Le donne e i bambini sono i più colpiti dalle violenze nella regione

La crisi etiopica non fa più notizia. Sono passati ormai sei mesi da quando, all’inizio dello scorso novembre, il primo ministro Abiy Ahmed ha ordinato all’esercito nazionale di intervenire per ridurre alla ragione il governo del Tigray che non si era adeguato alle disposizioni nazionali in materia di elezioni e si opponeva fermamente ad altre disposizioni del governo centrale.

Il Tplf, (Fronte popolare per la liberazione del Tigray) partito fortemente maggioritario nella regione e oggi considerato movimento terroristico, era accusato di aver attaccato un’importante guarnigione militare di stanza nella regione e di aver in mente un colpo di stato.

Avrebbe pensato di approfittare dell’instabilità generale del paese e delle relazioni diplomatiche tese con i paesi del bacino del Nilo, a valle della grande diga della rinascita etiopica (Gerd), Sudan ed Egitto, con cui non è stato ancora trovato un accordo per la gestione delle acque del fiume. Il Tplf rintuzzava le accuse appellandosi al diritto di autodeterminazione e in generale alla governance prevista dalla costituzione del paese, che garantisce un’ampia autonomia regionale.

Gli storici diranno, al di là e al di sopra delle diverse e opposte narrative, quali sono state le dinamiche politiche e come si sono concatenati i fatti che hanno portato alla guerra civile in Tigray e l’Etiopia tutta sull’urlo dell’implosione.

Già ora, però, è possibile esprimere un giudizio sulla conduzione del conflitto e sul contesto internazionale che non ha operato la pressione necessaria a limitarne i danni. In un articolo diffuso il 4 maggio, Etiopia: nei sei mesi scorsi la tiepida risposta internazionale al conflitto in Tigray ha fomentato orribili violazioni, Amnesty International punta il dito sulla comunità internazionale che ha lasciato correre gli eventi nonostante le notizie di abusi gravissimi ai danni dei civili e in particolare delle donne.

Amnesty accusa di ignavia il Consiglio di sicurezza dell’Onu che solo dopo diversi mesi ha espresso la sua preoccupazione per quello che stava succedendo in Tigray, nonostante le numerose informazioni che trapelavano dalla regione, che le disposizioni governative non erano riuscite ad isolare del tutto. L’Unione africana e i governi dei paesi della regione hanno avuto lo stesso atteggiamento di fronte al consolidarsi dell’evidenza che si stavano commettendo crimini di guerra e contro l’umanità.

Nell’articolo si elencano episodi di atrocità ormai ben documentate e si esprime la preoccupazione che “Se continuerà la tiepida risposta della comunità internazionale, la situazione, già tragica, potrebbe andare velocemente fuori controllo”.

Un rapporto di Ocha (organizzazione dell’Onu che coordina gli interventi umanitari) del 27 aprile, afferma che, nonostante un leggero miglioramento nell’accesso umanitario, “la situazione in Tigray rimane imprevedibile e questo ostacola gli sforzi per portare tempestivamente l’assistenza umanitaria necessaria”.

Nigrizia ne ha parlato con Atsu Andre Agbogan, originario del Togo, coordinatore regionale del Jesuit Refugees Service (JRS), di ritorno da una missione effettuata nella zona nel mese di aprile.

Che cosa ha visto in Tigray?

Non ho potuto raggiungere il Tigray, e precisamente il distretto di Shire, dove lavoriamo da una decina d’anni, nei campi di Mai Aini e Adi Harush che ospitano profughi eritrei. Ci sono ancora combattimenti localizzati in diverse parti della regione. La strada che avrei dovuto percorrere da Macallé, la capitale, alla cittadina di Shire, dove abbiamo il nostro ufficio principale, non è sicura, e neppure quella che da Shire porta ai campi.

Mi sono fermato a Gondar, nella regione Amhara, e lì ho incontrato i miei collaboratori che mi hanno informato dettagliatamente sulla situazione. L’accesso, teoricamente possibile, di fatto è limitato dalle condizioni di sicurezza sul terreno.

Siete sempre stati presenti, anche in questi sei mesi di conflitto?

