Armi, Conflitti e Terrorismo Burkina Faso Etiopia Gibuti Mali Mozambico Somalia Uganda
Movimenti jihadisti attivi in più di 20 paesi del continente
Africa: l’instabilità politica favorisce il terrorismo
Nel continente le crisi di governance e l’indebolimento delle missioni multilaterali antiterrorismo stanno favorendo l’allentamento della pressione contro i gruppi jihadisti e concedendo loro una maggiore libertà d’azione
23 Marzo 2022
Articolo di Marco Cochi
Tempo di lettura 5 minuti
Combattenti dell'Iswap in Nigeria

Mentre tutti i riflettori sono accesi sulla guerra di aggressione della Russia in Ucraina, il fenomeno del terrorismo non ha cessato di esistere. Specialmente in Africa i jihadisti continuano a mietere vittime nei loro attacchi, mentre le misure destinate a contenerli diventano sempre meno efficaci.

Nel frattempo, i gruppi di ispirazione salafita come al-Qaida e lo Stato islamico si stanno radicando in ogni parte del mondo dove possono trovare un vuoto di governance. Non a caso, attualmente sono attivi in più di 20 paesi del continente africano, che lo scorso anno in poco più di sei mesi è stato teatro di sette colpi di stato, di cui cinque attuati dai militari e andati a buon fine.

Mentre l’Etiopia, che ospita la seconda più grande popolazione dell’Africa e fino a poco tempo fa veniva citata come modello africano di crescita economica, dopo lo scoppio del conflitto nel Tigray, nel novembre 2020, è passata dal sogno della rinascita di una nazione completamente pacificata ai massacri e alla catastrofe umanitaria.

Lentamente ma inesorabilmente, queste crisi di governance stanno consumando il sistema di potere esistente che, sebbene imperfetto, ha negato ai gruppi terroristici lo spazio di cui hanno bisogno per operare.

Il cambiamento più evidente si è registrato in Mali, dove dal 2013 le truppe francesi hanno guidato missioni antiterrorismo, che includono personale delle Nazioni Unite, europeo e regionale. La giunta militare del Mali, sotto la guida del colonnello Assimi Goita, ha preso il potere con due colpi di stato nell’agosto 2020 e nel maggio 2021 e ha finora respinto le pressioni internazionali e regionali per tenere le elezioni.

Poi, alla fine dello scorso gennaio, ha ordinato l’espulsione dell’ambasciatore francese, Joël Meyer, cui ha fatto seguito la decisione di Parigi di accelerare il ritiro dal paese dei 2.400 soldati francesi della missione Barkhane e gli 800 agenti delle forze speciali europee della missione Takuba.

I militari francesi si riposizioneranno entro sei mesi dal Mali nei paesi vicini del Sahel, in particolare Niger e Ciad, per continuare la lotta contro l’insurrezione jihadista insieme agli uomini della Takuba.

La ridistribuzione delle due missioni toglierà un prezioso alleato alla sempre più affievolita forza regionale G5 Sahel e alla missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite in Mali (Minusma), per combattere contro i militanti islamisti in Mali.

Né l’esercito governativo, né i contractor russi del Wagner Group, che dallo scorso 6 gennaio hanno iniziato a dispiegarsi in Mali, potranno colmare il vuoto lasciato dalle due operazioni antiterrorismo guidate dai francesi.

Mappa della diffusione dei gruppi jihadisti in Africa, aggiornata a maggio 2020 (Credit: Critical Threats)

Ma non è solo nel Sahel che le crisi politiche stanno favorendo l’allentamento della pressione contro i gruppi terroristici. Significative turbolenze si registrano anche in Africa orientale, dove lo scorso 15 febbraio, il presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh, ha annunciato d’aver respinto un tentativo di colpo di stato da parte di alti ufficiali militari. E oltre confine, un gigante regionale con un ruolo chiave nel contro terrorismo come l’Etiopia, sta affrontando un rischio reale di collasso.

Nel frattempo, la crisi politica-istituzionale in Somalia e il ritiro dal paese delle truppe terrestri dell’Africom (Comando militare Usa in Africa) hanno permesso ad al-Shabaab, il principale affiliato di al-Qaida in Africa orientale, di riguadagnare terreno. Mentre, i militanti dell’Iscap, la provincia dello Stato islamico nell’Africa centrale, hanno ripetutamente colpito la capitale dell’Uganda, Kampala, e continuano a radicarsi nel nord del Mozambico.

Alcuni osservatori ritengono che le missioni antiterrorismo siano fortemente penalizzate da problemi strutturali ed errori operativi, che hanno decretato il fallimento della Barkhane in Mali. Mentre la corruzione avrebbe minato lo sforzo degli Stati Uniti di addestrare una forza antiterrorismo efficace in Somalia.

Senza dubbio, tali missioni hanno avuto effetti a breve termine, che implicano la distruzione della leadership degli insorgenti, la riconquista del territorio sottratto dalle forze jihadiste e impedire ai gruppi estremisti di coordinare attacchi più grandi a livello locale o transnazionale.

Tuttavia, le vittorie militari fanno guadagnare solo tempo, senza risolvere il problema più difficile, quello di colmare le lacune di governance che favoriscono lo scoppio delle insurrezioni islamiste. Nel migliore dei casi, le risposte militari al fenomeno dell’insorgenza potenziano debolmente la governance e nel peggiore rafforzano le motivazioni che hanno prodotto l’insurrezione.

Gli eventi passati dimostrano che concedere ai gruppi estremisti più libertà d’azione non può far altro che alimentare la minaccia del terrorismo, permettendo ai jihadisti a vocazione globale di pianificare attacchi su larga scala, affinare le capacità e accumulare risorse.

Per esempio, tra il 2009 e il 2010, al-Qaida nella penisola arabica e al-Shabaab in Somalia sono passate da minacce regionali a globali, facendo perno sulle capacità e sui militanti locali per pianificare attacchi contro aerei di linea di compagnie statunitensi e africane. Nell’attuale contesto, è possibile che i jihadisti non si limiteranno alle affermazioni locali ma, spronati dai successi, metteranno in atto nuove offensive su nemici vicini e lontani.

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