Come accedere all’immortalità politica - Nigrizia
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Il fenomeno del nepotismo in Africa
Come accedere all’immortalità politica
Soffermiamoci su una tendenza piuttosto diffusa. Quella di presidenti che traferiscono il potere a figli o famigliari, stabilendo un sistema dinastico che nulla ha a che vedere con le regole della democrazia
06 Gennaio 2023
Articolo di John White
Tempo di lettura 6 minuti
(DW)
Yoweri Museveni, presidente dell'Uganda al potere dal 1986

Pur se in forma diversa rispetto alle monarchie ereditarie di ieri e di oggi, nell’Africa delle indipendenze sono molte le nazioni che hanno dato vita a un modello di nepotismo capace di esprimere vere e proprie “dinastie politiche”. Basti citare le famiglie di Kenyatta e Odinga in Kenya, la famiglia Ghassingbé in Togo, i Bongo in Gabon, gli Akufo-Addos in Ghana, Isaias Afwerki in Eritrea…

Dopo aver condotto l’Eritrea all’indipendenza dall’Etiopia e aver assunto il potere 30 anni or sono, Isaias Afwerki promise elezioni multipartitiche per costruire poi istituzioni necessarie per gestire il paese. Tre decenni dopo, Afwerki ha concentrato il potere nelle proprie mani dando vita a una delle più solide autocrazie africane.

Oggi, in apparenza, l’autocrate eritreo sembra intento a preparare la strada della successione al figlio Abraham. A 76 anni suonati e con vari problemi di salute, senza mai nominare un vicepresidente né garantire una linea di successione, Isaias incarna un problema diffuso nella leadership in Africa: la tendenza di presidenti-padroni a stabilire un sistema dinastico di potere, garantendosi la successione attraverso la promozione di figli che, senza un vaglio trasparente delle urne, rimpiazzeranno il padre alla fine del suo mandato.

Nepotismo e ricchezza

Molti analisti sostengono che tali dinastie impediscono la trasparenza, incoraggiano la corruzione e creano un inevitabile risentimento tra coloro che aspirano a un’alternanza alla guida degli stati. La concentrazione del potere e delle ricchezze, spesso accumulate sfruttando le risorse naturali della nazione, finiscono col creare gravi contrapposizioni politiche e coll’indebolire le istituzioni.

Secondo il sociologo nigeriano Ebenezer Obadare, «il nepotismo nasce dalla pretesa egoistica finalizzata all’immortalità politica, per conseguire la quale chi lo promuove è disposto perfino a sacrificare l’intero apparato statale. Da sottolineare che più questo processo si prolunga nel tempo e maggiore diventa il rischio che il passaggio di potere non avvenga in modo pacifico».

In realtà – rileva ancora Obadare – i valori della democrazia sono oggi molto popolari tra le nuove generazioni, mentre le generazioni precedenti tendevano a preferire “l’uomo forte” e il nepotismo. L’opposizione all’autarchia politica, tuttavia, non ha impedito ai leader di molti paesi di perseguire un trasferimento dinastico del potere.

Il già menzionato Isaias Afwerki nel 2018 ha nominato suo figlio Abraham consigliere speciale per gli studi strategici. In tal modo ha acquisito un ruolo pubblico crescente, specie da quando l’Eritrea ha firmato il trattato di pace con l’Etiopia. Nel 2021, inoltre, il giovane Afwerki ha fatto parte della delegazione eritrea in visita in Arabia Saudita, tra i maggiori sostenitori della dittatura di Isaias.

Nella Repubblica del Congo, il presidente Denis Sassou N’Guesso ha nominato suo figlio Denis-Christel Sassou N’Guesso ministro per la cooperazione internazionale. In precedenza Denis-Christel era approdato all’assemblea nazionale con il 99% delle preferenze e gli era stata affidata la direzione della compagnia petrolifera nazionale.

L’ong internazionale Global Witness, in un rapporto del 2019, sostiene che il rampollo di Sassou N’Guesso e la sorella Claudia «conducono un stile di vita sontuoso e di certo non compatibile con gli stipendi di chi opera nelle istituzioni pubbliche».

