Il Sahelistan continua a impensierire la Francia. In particolare il suo presidente, Emmanuel Macron, che da tempo pensa alla riconferma all’Eliseo nel 2022 e vuole eliminare ogni intoppo.

Il 10 giugno scorso annunciava la fine della Operazione Barkhane, con la conseguente revisione dell’architettura di sicurezza nel Sahel. Una decisione che ha posto e pone un certo numero di problemi che coinvolgono sia Parigi e il suo futuro nella regione, sia quello dei paesi dell’Africa occidentale.

Alcuni di questi, infatti, hanno scelto di intraprendere, in questi mesi, una strada che cozza contro la politica securitaria francese nell’area: tentare negoziati con gli insorti jihadisti. Ipotesi che Parigi rifiuta anche solo di prendere in considerazione, sebbene la sua ostinazione sia letta da alcuni osservatori come un ostacolo alla pace.

Gli appelli del Segretario generale dell’Onu, António Guterres, di rafforzare e dare maggiore autonomia alla forza del G5 Sahel – Ciad, Mauritania, Mali, Niger e Burkina Faso – sono caduti nel vuoto.

Anche per responsabilità degli stessi attori locali. Che preferiscono battere altre strade.

Mali

Già Ibrahim Boubacar Keita (IBK), il presidente deposto dal golpe del 18 agosto 2020, aveva tentato l’apertura di un dialogo con i principali leader jihadisti nel paese. Negoziati che si sono avviati con una delle forze islamiste, la katiba Macina, nella regione di Mopti. La legge di intesa nazionale, promulgata nel luglio 2019, contempla una base giuridica per concedere l’amnistia agli insorti.

In questi anni le autorità maliane hanno approvato l’idea di colloqui con i gruppi armati e hanno tranquillamente appoggiato iniziative di pace locali con i combattenti per cercare di riportare la sicurezza ed evitare che le organizzazioni islamiste si espandano oltre le loro tradizionali roccaforti.

Il 19 ottobre scorso il governo golpista ha così annunciato di aver chiesto al principale organo islamico del paese di avviare colloqui di pace con i leader dell’affiliata locale di al-Qaida, nel tentativo di porre fine a un conflitto ormai decennale. L’annuncio del ministero degli affari religiosi segna un ulteriore passo concreto per favorire i negoziati con i capigruppo delle milizie regionali.

Ciad

Le autorità di N’Djamena hanno lanciato ufficialmente il 18 ottobre scorso missioni di consultazione con i movimenti politico-militari. L’idea è di farli partecipare al dialogo nazionale, volutamente inclusivo, previsto per novembre.

Mahamat Idriss Déby Itno, che ha preso il potere in Ciad dopo la morte del padre Idriss Déby Itno, ucciso ad aprile 2021 combattendo contro i ribelli, ha istituito ad agosto un Comitato tecnico speciale (Cts) incaricato di preparare un dialogo nazionale, che dovrebbe accompagnare il paese fino al voto per la presidenza e per il parlamento.

Il Cts, presieduto dall’ex presidente Goukouni Weddeye, ha effettuato un viaggio a Doha, in Qatar, dove ha incontrato Timan Erdimi, il capo dell’Unione delle forze di resistenza (Ufr), in esilio da oltre 10 anni nel paese del Golfo.

Per condurre le discussioni, il Comitato tecnico speciale si è affidato ad Aboubakar Assidick Choroma, ex ambasciatore in Qatar, ma anche al generale Mahamat Saleh Kaya, tra i principali “facilitatori”, ed ex capo di gabinetto di Idriss Déby Itno.

Dopo l’incontro di Doha, il 2 novembre i principali gruppi ribelli ciadiani hanno dichiarato di essere «pronti» a partecipare al dialogo nazionale «a determinate condizioni». In particolare hanno chiesto il rilascio dei prigionieri di guerra, un’amnistia generale per tutto il personale politico-militare e la restituzione dei beni dei ribelli sequestrati dal governo. «Attualmente stiamo lavorando per garantire che i beni sequestrati vengano restituiti» ha confermato all’Afp Allamine Bourma Tréyé, responsabile delle comunicazioni del Cts.

