Proteste a Khartoum (Credit: skynews)

L’immagine del Sudan odierno, due anni dopo la caduta del trentennale regime islamista di Omar El-Bashir, è quella di un paese che cerca disperatamente di risollevarsi e di trovare un suo nuovo equilibrio economico, politico e sociale.

Un paese stretto nella morsa della persistente crisi economica da un lato e le pressioni della società civile che, dopo aver dato con le sue proteste la spallata definitiva alla dittatura militare, continua ad attendere quella svolta laica e democratica che appare ancora lontana.

A frenare il cambiamento elementi legati al vecchio regime rimasti radicati negli apparati di intelligence e nelle stesse forze armate, quei militari che condividono il potere con i civili e con gli ex ribelli in questa lunga transizione. Gli stessi che rispondono a pacifiche proteste con proiettili sparati ad altezza d’uomo.

I “guardiani della rivoluzione” non hanno smesso di chiedere giustizia, ma sono ricambiati con nuova violenza. Ѐ successo ancora l’11 maggio, giorno di fine Ramadan, quando i militari hanno aperto il fuoco su una manifestazione di giovani, scesi in strada nella capitale per ricordare il massacro del 3 giugno 2019.

Trentasette feriti e due nuovi morti – Osman Ahmed Badreldin e Modasir Mukhtarche – si aggiungono a quelle 128 persone uccise due anni fa nella violenta repressione di un sit-in pacifico, per le quali si attende ancora l’individuazione di responsabili e mandanti.

Tutti, nel paese, sanno che i militari che spararono sulla folla il 3 giugno 2019 appartenevano alle temute Forze di supporto rapido (Rsf), guidate da Mohammed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, che oggi è il vicepresidente del Consiglio transnazionale dei partner (Transitional Partners Council, TPC, ex Consiglio sovrano), quindi uno degli uomini più potenti del paese. Ѐ per questo, sostengono alcuni, che due anni dopo, la commissione d’inchiesta istituita per portare a processo i responsabili, non è ancora arrivata alla chiusura delle indagini.

Intanto, per i due giovani morti dell’11 maggio sono stati arrestati sette membri dell’esercito e altre 92 persone coinvolte in vario modo. Ma anche in questo caso nessun alto ufficiale risulta al momento indagato. L’esercito nega infatti che sia stato dato l’ordine di sparare.

In segno di protesta i leader del Partito del congresso sudanese e del Partito unionista nasserista – parte della coalizione delle Forze per la libertà e il cambiamento, al governo assieme a militari ed ex ribelli – hanno abbandonato il governo, mentre per l’Umma Party “le forze di sicurezza ancora non comprendono i requisiti della trasformazione democratica” e necessitano di una ristrutturazione urgente.

Il presidente della Federazione degli impiegati sudanesi ha invece annullato il suo viaggio a Parigi, dove si sta svolgendo (17-18 maggio) la conferenza, voluta da Macron, per alleggerire l’enorme debito estero accumulato dal Sudan, pari a quasi 50 miliardi di dollari.

Un passo reso possibile grazie alle alle riforme nel settore economico implementate negli ultimi mesi, e sbloccate di fatto dalla rimozione delle sanzioni statunitensi, per combattere la corruzione e la svalutazione della moneta.

Il Sudan potrebbe così accedere al Regime dei paesi poveri altamente indebitati (Hipc), sistema che gli permetterebbe di ottenere nuovi finanziamenti internazionali del Fondo monetario e della Banca mondiale, e di far ripartire gli investimenti.

Sul tavolo ci sono progetti per miliardi di dollari in energia, estrazione mineraria, infrastrutture e agricoltura, settori ancora in mano all’élite militare che divide con i civili e con gli ex ribelli il governo transitorio dopo la caduta del regime. Tra questi proprio Hemetti, lo stesso che nei giorni scorsi ha annunciato l’avvio di una campagna per informare la popolazione in merito al percorso di separazione tra religione e stato, prossima tappa fondamentale verso un nuovo Sudan.

Il quadro generale lo racconta Nigrizia una fonte a Khartoum, mantenuta anonima a garanzia della sua incolumità.