dall’altro lato, buone parole e mirabolanti promesse, non seguite dai fatti.

 

Pochi gli aiuti diretti alla stabilizzazione economica. Nel corso del G8 tenuto nella città francese di Deauville (26-27 maggio), si era raggiunto un accordo con alcuni paesi del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, chiamato “Partenariato di Deauville”, con la promessa di 73 miliardi di dollari in tre anni, per sostenerne le riforme politiche ed economiche, ma l’accordo pena a mettersi in moto. E che ne è del Piano Marshall per l’Africa del nord, di cui pure si era parlato nel tam-tam internazionale?

 

Al di là dalle prospettive di guadagno immediato, ben visibili, un forte investimento sulla democrazia porterebbe benefici grandi, se ci fosse un po’ più di coraggio e di lungimiranza. Già, perché se a causa delle attese deluse si verifica la saldatura tra le quattro grandi rivendicazioni nord-africane – sociale, economica, politica e territoriale -, il Mediterraneo va in cortocircuito e diventa una polveriera capace di incendiare il mondo intero.

 


 



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