Abbiamo dovuto sospendere le operazioni in novembre perché i campi non erano più accessibili, dal momento che le strade erano bloccate da continui posti di blocco. Inoltre, avevamo timori per la sicurezza del nostro staff, costituito da etiopici di varie regioni e abbiamo evacuato chi non era originario del Tigray. 

Abbiamo ripreso le operazioni umanitarie tra gennaio e febbraio, quando il governo ha permesso l’accesso alle organizzazioni umanitarie.

Quali sono i bisogni più urgenti?

Sono bisogni enormi. Solo nella zona dove lavoriamo, che è considerata come zona liberata dalle milizie amhara e dunque dovrebbe godere di un certo grado di sicurezza, ci sono almeno 30mila sfollati. 25mila stanno nelle scuole, 5mila in ripari provvisori.

Hanno bisogno di cibo, di strutture dove abitare, di tutto quello che permette almeno la sopravvivenza. Hanno grande bisogno anche di assistenza psicologica e sanitaria. Molti hanno subito gravi traumi fisici e psicologici per via delle azioni militari cui hanno assistito o in cui sono stati coinvolti, o degli abusi che hanno subito.

Hanno grandi bisogni anche gli abitanti della zona perché hanno perso i servizi che venivano loro forniti dalle amministrazioni locali.

Infine, ci sono i profughi eritrei che necessitano di protezione. Si sentono in balia della popolazione locale, che potrebbe considerarli come nemici, e dell’esercito eritreo che ha devastato quella zona, che potrebbe attaccarli come traditori.

In altre zone sembra che sia anche peggio, ma non ho testimonianze dirette. L’Unhcr parla di almeno 900mila sfollati nell’intero Tigray, mentre ci sono ancora diverse sacche dove i combattimenti sono quotidiani.

Che è successo ai rifugiati eritrei?

Prima del conflitto c’erano quattro campi dove si trovavano circa 96mila rifugiati eritrei riconosciuti dall’Unhcr. Due campi, lontani da quelli dove lavoriamo noi, sono stati chiusi. Molti rifugiati che stavano in quei campi sono stati portati dalle autorità governative nei due dove lavoriamo. Questo aumenta di molto la pressione sugli operatori umanitari, che non erano preparati a questo afflusso, e le necessità di aiuto da parte della comunità internazionale.

Molti altri sono riusciti a raggiungere Addis Abeba. Il nostro ufficio ad Addis è ora usato anche dall’Unhcr per la loro registrazione, e l’afflusso è notevole.

Che cosa si aspetta per il futuro?

Prima di tutto speriamo che torni presto la pace. In ogni modo noi continueremo ad essere presenti fino a quando ci saranno rifugiati nella zona. Spero inoltre che gli sfollati possano ritornare al più presto nelle loro zone di origine.

E poi ci sarà bisogno di riconciliazione, perché le divisioni tra i vari gruppi etnici sono state molto profonde. Ci vorrà tempo. Noi lavoreremo anche in questo settore. Anche prima della guerra avevamo un programma per la riconciliazione e la coesione sociale.

Com’è la situazione della pandemia da Covid-19?

In Etiopia la situazione è grave e la gente non prende le necessarie misure di protezione. Pochissimi indossano la mascherina.

Il Covid-19 è sicuramente presente anche nei campi, ma non ci sono presidi sanitari per affrontare la situazione né dati disponibili. Questo è dovuto anche al fatto che la presenza delle organizzazioni umanitarie è scarsa.

Il racconto di Atsu Andre Agbogan conferma la difficile situazione del Tigray e della gente coinvolta nel conflitto. Preoccupa in particolare il fatto che, a suo parere e di molti altri, ci vorrà tempo per sanare la divisione e l’antagonismo tra i vari gruppi, risultato dei gravissimi abusi e delle distruzioni delle infrastrutture, anche quelle dei servizi di base, causati dalla guerra civile negli ultimi sei mesi.

Eppure la riconciliazione è il prerequisito indispensabile per riprendere la via dello sviluppo umano ed economico su cui il Tigray, e l’Etiopia tutta, erano ben avviati, e che il conflitto ha improvvisamente interrotto.