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La nuova norma in vigore dal 1 giugno 2022
Rifiuti elettronici al bando in Africa orientale
Da anni decine di migliaia di tonnellate di materiale elettrico ed elettronico sono riversate, in modi più o meno legali, nel continente. Dove producono inquinamento ambientale e danni alla salute. Ora Kenya, Uganda, Tanzania, Rwanda, Burundi e Sud Sudan ne hanno proibito l’importazione
14 Dicembre 2021
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi, Kenya)
Tempo di lettura 6 minuti
ewaste africa

Dal 1 giugno del prossimo anno nei paesi dell’Eac, la Comunità dell’Africa orientale (Kenya, Uganda, Tanzania, Rwanda, Burundi e Sud Sudan), sarà proibita l’importazione di dispositivi elettrici ed elettronici usati (e-waste, nel termine inglese). La decisione è stata presa all’unanimità lo scorso 12 novembre, ad Arusha, in Tanzania, dove l’organizzazione regionale ha la propria sede ufficiale.

I paesi membri, come numerosi altri paesi africani, stanno infatti diventando discariche di computer, telefonini, televisori e altro materiale similare obsoleto o danneggiato che finisce per contaminare l’ambiente e provocare gravi danni alla salute.

Anche in Africa si produce spazzatura elettrica ed elettronica. Si stima che, nel 2019, si sia trattato di 2,9 milioni di tonnellate, 2,5 chilogrammi per abitante. Una quantità minima rispetto alla produzione mondiale, valutata in 44,7 milioni di tonnellate.

Ѐ quasi impossibile tracciare con precisione la destinazione di questa montagna di rifiuti perché non esistono norme che ne regolamentano la dismissione e il trasporto. Studi dell’Unione europea e dell’Onu affermano però che una notevole quantità viene inviata in Africa sotto diverse forme.

Una parte viene “donata” perché tecnologicamente superata nei paesi di provenienza ma ancora usabile in contesti meno avanzati. Ѐ un trasferimento legale, che riguarda il 75% del materiale elettronico.

Ma, secondo una recente ricerca, il 60% di quello inviato a beneficiari kenyani, come le scuole, non era in nessun modo utilizzabile ed è finito immediatamente in discarica. Lo stesso succede negli altri paesi dell’area e questo spiega la decisione di proibirne del tutto l’importazione, presa recentemente ad Arusha.

Altro materiale viene spedito in modo meno trasparente, camuffato tra merce di altro tipo. Sempre secondo la ricerca sopracitata, in Nigeria, tra il 2015 e il 2016 solamente, sono stati trasportate almeno 60mila tonnellate di rifiuti elettronici non dichiarati.

I paesi di provenienza sono ovviamente i paesi più sviluppati e in particolare la Cina con il 24% del totale, seguita dagli Stati Uniti con il 20%, dalla Spagna con il 12% e dalla Gran Bretagna con il 9%. La destinazione più frequente è l’Africa occidentale. Il deposito più grande e famoso del continente, e forse del mondo, si trova in Ghana, ad Agbogbloshie, un sobborgo della capitale Accra.

Anche in Nigeria e Camerun ci sono diversi siti in cui il materiale elettronico di scarto finisce per depositarsi; sono meno imponenti e dunque meno visibili e conosciuti. Ma lo stesso problema, lo abbiamo già visto, tocca anche l’Africa orientale: Etiopia, Kenya, Tanzania e Uganda in particolare.

L’allarme è dovuto ai danni ambientali e alla salute potenzialmente causati da molte delle materie prime che compongono gli apparati elettronici, motivo per cui i paesi del Nord del mondo cercano di disfarsene in tutti modi possibili. Infatti, contengono una collezione di diverse centinaia di sostanze potenzialmente dannose.

Vi si trovano, tra molti altri, piombo, mercurio, nickel, arsenico, cadmio, cromo; tutti ben conosciuti per essere sostanze cancerogene e per i danni provocati sia a livello di sistema nervoso, in particolare nella fase fetale e nell’età evolutiva, sia per l’avvelenamento progressivo dei tessuti, a cominciare dal sangue.

Ci sono poi sostanze volatili che provocano inquinamento ambientale con gravi danni al sistema respiratorio e non solo. Infine, i percolati, che penetrano nel sottosuolo, provocano inquinamento delle falde acquifere e dell’acqua che finisce per essere usata, senza alcun trattamento preventivo, dalla popolazione non solo dell’area circostante la discarica.

Molti problemi derivano anche dai sistemi informali di gestione di questi rifiuti, usati normalmente e quotidianamente nel settore del lavoro informale africano. La combustione delle plastiche di cui sono fatte le scocche, ad esempio, è all’origine di inquinamento da diossina.

Importanti sono infine i danni fisici – come ustioni, ferite e fratture, non raramente invalidanti – dovuti all’uso di acidi e strumenti inadeguati in un ambiente già di per sé insalubre e pericoloso come la discarica, dove avvengono gran parte delle operazioni di recupero delle componenti utili. I più esposti sono i bambini, in particolare le decine di migliaia che vivono proprio recuperando materie prime dai rifiuti.

L’Africa è il paradiso, o l’inferno, dipende dai punti di vista, per la dismissione dei rifiuti elettronici, perché in genere mancano legislazione, politiche e regolamenti adeguati al loro trattamento in sicurezza. Nel 2019 ne erano dotati solo 13 dei 54 paesi africani. Ne era privo, ad esempip, l’Egitto, che ne è il maggior produttore. E, dicono gli esperti, anche dove le leggi e i regolamenti esistono, sono spesso non applicati.

Come, del resto, sono rimaste lettera morta o quasi le convezioni e le iniziative continentali e regionali che hanno preso in considerazione il problema. La convenzione di Bamako – On the Ban of the Import into Africa and the Control of Transboundary Movement and Management of Hazardous Wastes within Africa (Sulla proibizione di importare in Africa rifiuti pericolosi e per il controllo dei loro movimenti transfrontalieri e della loro gestione) – che risale all’ormai lontano 1991, aveva già ben chiaro il problema, ma non è servita a evitare i danni che ne sono derivati.

Così come i numerosi seminari organizzati sul tema dall’Organizzazione per la comunicazione dell’Africa orientale (The East Africa Communication Organization Eaco). Esperti dicono infatti che i rifiuti elettronici sono tra le maggiori cause di inquinamento e di danni alla salute nel continente.

Ma la ragione è chiarissima. I rifiuti elettronici sono anche una fonte di ricchezza e un crescente settore di lavoro. Il recupero delle materie prime che li compongono non è economico nei paesi del Nord del mondo perché il costo del lavoro garantito è troppo alto. Ma è molto allettante in Africa, dove avviene per la gran parte nel settore informale, senza nessuna garanzia né salariale né di sicurezza.

Esperti calcolano che, nel 2019, il valore della materie prime recuperate dai rifiuti elettronici in Africa si sia aggirato sui 3,2 miliardi di dollari. Il recupero delle materie prime e il loro commercio, oltre alla riparazione e al riciclaggio dei dispositivi riutilizzabili dà lavoro a decine di migliaia di persone nel continente.

Nella discarica ghaneana di Agbogbloshie lavorano direttamente dalle 4.500 alle 6.000 persone; altre 1.500 almeno nell’indotto del recupero dei materiali e 200mila nelle attività di riciclo. Secondo stime di esperti del settore, il paese guadagna così annualmente dai 105 ai 268 milioni di dollari.

Ma è chiaro che materie prime tanto preziose non possono essere recuperate, così come guadagni tanto rilevanti non posso essere fatti a scapito della salute della popolazione e della salubrità dell’ambiente.

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