È opinione condivisa tra gli analisti che il criterio nepotistico punta soprattutto a promuovere gli “affari di famiglia”. Senza dimenticare che il passaggio di potere di padre in figlio aiuta i padri a evitare eventuali processi per le loro malefatte, quali l’appropriazione indebita di denaro pubblico.

Monarchia sotto falso nome

Oltre a promuovere una continuità dinastica, questo modello restringe a una minoranza di individui l’esercizio del potere. L’analista politico kenyano Martin Andati sottolinea che il radicarsi del potere politico in un’unica famiglia per generazioni fa sì che nel tessuto sociale si assuma questo stato di cose come “naturale”. E in questo modo, chiarisce Martin Andati, «si sbarra la strada a chiunque intenda competere, con le armi della democrazia, per assumere il potere».

Diversa l’opinione di Alidu Seidu, accademico del Dipartimento di scienze politiche dell’Università del Ghana: «Benché si riscontrino in tutti i continenti casi di esercizio dinastico del potere politico, in Africa sul piano culturale è stata accettata spesso l’idea di un passaggio di potere interno alle famiglie. Un sistema che in un certo senso è stato trasferito dai regimi tradizionali africani al moderno sistema democratico di gestione della cosa pubblica. È difficile spogliarsi delle categorie culturali del passato, in cui il capo rappresentava l’intero popolo, per seguire la prassi politica democratica e parlamentare».

In effetti non di rado i leader africani tendono a preparare un “terreno sicuro” per successione, evitando un processo elettorale trasparente. Teodoro Nguema Obiang Mangue, già nominato dal padre (Teodoro Obiang, al potere dal 1979) vicepresidente della Guinea Equatoriale, è certamente in prima fila nella prospettiva di succedere al genitore. Ancora Alidu: «Sono numerosi i casi in cui i presidenti africani avviano la carriera politica dei figli spingendoli a entrare nell’esercito, dove raggiungono velocemente un alto grado di comando e, quasi automaticamente, finiscono col rimpiazzare i genitori alla fine del mandato».

Risorse depredate

La mancanza di competitori e di trasparenza sono due fattori che caratterizzano le dinastie politiche. Un terzo fattore è il malgoverno abbinato alla mala-amministrazione finanziaria. Quasi sempre le dinastie politiche finiscono col depredare i fondi statali, innescando crisi economiche e a tensioni sociali.

Questo fattore è stato la sorgente di rivoluzioni in passato, ad esempio in Senegal e in Togo. Ancora Alidu riguardo al cattivo governo delle dinastie: «L’economia gradualmente si degrada, le risorse naturali vengono saccheggiate, il livello di corruzione si amplia e tutti questi fenomeni negativi si ripercuotono sulla popolazione e sulla qualità della vita in genere». Naturalmente i leader dinastici respingono qualsiasi responsabilità e cercano ostinatamente di tramandare il potere a un famigliare. Come nel caso di Yoweri Museveni in Uganda, che da tempo pianifica di affidare lo scettro a uno dei suoi figli.

Lo stesso aveva tentato a suo tempo in Zimbabwe il presidente Robert Mugabe (1924-2019), che tuttavia fu sconfitto nel tentativo di inserire la moglie nel gioco politico, dato che i militari rigettarono il suo piano e lo scalzarono dalla presidenza.

Secondo Alidu Seidu il fenomeno della dinastia politica può essere superato soltanto dalle popolazioni, dato che non esistono leggi che proibiscano chi detiene il potere di scegliere come successori propri famigliari. «Se si apre la Costituzione di molti paesi, la prima espressione usata è “noi, il popolo!”. Questo perché si dà per scontato che la componente centrale di ogni compagine governativa si fondi sulla popolazione e le Costituzioni siano finalizzate a servire gli interessi collettivi. Stando così le cose, i cittadini hanno il diritto-dovere di intraprendere una legittima resistenza contro le dinastie».

Una convinzione sostenuta anche da Martin Andati, convinto che arriverà un momento in cui i cittadini saranno talmente esasperati che si solleveranno. «È molto importante appoggiare e difendere la democrazia e l’impegno a sentirsi politicamente coinvolti perché è la strada per offrire a tutti opportunità uguali nell’esercizio della libertà e per promuovere un clima di pace». (fonte: Deutsche Welle)

 

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