Africa: le possibili guerre per l’acqua - Nigrizia
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Uno studio prospetta alcuni scenari, invitando ad agire subito per prevenire conflitti futuri
Africa: le possibili guerre per l’acqua
Nel mondo, 920 milioni di persone potranno essere coinvolte entro il 2050 se niente cambia nel modo di gestire risorse idriche transfrontaliere destinate a divenire sempre più scarse e preziose. In Africa particolarmente a rischio i paesi lungo il Nilo
29 Giugno 2023
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 5 minuti
Cascate Tis Issat, Nilo Azzurro, Etiopia

4,4 miliardi di persone vivono in bacini idrici transnazionali. Condividono cioè l’acqua, una risorsa sempre più preziosa in un pianeta con la popolazione e la temperatura in costante aumento e con periodi di siccità sempre più frequenti e prolungati a causa del cambiamento climatico.

Non è perciò improbabile che l’uso della risorsa comune possa provocare tensioni e talvolta conflitti conclamati.

Il sito www.worldwater.org, specializzato nell’approfondimento di questioni relative all’uso delle risorse idriche, nella pagina dedicata ai conflitti ne elenca ben 1.298 di genere diverso, tra locali, nazionali e transnazionali.  

Il primo citato risale addirittura al 2.500 avanti Cristo, in Mesopotamia: si tratta di una guerra tra due popolazioni che si contendevano le acque di un fiume. Quella per l’acqua è dunque una tipologia di conflitto che affonda le radici fin nella storia antica dell’umanità.   

E per quanto riguarda il futuro? Un’idea la si può avere dalla lettura della ricerca Projecting conflict risk in transboundary river basins by 2050 following different ambition scenarios (Proiezioni del rischio di conflitto in bacini idrici transfrontalieri entro il 2050, alla luce di scenari dalle ambizioni differenti) di cui il sito The Conversation, finanziato da centri di ricerca e università africane, ha pubblicato nei giorni scorsi una sintesi che riguarda in particolare la situazione dell’Africa.  

Secondo la ricerca, entro il 2050 potrebbero essere 920 milioni le persone coinvolte nel mondo in conflitti per l’acqua se niente cambia nel modo di gestire le risorse idriche provenienti dallo stesso bacino acquifero, trasportate da fiumi che attraversano i confini tra due o più stati.

Potrebbero scendere a 536 milioni “se migliorasse l’uso dell’acqua, se i paesi del bacino rafforzassero la propria collaborazione e facessero di più per prevenire e mitigare i conflitti”. Si tratterebbe, comunque, di un numero enorme.

E, sottolinea la ricerca, si tratta della migliore delle ipotesi perché in una situazione intermedia, e dunque più realistica, la conflittualità potrebbe interessare 724 milioni di persone.

Paesi a rischio

Delle centinaia di bacini idrici transfrontalieri del mondo, 66 si trovano in Africa. In alcuni il rischio conflittuale è maggiore a causa dell’aumento della popolazione, del maggior utilizzo delle risorse idriche per lo sviluppo e dell’impatto dei cambiamenti climatici.

I paesi più interessati potrebbero essere “Eritrea, Etiopia, Rwanda, Uganda, Kenya, Somalia, Burkina Faso, Mauritania e Niger”. Mozambico, Malawi, Benin e Togo seguono con un rischio appena minore.

All’elenco vanno aggiunti Egitto e Sudan che vengono citati nell’esempio di apertura dell’articolo, che riguarda le tensioni, in crescita, attorno all’operatività della GERD, la grande diga per la rinascita etiopica.

Non nomina invece il Sud Sudan, importante fornitore d’acqua al Nilo attraverso il ramo del Nilo Bianco, forse perché i conflitti per l’importante risorsa, già molto frequenti, sono per ora locali.

Ma potrebbero radicalizzarsi ed espandersi ad altri paesi della regione se passasse l’idea di finire la costruzione del canale di Jonglei, sponsorizzata dall’Egitto, che di fatto prosciugherebbe il Sudd, la vastissima zona umida in cui vivono milioni di animali selvatici, insieme alle mandrie dei gruppi etnici più potenti del paese, i denka e i nuer; quelli che hanno scatenato la guerra civile nel 2013 e che non si possono ancora considerare del tutto pacificati.

Nessun accenno nemmeno al rischio di contese tra Libia, Algeria e Tunisia per lo sfruttamento delle acque dell’enorme riserva sotterranea condivisa di Ghadames, di cui abbiamo scritto qualche mese fa.

Nilo e Africa orientale

I bacini africani a rischio conflittuale analizzati in modo particolare nell’articolo si trovano tutti nella regione del Corno d’Africa e dell’Africa orientale, evidentemente considerata la più fragile da questo punto di vista.

Il primo è ovviamente il bacino del Nilo, che comprende undici paesi: Burundi, Repubblica democratica del Congo, Egitto, Etiopia, Eritrea, Kenya, Rwanda, Sud Sudan, Sudan, Tanzania e Uganda.

Il secondo è quello dei fiumi Juba-Shebelle che interessa Etiopia e Somalia. Infine il bacino del lago Turkana che si estende tra Etiopia, Kenya e Sud Sudan.

Diversi dei paesi elencati sono già caratterizzati da instabilità grave e di lunga durata, a cui andrebbe dunque potenzialmente a sommarsi anche una crescente competizione per le risorse idriche.

Meno dighe, più dialogo

Lo studio ipotizza anche alcuni scenari che provocherebbero un aumento delle tensioni. Si chiede, ad esempio, cosa succederebbe se sul corso del Nilo venissero costruite nuove dighe.

Undici sarebbero teoricamente possibili, considerando la fattibilità tecnica, il costo e l’energia potenzialmente prodotta. Sette potrebbero essere costruite in Etiopia e quattro in Sud Sudan.

La costruzione di questi sbarramenti avrebbe un impatto sul clima dell’intera regione e determinerebbe una diminuzione dell’acqua disponibile per i paesi a valle degli sbarramenti, a fronte di un aumento della domanda per la crescita della popolazione e delle necessità dovute allo sviluppo economico.

La situazione, già evidentemente critica, potrebbe essere peggiorata da prolungati periodi di siccità, considerati molto probabili negli anni futuri dai climatologi nei paesi attraversati dal Nilo.

Non si può certo dire che gli scenari descritti non siano realistici e che l’arco di tempo in cui potrebbero realizzarsi sia così lungo da poter demandare la soluzione dei problemi individuati alle future generazioni.

La ricerca sottolinea che è necessario agire subito, rinforzando i trattati e le pratiche di cooperazione tra i paesi dei bacini idrici transnazionali al fine di evitare i conflitti, probabili e forse addirittura incombenti.  

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