Corruzione ancora radicata in Africa - Nigrizia
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Corruption Perceptions Index 2021 / Transparency International
Corruzione ancora radicata in Africa
Si conferma la tendenza già registrata nel precedente report. Pochi i progressi fatti rispetto a un anno fa, con 44 paesi su 49 che hanno seri problemi di corruzione. Agli ultimi posti Sud Sudan, Somalia, Libia, Guinea Equatoriale e Rd Congo. Meglio Seicelle, Capo Verde e Botswana
25 Gennaio 2022
Articolo di Antonella Sinopoli (da Accra, Ghana)
Tempo di lettura 9 minuti
Corruption Index

Le Seicelle, Capo Verde e Botswana i paesi che stanno in cima, quelli segnati in verde; Guinea Equatoriale, Somalia e Sud Sudan quelli in coda e segnati in rosso. Parliamo dell’Indice di percezione della Corruzione (Cpi) appena pubblicato – come ogni anno a cura di Transparency International – e che classifica 180 paesi e territori in tutto il mondo in base ai livelli percepiti di corruzione nel settore pubblico.

Ne emerge che, nell’ultimo decennio, 131 paesi non hanno compiuto progressi significativi contro la corruzione. Due terzi dei paesi hanno un punteggio inferiore a 50, il che vuol dire che hanno seri problemi di corruzione, mentre 27 paesi hanno il punteggio più basso di sempre.

E mentre gli sforzi per liberare istituzioni e servizi offerti ai cittadini dalla corruzione ristagnano in tutto il mondo, anche i diritti umani e la democrazia sono sotto attacco.

Le situazioni più difficili si registrano nell’Africa sub-sahariana, in quella del Nord e in Medio Oriente, nell’Europa dell’Est e nell’Asia centrale. Confermato che i paesi con i livelli più bassi di corruzione sono Danimarca, Finlandia e Nuova Zelanda e a completare la lista delle prime dieci ci sono la Norvegia, Singapore, Svezia, Svizzera, i Paesi Bassi, Lussemburgo e Germania.

Agli ultimi posti, invece: Sud Sudan, Siria e Somalia. In generale, i paesi dove sono in corso conflitti e vigono regimi autoritari hanno il punteggio più basso. Citiamo il Venezuela, lo Yemen, Nord Corea, Afghanistan, Libia, Guinea Equatoriale e Turkmenistan. Ovvio che non si tratti di coincidenza.

È chiaro che la protezione dei diritti umani è fondamentale nella lotta alla corruzione: paesi con libertà civili ben protette generalmente affrontano meglio la corruzione, mentre paesi che violano le libertà civili tendono anche a costruire modelli di vita improntati allo scambio, al favore, a determinare un prezzo per ogni cosa, anche per i servizi che uno stato dovrebbe garantire gratuitamente ai propri cittadini.

A peggiorare le cose è stata la pandemia, utilizzata in molti paesi – e da chi li governa – come scusa per limitare le libertà fondamentali ed eludere importanti controlli.

Ma veniamo all’Africa sub-sahariana che con un punteggio medio di 33 su 100, non mostra miglioramenti significativi rispetto all’indice di percezione della corruzione (Cpi) del 2020. I guadagni realizzati da una manciata di paesi sono oscurati dalla flessione o dalla stagnazione in altri e dalla scarsa performance complessiva della regione. Infatti, 44 paesi su 49 hanno una valutazione inferiore a 50.

E c’era da aspettarselo visto che il 2021 è stato un anno turbolento in certe aree del continente sub-sahariano che hanno affrontato un mix di problemi: dalla pandemia ai prolungati conflitti armati alle crescenti minacce terroristiche. Situazione che ha esacerbato i gravi problemi di corruzione esistenti da tempo.

Molti governi in queste aree hanno limitato le informazioni e represso le voci indipendenti che denunciano abusi di potere e questo ha permesso a varie forme di corruzione di espandersi. Tra le modalità di corruzione “istituzionale” il rapporto cita la distrazione di fondi pubblici, il pagamento sottobanco di funzionari di organizzazioni internazionali per chiudere un occhio sugli abusi e la violazione dei diritti umani, adottare mezzi per evadere controlli e rendicontazioni.

Ma analizziamo qualche paese. Le Seicelle – in cima all’Index, mentre Capo Verde e Botswana sono le seconde – hanno registrato un cospicuo aumento nel corso del decennio. Il motivo è dovuto a sostanziali riforme per arginare la corruzione. Attenzione però, avvertono gli analisti, bisogna consolidare queste politiche non invertire la tendenza.

