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Il continente sempre più strategico per l’Isis
Lo Stato islamico si rafforza in Africa
I vertici del gruppo jihadista hanno progettato di far riemergere il Califfato in Africa, dove la pressione delle forze internazionali è meno elevata. Ed è nell’Africa subsahariana che nel 2021 si sono concentrati la metà di tutti gli attacchi avvenuti nel mondo
13 Luglio 2022
Articolo di Marco Cochi
Tempo di lettura 5 minuti
Combattenti dell'Iswap in Nigeria

L’Africa sta diventando sempre più strategica per lo Stato islamico, che vi trova terreno fertile per la radicalizzazione e l’espansione dei propri interessi. La conferma dell’importanza che riveste il continente per il gruppo jihadista arriva dall’editoriale apparso lo scorso 16 giugno su al-Naba, il settimanale di propaganda dell’Isis, che loda i suoi combattenti e li incoraggia a emigrare nella macroregione per stabilire nuove basi operative.

Quattro giorni dopo, il gruppo ha pubblicato un video in cui i combattenti iracheni dello Stato islamico elogiavano i loro omologhi in Mozambico, Mali, Nigeria e nel Sahel, incitandoli a continuare la lotta fino alla rinascita del Califfato, che per quattro anni aveva assunto il controllo di una vasta area compresa tra la Siria nord-orientale e l’Iraq occidentale.

Un invito al quale hanno opportunisticamente aderito molti gruppi jihadisti attivi in Africa, pur di trarre vantaggi e acquisire valenza, forti del fatto che i governi locali sono spesso impreparati a contrastarne le mire espansionistiche.

Appare evidente che i vertici del gruppo fondato dal defunto Abu Bakr al-Baghdadi stanno progettando di far riemergere il Califfato in Africa, dove a differenza di quanto avviene in Medio Oriente e in Asia, la pressione delle forze internazionali è meno elevata.

Del resto, i numeri sono eloquenti, con quasi la metà di tutti gli attacchi letali del 2021 avvenuti nell’Africa subsahariana. Molte di queste vittime sono cadute sotto il fuoco dei miliziani delle wilayat (provincie) africane dello Stato islamico, come avvenuto lo scorso 7 luglio nella città di Lume, in Nord Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo.

Qui, i terroristi affiliati all’Iscap (la provincia dell’Africa centrale dello Stato islamico) hanno attaccato una clinica uccidendo almeno 13 persone, tra cui neonati e pazienti.

Un anno fa, le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto sulla minaccia rappresentata dall’espansione dello Stato islamico in Africa, nel quale si sottolineava il consolidamento dei terroristi nel continente, con tutti i rischi connessi, in una regione gravata da numerose lacune nella sicurezza. 

Nei successivi dodici mesi, l’Isis ha continuato a fornire supporto ai suoi affiliati africani che militano in almeno nove tra gruppi e sottogruppi attivi nel Sahel, nel bacino del Lago Ciad, nel centro e nel Nordafrica.

Tra gennaio e giugno 2022, i dati disponibili indicano che lo Stato islamico ha compiuto più attacchi in Africa che in altre regioni in cui opera nel mondo. Per la prima volta nella storia del gruppo jihadista, l’Iraq non è più il paese in cui l’Isis rivendica il maggior numero di operazioni.

Il triste primato adesso è detenuto dall’Iswap (la provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico), la fazione più potente del movimento jihadista nigeriano noto come Boko Haram, particolarmente attiva nel nordest della Nigeria e nel bacino del Lago Ciad. 

Il particolare interesse nei confronti dell’affiliata del Lago Ciad è la continuazione di un consolidato sistema che prevedeva supporto finanziario, fornitura di armi, addestramento e orientamento ideologico. L’Isis ha anche autorizzato le operazioni contro la fazione rivale della Jas (Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad), culminate nel maggio dello scorso anno con la morte del suo leader Abubakar Shekau.  

Secondo un recente studio dell’International Crisis Group, dopo l’eliminazione di Shekau, l’Iswap ha assorbito diversi nuclei della Jas nei suoi ranghi, ma deve ancora affrontare la resistenza di altre unità pro-Jas, in particolare della sottofazione guidata da Ibrahim Bakura, attiva nelle paludi e le isole del lago Ciad settentrionale.

Allo stesso tempo, molti elementi della Jas hanno scelto di arrendersi alle autorità nigeriane piuttosto che sottomettersi all’Iswap, mentre alcuni potrebbero essere fuggiti in altre parti della Nigeria settentrionale.

L’Iswap, intanto, sta sfruttando l’ambiente e la popolazione locale. Il gruppo riscuote tasse da agricoltori e pastori nelle aree sotto il suo controllo, in cambio di protezione e accesso alle risorse agricole. 

I suoi messaggi di propaganda hanno dimostrato come l’organizzazione fornisca supporto finanziario attraverso l’uso della zakat (elemosina rituale) e consenta ai commercianti di aprire negozi sotto il controllo della hisbah (polizia religiosa). 

Secondo il rapporto, l’organizzazione ha scavato pozzi, vietato il furto di bestiame e fornito alcuni servizi sanitari ai residenti delle comunità controllate. Un approccio che fa parte del suo modello di governance per conquistare i cuori e le menti della gente del posto e creare una base di supporto per reclutare nuovi proseliti. 

In un simile scenario, il richiamo pubblicato su al-Naba che invita i combattenti a migrare in Africa, significa che una rete di operativi e nuovi sostenitori potrebbe essere incoraggiata a spostarsi nel continente per sostenere le forze locali. Una combinazione che potrebbe generare un significativo aumento dei già elevatissimi livelli di violenza. 

 

 

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