Forze armate della Repubblica democratica del Congo (Fardc) di pattuglia in Nord Kivu (warnews.it)

Siamo al rimpallo delle responsabilità e non può essere diversamente. Perché nel Nord Kivu – dove ieri sono stati uccisi l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista dell’automobile sulla quale si trovavano, Mustapha Milambo – le uccisioni sono all’ordine del giorno. Perché le tre regioni dell’est del paese (Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri) sono lontane dalle politiche del governo di Kinshasa: perciò sono instabili da almeno vent’anni, scarsamente governate, oggetto di attenzioni da parte del Rwanda e dell’Uganda.

Perché sono un moltiplicatore di gruppi di guerriglia che cercano di trarre vantaggi sia economici che politici dalla gestione dei minerali strategici (come il coltan, ma anche petrolio e cobalto) che abbondano da quelle parti. Perché nel nordest dell’Rd Congo è di stanza da vent’anni una missione di pace della Nazioni Unite, che costa un miliardo di dollari l’anno senza ottenere risultati apprezzabili. Perché è l’intero paese (l’Rd Congo è grande 8 volte l’Italia e ha 80 milioni di abitanti) a essere instabile e incapace di darsi un progetto di governo.

Quindi di fronte a un fatto così grave come l’uccisione dell’ambasciatore è tutto un mettere le mani avanti. Il ministero dell’interno e i servizi di sicurezza sostengono di non aver ricevuto nessuna comunicazione sullo spostamento di Attanasio tra Kinshasa a Goma, capoluogo del Nord Kivu. E questo è un aspetto non da poco in termini di sicurezza.

Il governatore del Nord Kivu, Carly Nzanzu Kasitiva, punta il dito contro un gruppo armato: il Fronte democratico per la liberazione del Rwanda (Fdrl), una sigla attiva nell’est congolese fin dal genocidio rwandese del 1994. Secondo il governatore, il parco di Virunga sarebbe una zona d’influenza Fdlr. Ma anche l’Fdlr ha un suo portavoce che ha smentito ogni implicazione.

Naturalmente il presidente Félix Tshisekedi ha assicurato che farà di tutto per scoprire gli autori del triplice omicidio. Ma per comprendere il valore di questa affermazione è bene vedere in quali acque si trova oggi la più alta carica del paese.

Tshisekedi è un presidente dimezzato. Eletto alla fine del 2018 ed effettivamente in carica da metà 2019, pochi mesi fa ha tagliato i ponti con il suo alleato di governo Joseph Kabila, ha costruito in fretta e furia una nuova maggioranza parlamentare e ora sta cercando di mettere in piedi un nuovo governo. Un governo che dovrebbe, a sentir lui, consentirgli di varare le riforme previste dal suo programma: non ultima la stabilizzazione del nordest del paese e di instaurare rapporti di minor sudditanza con Rwanda e Uganda.

Il fatto è che Tshisekedi occupa un posto che non gli spetta. Nel 2018, per essere eletto, ha fatto un’alleanza contronatura con il presidente uscente Kabila. Un’alleanza che non sarebbe poi bastata a vincere le presidenziali, se la commissione elettorale non avesse modificato il risultato delle urne e la Corte costituzionale non avesse ratificato il risultato fasullo. Un’alleanza stigmatizzata dalla società civile e dalla conferenza episcopale congolese. Un’alleanza che comunque non ha retto più di un anno e mezzo.

Con questo cursus honorum e con tutte le debolezze che si porta dietro è improbabile che Tshisekedi mantenga quello che ha promesso per dipanare la vicenda dell’ambasciatore Luca Attanasio. Serve un’inchiesta internazionale.


Una testimonianza: «Era buono e alla mano»

«Sabato scorso, il 20 febbraio, l’ambasciatore era a Bukavu (Sud Kivu). È stato ospite della missione dei saveriani dove ha tenuto un breve incontro con gli italiani, presente anche il direttore aggiunto del Programma alimentare mondiale (Pam). La domenica mattina, dopo la messa, sono partiti entrambi alla volta di Goma.

Ci siamo lasciati con grande entusiasmo, anche perché ci ha detto che aveva avuto il nulla osta dal governo per un’adozione di bambini e ci aveva promesso un console fisso a Goma per espletare pratiche burocratiche senza dover andare a Kinshasa. Con il Pam abbiamo discusso di alcuni progetti per far fronte al problema dei bambini malnutriti».

Così il missionario saveriano Giovanni Magnaguagno, che continua: «Era affezionato a noi ed era già venuto a trovarci con sua moglie. Ci aveva aiutato con attività agricola per una cooperativa e ci aveva procurato un finanziamento per una latteria. Si stava dando da fare per aiutare i bambini di strada. Era una persona molto buona e alla mano, ci davamo del tu. Sua moglie stava gestendo un attività di recupero di ragazzi e bambini di strada con l’organizzazione Sofia».

 

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