Il presidente Idriss Deby Itno in piena campagna elettorale

Il risultato lo conosciamo già tutti, inutile parlarne. Idriss Deby Itno, presidente da oltre trent’anni, si avvia verso il sesto mandato al vertice del paese con il sostegno sempre più incondizionato di Parigi dopo il dispiegamento del governo ciadiano di altri 2.000 soldati nel Sahel per rafforzare la lotta al terrorismo.

Nel suo meeting di apertura della campagna elettorale, sabato 13 marzo, Deby si è mostrato sicuro di vincere al primo turno. Nello stadio della capitale N’Djamena quarantamila sostenitori lo hanno inneggiato senza tener conto delle norme anti Covid.

Hanno ascoltato le solite promesse di un improbabile sviluppo del paese mentre la popolazione sale nelle graduatorie della povertà, si preannunciano nuovi scioperi del personale medico e insegnante, si taglia internet quando ci sono disordini nel paese e la corrente elettrica in alcuni quartieri della capitale.

Ancora, Deby ha sbrodolato i suoi risultati in termini di sicurezza, reiterato le derisioni all’opposizione e la sua difesa sul caso Yaya Dillo, membro della sua famiglia. Quest’ultimo, dopo anni in ribellione, era rientrato tra le fila del governo e dei fedelissimi del maresciallo Deby, prima di cambiare ancora casacca pochi mesi fa, quando ha deciso di candidarsi alla guida del paese.

Scelta che gli è costata cara: la casa accerchiata dalle forze dell’ordine e dalle guardie presidenziali, uno scontro a fuoco violentissimo con alcuni morti e la fuga obbligata.

Le opposizioni, sempre in ordine sparso al voto, hanno gridato alla militarizzazione del processo elettorale, sollecitato un inchiesta internazionale indipendente e denunciato una dittatura che mostra gli artigli proprio in vista delle elezioni. L’alleanza “Victoire”, composta da un cartello di quindici partiti, si è sciolta presto e il suo candidato Teophile Bongoro ha addirittura rinunciato alla competizione.

Anche gli storici oppositori Saleh Kabzabo e Ngarley Yorongar hanno gettato la spugna non vedendo le condizioni per una corsa trasparente e ad armi pari. Stessa sorte per il più giovane Brice Mbaimon che lascia per l’evidente disequilibrio provocato dal clan Deby e dell’assenza di ogni iniziativa della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) per un processo elettorale equo e trasparente.

Restano in campo appena cinque comparse di minor rilievo e senza nessuna possibilità neanche di andare al ballottaggio. Tutte persone che gravitano attorno all’universo Deby e che non gli procurano nessun fastidio.

Il vero leader dell’opposizione e rivale di Deby, Succes Massra, giovane guida del partito “I Trasformatori” era già stato tagliato fuori dalla partita elettorale per la sua giovane età: 38 anni contro i 40 per accedere ai requisiti di presentazione della candidatura.

Norma ben studiata dal regime per escludere chi può veramente dare del filo da torcere all’attuale presidente e che taglia fuori l’80% dei ciadiani dalla possibilità di presentarsi candidati alla presidenza del paese. Massra e “I Trasformatori” però non si perdono d’animo nonostante l’organizzazione di sei “Marce del popolo” represse nel sangue dalle forze dell’ordine con oltre duecento arresti, feriti gravi e la sede del partito accerchiata dai militari per oltre quattro giorni.

Raggiunto al telefono da Nigrizia Massra afferma: «Non ha nessun senso andare ad elezioni in questo scenario dove il presidente Deby si è sbarazzato di tutti i veri avversari. Mi sembra di essere ritornato alle stesse elezioni del 2006 e del 2011, con un solo candidato al comando e dietro terra bruciata. Quelli rimasti in lizza sono soltanto nomi non credibili che fanno da decoro per la sua vittoria visto che finanzia lui la loro campagna elettorale. Stiamo invitando la gente non solo a boicottare ma a fare di tutto per rendere le elezioni e il governo del paese impossibili e costringere il regime a sedersi attorno ad un tavolo per ridiscutere le sorti del paese. Quello che chiedono con insistenza Onu, Ua e Ue: un dialogo politico inclusivo».

Con lo stesso obiettivo si è costituita recentemente nel paese una nuova piattaforma di organizzazioni della società civile e di difesa dei diritti umani, di partiti dell’opposizione, di sindacati e di movimenti di giovani chiamato “Wakit tam” ovvero “il momento è arrivato”.

L’idea di questa nuova iniziativa era già nell’aria dal novembre scorso quando diversi oppositori, esclusi dal Forum nazionale – a detta loro “inclusivo” – organizzato dal presidente per riflettere sulle modifiche apportate alla Costituzione nel maggio 2018, si erano dati appuntamento per unire forze e idee in vista di un cambiamento strutturale nel paese.

Ora lanciano tutta una serie di iniziative nonviolente con sit in, manifestazioni, marce pacifiche e tutto quello che il diritto consente per chiedere la partenza del presidente, sbarrare il passo alla sua riconferma e provare a far davvero arrivare il momento della svolta.

Il coordinatore dell’Aplft (Associazione per le libertà fondamentali in Ciad) Pyrrhus Banadji Boguel sostiene che «voler assolutamente mantenere il voto senza la partecipazione di candidati seri sarà controproducente perché evidenzierà la debolezza estrema del paese e la non credibilità delle elezioni in corso».

I ciadiani sono veramente stanchi del protrarsi di un regime così ingiusto che fa soltanto gli interessi della piccola elite zagahwa – l’etnia del presidente al potere – e affossa il paese, ricco di petrolio e di oro, agli ultimi gradini dell’indice di sviluppo umano.

Nell’ultima edizione del rapporto Onu 2020 il Ciad figura infatti al 187esimo posto su 189! Per le strade della capitale N’Djamena dove i militari controllano gli snodi principali, nelle campagne a sud e nei piccoli centri nel deserto del nord il malcontento e la rassegnazione si tagliano con il coltello, come racconta a Nigrizia padre Justin Ndhlovu, missionario comboniano a Sarh, nel sud del paese.

Pochi parlano però in pubblico mentre nelle piazze e sulle strade sventolano solo le bandiere dell’Mps (Movimento patriottico di salvezza, partito al potere) e i manifesti elettorali di Deby. Anche la Chiesa per ora non si espone e si mostra molto prudente e taciturna. Grideranno le pietre?