Il giovane attore ghaneano Abraham Attah interpreta un bambino soldato e Idris Elba il suo comandante in "Beasts of no Nation", film di Cary Fukunaga ambientato in un paese non identificato dell'Africa Occidentale (Netflix)

Ad Adrè, all’est del Ciad e al confine con il Sudan, abbiamo incontrato spesso, negli ultimi anni, con i membri della Commissione giustizia e pace della parrocchia di Abeché, diversi minori provenienti dalle campagne povere del sud del paese e dai campi dei rifugiati del Darfur. Qualcuno veniva inviato come enfant bouvier (bambino pastore) per pascolare i cammelli nel deserto, altri arruolati nell’esercito nazionale e nei gruppi ribelli.

Giovanissimi, anche di 12-13 anni, si muovono a cavallo della frontiera a seconda del rischio del momento e, a volte, sono reclutati da loro coetanei che offrono soldi e sigarette a chi prova a seguirli prendendo un fucile in mano. A volte, invece, sono rapiti dalle loro famiglie e dai campi profughi.

Costano poco perché si accontentano di niente, vengono da situazioni di miseria e di abbandono, spesso subiscono abusi e vengono indottrinati, imbottiti di droghe e alcool, e sono disposti a tutto. Anche perché, una volta entrati nel giro, se si rifiutano subiscono ritorsioni. In alcuni casi abbiamo visto i tendini dei piedi tagliati per evitarne la fuga.

Per questo risultano efficaci nei combattimenti e ogni tentativo di divieto internazionale dell’Unicef e di programmi di protezione e di reintegro, spesso con fondi insufficienti, si scontrano contro il muro degli interessi locali di parte. Qualcosa l’Onu è riuscito a fare, liberando diversi di loro, ma spesso manca la volontà politica dei paesi stessi con i quali si scrivono accordi che valgono giusto il tempo della firma. Poi tutto come prima, o quasi.

I piccoli, maschi e femmine, sono oltre 250.000 nel mondo, coinvolti in conflitti in una quindicina di paesi tra gruppi armati, movimenti terroristici ed eserciti nazionali. Svolgono varie mansioni: dai combattenti alle spie, dalle staffette per portare messaggi e merci, al servizio in cucina. Le ragazze sono spesso sottoposte ad abusi sessuali.

In Africa i paesi più colpiti dal fenomeno sono il Ciad, dove i piccoli ribelli sono sempre in fermento nel nord del paese e si nascondono tra i cercatori d’oro, la Repubblica Centrafricana, dove i gruppi armati controllano l’80% del paese, il Sudan, alle prese con l’ennesima esplosione del Darfur per conflitti intercomunitari, la Somalia e il nord della Nigeria, terre di nessuno, in preda alle incursioni dei movimenti terroristici al-Shabaab e Boko Haram che arruolano i minori strappandoli da scuole considerate di stampo occidentale e incapaci di dare un orizzonte lavorativo in aree dove i governi hanno abdicato al loro ruolo.

Ancora: ai piccoli viene messo un fucile in mano nell’est della Repubblica democratica del Congo, dove sedicenti gruppi di ribelli infestano intere aree per controllare terre e traffico di minerali, in Sud Sudan, negli scontri tra i vari gruppi etnici nel sud per il controllo delle terre e dei pozzi petroliferi, e nel “triangolo della morte” – la regione del Liptako-Gourma – al confine tra Mali, Niger e Burkina Faso, dove i gruppi jihadisti si servono dei minori per seminare terrore e meglio controllare le terre, il traffico di droga e armi, il sequestro di persone.

Così racconta Luciano Bertozzi di Archivio Disarmo che da decenni si occupa di minori in armi (audio tratto dalla trasmissione radiofonica settimanale di Afriradio, Uacanda)

Nigrizia è in campo da anni per svelare questi crimini nelle Afriche. Per noi celebrare una giornata così è informarci e far conoscere al mondo questa piaga, sentirci coinvolti perché quelle armi spesso vengono dai nord del mondo e anche da casa nostra – dove l’industria degli armamenti non si è mai fermata neanche al tempo del lockdown -, denunciare il fenomeno a vari livelli e impegnarci per sradicarlo.

Ma anche mettere al bando la “terza guerra mondiale a pezzetti” come la chiama papa Francesco, che in alcune situazioni sembra l’unico approdo possibile per le divisioni tra gli uomini, piccoli o grandi che siano, e coltivare una cultura di pace e nonviolenza senza la quale un futuro di vita sul pianeta non è più possibile.

Chi strappa i piccoli alla scuola, alle famiglie e alle comunità dove sono cresciuti sta preparando solo un futuro di morte. I primi cristiani affermavano con parresia: “o Dio o la bomba”. Noi siamo sempre con il primo. Ma quello col volto umano di Gesù di Nazaret, nonviolento e costruttore di pace.