Alessandra Morelli con un gruppo di donne in Niger (Credit: simieducation.org)

Lo scorso gennaio il capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Africa occidentale e il Sahel, Mohamed Ibn Chambas, davanti ai membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu dichiarava che l’Africa occidentale e la regione del Sahel sono state scosse negli ultimi mesi da un livello senza precedenti di violenza terroristica, con il numero di vittime di attacchi aumentato di cinque volte in tre anni in Burkina Faso, Mali e in Niger.

Un allarme che viene rilanciato oggi da chi lavora sul territorio nell’assistenza a 3.5 milioni di rifugiati e sfollati interni (stime Unhcr) nel “triangolo maledetto” del Liptako-Gourma segnato dai confini dei tre stati. Una zona «in fiamme» in cui, racconta a Nigrizia Alessandra Morelli, capo delle operazioni dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati in Niger, «si respira una combinazione tossica di shock e intensificarsi della violenza che si traduce poi in movimenti forzati di persone»: 2 milioni di sfollati interni (850mila solo in Burkina Faso) e 1 milione di rifugiati (65mila i maliani nella regione di Tillabéri, in Niger). E i numeri sono destinati a crescere.

Tabella dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Iom) aggiornata al 13 marzo 2020

Descrivendo la crisi nel Sahel centrale, Morelli parla di «un conflitto armato multidimensionale che si innesta su carenza di governance e corruzione, cambiamenti climatici e insicurezza alimentare, sottosviluppo endemico e catastrofi naturali» e ora anche la pandemia di Covid-19 ad ampliare ulteriormente la crisi.

Nel suo racconto (in audio, 15 minuti e 30), la funzionaria dell’Unhcr descrive anche la situazione nell’altra regione in emergenza ormai da anni, quella del lago Ciad, al confine tra Nigeria, Ciad e Niger. Un’area che, solo nella zona a sud di Diffa, ospita oltre 120mila nigeriani fuggiti negli ultimi sei anni dalla furia di Boko Haram e da quello che definisce la sua «dottrina dell’invasione».

Nel raccontare il lavoro resiliente di supporto alle popolazioni colpite dalla furia jihadista, Morelli avverte l’urgenza di radicali interventi politici di dialogo e di sviluppo umano e sociale. Perché «se crolla il Sahel, crolla una buona parte della sicurezza in tutta l’Africa occidentale, fino al Nordafrica e alle porte dell’Europa».