Elefante nel parco nazionale di Amboseli, in Kenya (Credit: Paul Mannix - Wikipedia)

Nei giorni scorsi Najib Balala, ministro keniano del turismo e della fauna selvatica, ha lanciato il primo Magical Kenya Elephant Naming Festival (Magico festival del Kenya per dare un nome agli elefanti), di cui aveva annunciato l’organizzazione l’anno scorso, e precisamente il 12 agosto, giornata internazionale per la salvaguardia degli elefanti.

Durante la cerimonia ha invitato tutti gli interessati, keniani e stranieri da ogni parte del mondo, ad adottare un elefante, contribuendo così alla protezione sua e di un’intera specie in pericolo di estinzione.

In cambio, l’adottante avrebbe il privilegio di scegliere per lui il primo nome e di seguirlo come se fosse un amico lontano, ricevendo informazioni sul suo carattere, sulla sua storia e sull’evoluzione della sua vita. Il secondo sarebbe un nome maasai e sarebbe scelto per descrive l’indole, la storia, e il ruolo nel branco dell’animale.

L’iniziativa, ha dichiarato il ministro, ha l’obiettivo di diffondere globalmente l’attenzione verso questa specie particolarmente minacciata dai bracconieri e di raccogliere fondi in modo continuativo per garantire la sua protezione anche in momenti critici per l’economia del paese.

La necessità di disporre in modo duraturo di fondi dedicati è emersa con forza in questo periodo, in cui la pandemia di Covid-19 ha quasi azzerato il flusso turistico internazionale, mettendo in ginocchio uno dei settori economici portanti del Paese, circostanza che ha contribuito a ridurre notevolmente anche le risorse disponibili per la conservazione dell’ambiente e della fauna selvatica.

Najib Balala ha lanciato il progetto – che ha definito come storico per la protezione della specie in Kenya – dal parco nazionale di Amboseli, ai piedi del Kilimangiaro, dove vivono circa 3mila esemplari. Amboseli è considerato dagli esperti uno dei pochi “paradisi” rimasti in Africa per gli elefanti, dal momento che non vi si sarebbe registrato nessun caso di bracconaggio negli ultimi 20 anni.

Secondo stime delle autorità competenti e degli esperti, in Kenya vivono circa 34mila elefanti, la quarta popolazione nel mondo. Negli ultimi trent’anni il numero è aumentato in media del 2,8% all’anno. Contemporaneamente, è diminuito in modo ragguardevole il bracconaggio. Nel 2020 gli elefanti vittime dei cacciatori abusivi sarebbero stati 11, con una diminuzione del 96% rispetto ai 386 del 2013.

Un successo dovuto anche, e forse soprattutto, alla lotta del governo kenyano al traffico di avorio. Hanno fatto il giro del mondo le immagini delle ricorrenti distruzioni pubbliche di tonnellate di zanne bruciate in enormi pire.

La prima risale al 1989, quando l’allora presidente Daniel arap Moi incendiò 12 tonnellate di avorio, contribuendo a cambiare le politiche globali in materia di esportazione del prezioso materiale. In seguito, infatti, il commercio fu proibito in base alla Convenzione internazionale sul commercio delle specie in via di estinzione (Cites), firmata a Washington nel 1975.

Minaccia petrolifera in Namibia e Botswana

Negli stessi giorni in cui in Kenya si attirava l’attenzione sulla protezione degli elefanti, dall’Africa australe venivano diffuse notizie inquietanti. Decine di migliaia di pachidermi sono in pericolo in Botswana (Nord Ovest) e in Namibia (Nord Est), a causa di ricerche minerarie della multinazionale canadese ReconAfrica, specializzata nell’estrazione di petrolio e gas.

La ReconAfrica ha avuto concessioni su oltre 34mila kmq nel bacino del Kawango. Le ricerche sarebbero finalizzate all’apertura di un campo petrolifero tra i più vasti degli ultimi anni. Secondo esperti ambientalisti, questo metterebbe in pericolo delicati ecosistemi, minacciando la sopravvivenza di intere comunità, oltre che della flora e della fauna selvatica.

Secondo Rosemary Alles, dell’organizzazione Marcia globale per i rinoceronti e gli elefanti (Global March for Rhinos and Elephants) in Africa sopravvivono meno di 450mila elefanti. Di questi, ben 130 mila, cioè circa di un terzo, vivono nelle savane del Botswana e della Namibia, dove già affrontano, oltre ai bracconieri, anche le sfide poste dal cambiamento climatico.

Dall’ottobre 2019 e fino ai primi tre mesi di quest’anno ci sono state decine di morie tra gli elefanti del Botswana. Secondo gli esperti, con ogni probabilità, sarebbero state provocate dall’aumento della temperatura che avrebbe favorito il diffondersi di un’alga tossica nelle acque nelle quali gli animali usano abbeverarsi.

In Namibia, invece, nei mesi scorsi sono stati venduti all’asta 170 pachidermi con la giustificazione che l’ambiente, impoverito dalla siccità, non è più in grado di sostenerli.

Gruppi locali, come Fridays For Future – Windhoek (capitale della Namibia), hanno definito il progetto come “una gigantesca bomba al carbone”. Altri osservano che non ha senso un progetto simile, quando la comunità internazionale è orientata a proibire l’uso di energia da fonti fossili entro il 2050.

Da parte sua il governo della Namibia dice che la concessione non prevede anche l’autorizzazione per le operazioni di estrazione. Ma non sarà facile resistere alla tentazione. ReconAfrica stima che potrebbero trovarsi nel sottosuolo del bacino dai 60 ai 120 miliardi di barili, per un valore di miliardi di dollari, preziosi per lo sviluppo dell’economia della regione.

E questi dati, finora, hanno cancellato ogni considerazione sulla protezione, non solo degli elefanti, ma anche della salute umana e della salvezza stessa del pianeta.

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati