Il rapimento del giornalista francese Olivier Dubois avvenuto a Gao, città del nord del Mali, rilancia tutte le questioni legate alla possibilità di negoziato tra governi saheliani e ribelli jihadisti. Da mesi sia in Mali che in Burkina Faso si rincorrono le voci su una possibile trattativa in corso. Probabilmente era proprio questa la ragione per la quale Dubois aveva preso un appuntamento con un inviato di Iyad Ghali, il capo del Gruppo per il sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim o in arabo Jnim), la più forte delle milizie jihadiste del Sahel.

Il giornalista freelance non era un ingenuo né un dilettante: aveva già svolto numerose inchieste in area e si era cimentato altre volte con scenari difficili e pericolosi. Alcuni dicono che sia caduto nella trappola tesagli dallo stesso raggruppamento islamista: rapire un giornalista francese può aumentare la pressione sulle autorità di Parigi. La posta in gioco sono appunto i tentativi di mediazione in atto.

Ѐ certo che già prima del golpe dei cinque colonnelli maliani dell’agosto 2020, durante l’ultima fase di governo del presidente Ibrahim Boubacar Keïta (detto IBK), alcuni membri del suo gabinetto erano stati incaricati di prendere contatto con Ghali. A Bamako non tutti erano d’accordo ma alla fine anche il duro IBK aveva dovuto cedere, perché la situazione del paese era diventata insostenibile: troppi attentati sia al nord che soprattutto lungo la frontiera con Niger e Burkina (la cosiddetta area delle tre frontiere) fino a lambire la Costa d’Avorio. E anche troppi rapimenti: bisognava porvi rimedio.

Malgrado le proteste francesi, IBK aveva dunque lasciato fare dei tentativi che tuttavia non erano riusciti ad ottenere nulla di concreto, anche perché la prima richiesta dei jihadisti era quella di condurre dei negoziati pubblici: una condizione inaccettabile per il manovriero leader maliano. In quei mesi anche l’opposizione si era risvegliata, trasformandosi in un movimento di protesta diversificato e agglutinato attorno all’imam Dicko, anch’egli favorevole alla trattativa.

L’imam, che era stato capo degli ulema del paese, aveva però le sue personali ambizioni e sperava di condurre lui stesso l’auspicato dialogo. Quando è divenuto chiaro che il governo – preso da troppi stop and go – non faceva troppo sul serio, la pressione della piazza è diventata fortissima, con i militanti dell’imam che si stavano mescolando assieme a quelli laici del Movimento 5 luglio.

Fu quello il momento in cui alcuni alti ufficiali dell’esercito approfittarono della debolezza di IBK, alle prese con le manifestazioni, per eseguire il golpe. Presi alla sprovvista, all’inizio anche i manifestanti e l’imam Dicko stesso pensarono di poter incarnare l’anima politica del pronunciamento militare. Ma si sono rapidamente disillusi: i cinque colonnelli non avevano alcuna intenzione di lasciare a chiunque lo spazio di potere reale.

La questione delle trattative si era così nuovamente insabbiata: la priorità della giunta era innanzi tutto ottenere il via libera della comunità internazionale. Il confronto con Parigi, la regionale Cedeao e l’Unione africana è durato settimane e alla fine i colonnelli hanno dovuto accettare di condividere un governo di transizione assieme ai civili, la nomina di un presidente civile (in realtà un ex militare in pensione) e il proseguimento della guerra contro i jihadisti.

In realtà i tentativi di negoziato sono proseguiti in segreto, come poi si è visto nell’ottobre del 2020 con l’improvvisa liberazione di circa 200 terroristi, scambiati con due ostaggi: la cooperante francese Sophie Pétronin e l’ex premier e oppositore politico di IBK, Soumaila Cissé, successivamente deceduto. Assieme a costoro furono liberati anche due italiani: padre Pier Luigi Maccalli e Nicola Chiacchio, ostaggi da più di due anni del Gsim. Malgrado la simultaneità dei due fatti, il negoziatore maliano, il tuareg Ag Bibi, ha sempre smentito di aver trattato anche questi ultimi.

Com’era prevedibile, la reazione francese a tale iniziativa è stata negativa, tanto che un generale d’oltralpe si era sentito in dovere di criticare le parole della stessa Petronin appena liberata, dopo che quest’ultima aveva auspicato un dialogo per la pace nel Sahel. Intanto, le operazioni militari antiterroristiche Barkhane e Takouba si stavano rafforzando con la partecipazione di nuovi apporti, tra cui quello italiano.