I combattenti Ufr avevano lanciato un’offensiva contro la capitale del Ciad nel 2019. Provenienti dalla Libia attraverso il Sudan, erano stati fermati nel nordest del Ciad da bombardamenti di caccia francesi su richiesta di N’Djamena.

Burkina Faso e Niger

Quanto al Burkina Faso, Ouagadougou ha segretamente firmato un cessate il fuoco con i mujaheddin del gruppo Ansarul islam nella provincia di Soum, alla frontiera con il Mali. Il Niger ha aperto, nel maggio 2016, un dialogo con personalità fulani dello Stato islamico nel grande Sahara, come confermato dal presidente Mohamed Bazoum.

Tutti questi paesi dell’area hanno in comune la ricerca di negoziati solo con i propri connazionali, mentre non hanno intenzione di intavolare trattative con i gruppi armati terroristici stranieri, prevalentemente algerini o sahrawi. La sfida, per loro, sta nell’identificare interlocutori affidabili e definire con precisione il perimetro politico dei negoziati con l’obiettivo di metter fine alle violenze. Tra le ipotesi messe sul tavolo dai poteri pubblici ci potrebbe essere la possibilità di finanziare moschee, madrase o tribunali coranici, un po’ sul modello della Repubblica islamica di Mauritania.

E Parigi?

Macron vede come fumo negli occhi ogni forma di negoziato. In linea con i suoi predecessori. La ragione è semplice: negoziare con i ribelli vorrebbe dire ammettere, anche indirettamente, il fallimento dell’opzione militare, dando l’idea di una capitolazione di fronte a un nemico di molto inferiore per uomini e armi.

Due le traiettorie della sua politica: mostrare al consesso internazionale la sua volontà di disimpegnarsi (vedi ritiro di Barkhane), per evitare di finire nelle sabbie mobili umilianti, tipo quelle degli Stati Uniti in Afghanistan. Macron preferisce prevenire, nella speranza che le conseguenze più eclatanti del fallimento della strategia militare non infanghino la sua immagine.

Allo stesso tempo, tuttavia, continua la sua caccia ai leader del terrorismo islamista saheliano. Gli strateghi dell’Eliseo hanno voluto e ottenuto la testa di Yahia Abou El-Hammam, nel febbraio 2019, di Abdelmalek Droukdel nel giugno 2020, di Bah Ag Moussa nel novembre 2020 e di Abu Adnan Al-Saharoui nell’agosto 2021. Ora puntano su quella del maliano Iyad Ag Ghali a capo del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (JNIM).

Per Emmanuel Macron, la sfida è evitare a tutti i costi che il Mali e gli altri paesi dell’area si autoinvitino alla campagna presidenziale. A costo di ridiscutere i paradigmi interventisti della Francia nel suo cortile di casa.

Un dato è certo. Nel gennaio 2013, all’inizio dell’operazione Serval, i gruppi terroristici erano attivi solo nel nord del Mali. Otto anni dopo, due terzi del territorio maliano sono isolati da gruppi terroristici ar\mati. Ben oltre il confine maliano, la cancrena terroristica si è diffusa in Burkina Faso e Niger. E ora punta a Costa d’Avorio e Benin.

Con un costo finanziario e di vite umane esorbitante per la Francia. Si stima, infatti, che le operazioni Serval e Barkhane siano costate ai contribuenti francesi quasi 8 miliardi di euro in 8 anni. Cinquantasette soldati francesi sono morti nello stesso periodo nel Sahel. L’Eliseo teme quindi che questi risultati deludenti si trasformino in tema di campagna elettorale per gli oppositori di Macron.

Insomma, si tratta di caccia agli untorelli del terrore per qualche manciata di voti in più.

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