Non è una novità che, a Luanda, manifestazioni popolari contro governo e MPLA, il partito al potere dall’indipendenza, nel 1975, scuotano la quiete pubblica.

Negli ultimi mesi proteste anche violente si sono svolte per le strade della capitale (e non solo), portando anche a tragici eventi, come la morte dell’attivista sociale Inocêncio de Matos che, nel 2020, nel giorno dell’indipendenza (l’11 novembre) insieme ad altri giovani denunciava pacificamente la violenza della polizia e il rincaro dei prezzi, in piena pandemia.

A febbraio del 2021 una manifestazione con molta partecipazione di giovani si era fermata a 100 metri dal palazzo presidenziale, invocando la fine del regime dell’MPLA, sotto la parola d’ordine “45 è troppo, MPLA fuori!”.

Ancora, sul finire dello scorso anno, uno sciopero dei docenti universitari di istituzioni pubbliche – ossia controllate direttamente dal governo e dal presidente – aveva imposto una lunga trattativa sindacale, sfociata – per adesso – in una sorta di tregua armata rispetto alle rivendicazioni di questo importante segmento della società.

Lunedì scorso, 10 gennaio, una nuova manifestazione, assai violenta, si è di nuovo svolta a Luanda, questa volta organizzata dalle due principali organizzazioni di taxisti, l’Associazione nuova alleanza dei taxisti dell’Angola (ANATA) e l’Associazione dei taxisti di Luanda.

Motivo: superare le restrizioni imposte dal governo in relazione alla situazione pandemica. In particolare, si intende sbloccare la riduzione del numero di taxi, includere i taxisti nei programmi di previdenza sociale, criticando l’“eccesso di zelo” da parte della locale forza di polizia, rispetto al trasporto pubblico dei taxi.

Questa volta, l’usuale strategia governativa, caratterizzata da estenuanti quanto inutili trattative con le rappresentanze sindacali, è sfociata in una manifestazione che ha espresso, sin dall’inizio, grande tensione sociale, visto che i taxisti sono stati fra le categorie maggiormente colpite dalla crisi economica derivante dalla pandemia, senza che le autorità pubbliche abbiano introdotto misure efficaci di ristoro, contribuendo a gettare sul lastrico centinaia di famiglie.

Lo scenario che si è vissuto lunedì scorso a Luanda, però, è stato assai peggiore rispetto a quanto una semplice, seppur dura, manifestazione dei taxisti contro il governo avrebbe potuto far credere.

All’interno della confusione generata dal conflitto fra manifestanti e polizia si sarebbero inseriti quelli che vengono definiti dalle due parti in causa come “agenti provocatori”, che hanno trasformato una manifestazione con un preciso obiettivo in una serie di violenze urbane, poi culminate con l’incendio della sede dell’MPLA nel quartiere periferico di Benfica.

Un autobus dato alle fiamme durante le proteste del 10 gennaio a Luanda

Alcuni giornalisti che erano sul terreno per coprire l’evento, in particolare quelli di TV Zimbo e di TV Palanca, hanno rischiato il linciaggio (pratica peraltro comune in Angola), e sono stati salvati da una parte della popolazione e dalla locale polizia.

Da quanto emerso dalle dichiarazioni dei giornalisti delle due emittenti, gli atti violenti non avrebbero niente a che fare con le due associazioni dei taxisti sopra ricordate, bensì con individui che si sono approfittati del momento di confusione per distruggere e incendiare beni pubblici, a cominciare dalla sede del partito di governo.

Secondo Nestor Goubel, portavoce della polizia di Luanda, 17 persone sarebbero già state arrestate e saranno processate per vandalismo e distruzione di beni pubblici.

Nonostante la situazione sia sfuggita di mano, i sindacati dei taxisti – che si sono dissociati dalle suddette violenze – hanno annunciato che le ragioni delle protesta restano attuali e giuste, ma hanno sospeso le proteste dichiarandosi disposti al dialogo e denunciando l’arresto di un centinaio di colleghi. 

Lo scenario di Luanda appena descritto deve essere inquadrato all’interno di una situazione di seria difficoltà del paese e del governo, in cui, alle vicine elezioni generali (in agosto) che potrebbero portare per la prima volta a una clamorosa sconfitta dell’MPLA, si associa una condizione sociale di molti cittadini in cui perfino garantire una normale alimentazione alla propria famiglia è diventato complicato, a causa di una recessione che è iniziata ben prima della pandemia, verso il 2016, e rispetto a cui l’attuale governo sembra non saper dare risposte concrete.

 

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