(Credit: Petty Officer 1st Class Cynthia Clark/Wikipedia)

A quasi due anni dallo scoppio del Covid-19, anche la Cina continua a fare i conti con la pandemia. Un grattacapo per Pechino arriva inaspettatamente dall’export militare, un settore che, a differenza di altri, durante la crisi sanitaria non ha mai smesso di macinare commesse.

Da mesi le restrizioni anti-contagio applicate dal governo del presidente Xi Jinping stanno impedendo a due navi da guerra cinesi, vendute alle forze navali di Gibuti, di arrivare a destinazione. Si tratta di una nave d’assalto anfibio lunga 66 metri di una motovedetta di 26 metri, vendute a Gibuti nei primi tre mesi di quest’anno. I rigidi protocolli sanitari imposti da Pechino non stanno permettendo ai tecnici cinesi di effettuare i collaudi necessari per consentire alle navi di prendere il largo.

La base navale cinese a Gibuti

La situazione venutasi a creare appare piuttosto paradossale. Dal 2017 l’Esercito di liberazione del popolo è infatti presente in pianta stabile nel paese del Corno d’Africa, dove dispone di una enorme base navale in cui sono in servizio più di 2mila militari. In questa base sono stati installati impianti sia per lo stoccaggio di attrezzature militari e di altri tipi di merci che per la manutenzione delle navi. Vi sono custoditi veicoli corazzati da combattimento e, recentemente, Pechino ha addirittura allargato la sua proprietà acquistando una banchina in grado di far attraccare una portaerei.

Iniziata a costruire nel 2016, la base navale cinese si trova nei pressi di Dawalih, un’area compresa nel porto di Gibuti non distante dalla base militare americana di Camp Lemonnier. Viene utilizzata da Pechino come centro di coordinamento dei propri contingenti impegnati in missioni di peacekeeping in Africa e Asia Occidentale.

Il presidio serve inoltre per intensificare i rapporti con quei paesi dell’area con cui sono stati raggiunti accordi di cooperazione militare, per effettuare esercitazioni navali e, soprattutto, per tenere d’occhio lo strategico stretto di Bab el-Mandeb al fine di salvaguardare da eventuali attacchi di pirati le portacontainer e le petroliere appartenenti a società cinesi.

Gli Usa provano ad approfittarne

Le navi comprate dalla Cina non sono però le uniche che la Marina di Gibuti non ha ancora ricevuto. All’appello, sempre a causa del Covid, mancano infatti altre due motovedette di 35 metri ordinate alla società sudafricana Damen Shipyards Cape Town. Dovevano essere consegnate ad aprile, ma sono ancora ferme in Sudafrica.

Chi sta approfittando dello stallo cinese sono gli Stati Uniti. Nella base di Camp Lemmonnier, in Gibuti, stanziano circa 4mila unità dell’esercito Usa impiegate in operazioni speciali nel Corno d’Africa e nella Penisola Araba. Nel settembre del 2013 tra Washington e Gibuti c’era stata qualche frizione. All’epoca il paese africano aveva chiesto agli Usa di diminuire i voli dei propri droni temendo interferenze con il traffico civile dell’aeroporto internazionale di Gibuti.

Il caso è poi rientrato e adesso la cooperazione militare tra i due paesi procede senza intoppi. L’esercito americano, dislocato oltre che nella base di Camp Lemonnier anche in quella di Chabelley, da mesi si sta occupando di fornire supporto logistico e attrezzature al battaglione di intervento rapido di Gibuti, un’unità d’élite che sta addestrando ed equipaggiando nella base di Ali Ouney e a cui, a fine 2019, aveva già consegnato una cinquantina di veicoli corazzati.

Il ruolo strategico di Gibuti

Nel Corno d’Africa Gibuti riveste una particolare importanza strategica. Spicchio di terra popolato da poco più di 800mila persone, confina con l’Eritrea a nord, l’Etiopia a ovest e a sud, la Somalia a sud-est ed è affacciato, come detto, sullo stretto di Bab el-Mandeb. In queste acque si concentrano i maggiori traffici marittimi a livello internazionale di portacontainer e petroliere che dall’Oceano Indiano risalgono il Canale di Suez per entrare nel Mediterraneo.

E proprio per questo nel lungo elenco di paesi stranieri che hanno cercato un “posto al sole” lungo le coste di Gibuti, da qualche anno c’è anche l’Italia. Qui, dal 2013, è attiva una nostra base militare di supporto che ospita circa 100 militari per missioni di anti-pirateria e addestramento delle truppe locali.

 

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