Con il rapimento di Dubois in questo quadro incerto di spinte e controspinte, è probabile che la leadership jihadista abbia voluto compiere un atto intimidatorio nei confronti della Francia. Tanto più che nel vicino Burkina, invece, le cose stanno andando in direzione opposta: il governo del presidente Roc Christian Kaboré ha da qualche mese incaricato i suoi servizi di sicurezza (Anr) di iniziare dei contatti riservati (ma non segreti) con i capi jihadisti locali, responsabili di aver colpito numerose volte nel paese, inclusa la capitale Ouagadougou.

La scommessa burkinabé è legata anche alla violenta diatriba che divide il Gsim dall’altro gruppo jihadista, lo Isgs (Stato islamico del grande Sahara). I due movimenti hanno idee opposte su molte cose tra cui i possibili negoziati, che lo stato islamico rifiuta totalmente. Dopo che i due gruppi si sono scontrati militarmente e con l’aiuto di un’operazione militare francese, il Isgs si è ritirato più a sud, mentre lo Gsim si è rafforzato. Ѐ stato questo il momento in cui il Burkina ha iniziato contatti con raggruppamenti locali del Gsim, dopo essersi assicurato la neutralità francese.

Parigi ha dunque chiuso un occhio sui tentativi di dialogo locale che Ouagadougou sta lentamente compiendo nel quadro del più largo processo di riconciliazione nazionale voluto da Kaboré. Si tratta soprattutto di contatti con peul-fulani del Burkina che avevano accettato le profferte di Amadou Koufa, leader del Fronte di liberazione del Macina, affiliato al Gsim.

Gli scontri regionali tra peul e altre etnie, sia in Mali che in Burkina, sono un’antica realtà del Sahel, legati soprattutto alle questioni della terra e della transumanza. In questi ultimi anni a causa del generale clima di guerra, si stanno esacerbando e hanno avvelenato il già difficile clima interetnico, causando massacri di villaggi interi e provocando numerosi profughi.

Tradizionalmente stigmatizzati e oggetto di forti pregiudizi, in tale fase di violenza diffusa, molti peul si sono ridotti ad aderire alla propaganda jihadista come unica forma di difesa. Il Burkina sta ora tentando di ricucire tali ferite interetniche. Il presidente conferma i contatti locali con jihadisti ma solo tramite le autorità locali e esclusivamente con i terroristi di nazionalità burkinabé che accettano di cedere le armi in cambio dell’amnistia.

Si tratta dunque di “recuperare” i nazionali. Questo sembra confermato da una certa diminuzione degli attacchi, anche se permane il rischio di azioni da parte dello stato islamico. Si vedrà se ciò ha effetto durevole.

A capo di tutto il processo di riconciliazione (ma ad esclusione del dialogo con i capi locali del Gsim) è stato messo un ex leader dell’opposizione, Zéphirin Diabré, nominato ministro della riconciliazione del nuovo governo formato dopo la riconferma del capo dello stato alle recenti presidenziali.

Anche il ministro Diabré conferma l’interesse per i negoziati locali ma si concentra piuttosto su altri dossier, come quello tutto interno sui processi che si stanno aprendo contro i sostenitori del regime di Blaise Compaoré (1987 – 2014). Ѐ evidente che si tratta di situazioni molto delicate, inclusa la condizione dell’ex capo di Stato, ora riparato ad Abidjan.

La recente vista di Diabré al presidente ivoriano Alassane Ouattara dimostra che il governo del Burkina non vuole fare nulla senza l’accordo del suo principale partner politico ed economico. In ogni caso Diabré sta aprendo contemporaneamente molti fronti: secondo lui la riconciliazione deve includere anche i conflitti sulle terre, i crimini di sangue, i contenziosi politici violenti del passato, la crisi con i peul, il cambiamento post Compaoré, la questione Thomas Sankara, la corruzione… Si vedrà cosa riuscirà a fare di fronte alle grandi attese della dinamica e molto attenta società civile burkinabé.

Infine, in Niger il neo eletto presidente Mohamed Bazoum ha confermato più volte che la lotta antiterrorista rimane una delle sue assolute priorità. Non a caso la sua elezione è stata accolta con gravi attacchi da parte dello stato islamico, che hanno causato molte vittime tra i militari nigerini.

Tra l’altro, il paese era protetto da una forza di circa 1.200 militari ciadiani, inviata nella regione delle “tre frontiere” proprio per dare man forte ai più deboli eserciti locali. La morte di Idriss Deby e l’attuale crisi interna a N’Djamena, obbligherà molto probabilmente il ritiro di quelle forze, lasciando il paese in una situazione difficile.