Infatti, e qui nasce la preoccupazione, l’Assemblea nazionale delle Seicelle ha recentemente votato per rimuovere l’obbligo per coniugi e familiari di funzionari governativi di alto livello di dichiarare i propri beni. Le Seicelle devono anche affrontare la questione del segreto finanziario che le ha rese una destinazione attraente per soldi da riciclare provenienti da tutto il mondo.

Anche l’Angola ha segnato un significativo miglioramento dopo l’elezione del presidente João Lourenço nel 2017, che ha adottato misure per reprimere la corruzione. Le autorità hanno portato avanti indagini di alto profilo sulla corruzione sull’ex famiglia al potere. Tra loro Isabel dos Santos, figlia dell’ex presidente ed ex capo della compagnia petrolifera statale Sonangol. Tuttavia, succede che le indagini vengano raramente aperte in casi così rilevanti. La cosiddetta giustizia selettiva.

In un sondaggio del 2019, il 39% degli angolani aveva affermato che il presidente stava usando la lotta alla corruzione come strumento contro i rivali politici. Secondo la stessa indagine, la maggioranza degli angolani è convinta che chi denuncia casi di corruzione rischi ritorsioni. Preoccupazioni che si sono rivelate giustificate quando lo scorso giugno le autorità hanno accusato un giornalista di “abuso della libertà di stampa”. Quello che aveva fatto era stato denunciare la corruzione in una delle province del paese.

Migliorata anche la situazione in Senegal. I progressi includono la creazione dell’Ufficio per la lotta contro la frode e la corruzione (Ofnac) e il passaggio di una legge sulla dichiarazione dei beni. Ma il progresso si è fermato lì e, secondo il Cpi, è un paese da tenere sotto osservazione. Nel 2020 è stata adottata una strategia nazionale anticorruzione, ma le sue prospettive non sono chiare e mancano le risorse per la sua attuazione.  

Negli ultimi anni il lavoro delle istituzioni anticorruzione è mancato di rigore e numerose denunce da parte dell’opinione pubblica sulla cattiva gestione dei fondi pubblici e delle risorse naturali non sono state adeguatamente indagate.  

Nel 2019, sono emersi dettagli sulla vendita del 2012 dei diritti di concessione per due blocchi petroliferi offshore, che hanno coinvolto il presidente Macky Sall e il fratello Aliou Sall. In risposta alle pressioni dell’opinione pubblica, Aliou Sall si è dimesso dalle cariche pubbliche, ma ha respinto le affermazioni di aver ricevuto pagamenti segreti.

Un recente sondaggio ha rivelato comunque che la maggioranza dei senegalesi pensa che la corruzione sia aumentata, ma molti temono rappresaglie in caso di denuncia. E ci sono tanti paesi dove l’impunità peggiora le cose.  

Il Botswana, per esempio, come dimostrato nel caso della presunta distrazione di fondi del National Petroleum Fund che ha coinvolto alti funzionari del governo.

Anche in Liberia accuse di corruzione che non hanno trovato seguito e una persistente cultura dell’impunità sono tra le principali preoccupazioni. Risorse inadeguate delle istituzioni anti-corruzione e una magistratura debole continuano a minare la lotta alla corruzione nella nazione dell’Africa occidentale. Nel frattempo, il continente perde decine di miliardi di dollari all’anno con la fuga dei capitali.

Andiamo in Mozambico, paese ancora alle prese con gli effetti dello scandalo del “debito nascosto”, denunciato nel 2016. In questo schema, alti funzionari avrebbero cospirato con banchieri in Europa e uomini d’affari con sede in Medio Oriente per organizzare un prestito di 2 miliardi di dollari al paese. I fondi sarebbero stati sottratti indebitamente, anche attraverso tangenti.

La conseguente crisi finanziaria ha impedito allo Stato mozambicano di adempiere ai propri obblighi, compresa la protezione degli sfollate a causa del conflitto di Cabo Delgado.  Ricordiamo che lo scorso anno, le indagini di Pandora Papers hanno rivelato che quasi 50 politici e almeno cinque attuali o ex capi di stato del continente – alcuni dei quali in precedenza si erano presentati come riformatori anticorruzione – hanno abusato del sistema finanziario globale e spostato segretamente le loro ricchezze all’estero. 

In Nigeria – che ha toccato il minimo storico del Cpi 2021 – più di 100 note personalità sono state denunciate per aver utilizzato società anonime per acquistare proprietà per un valore totale di 350 milioni di sterline nel solo Regno Unito. Altri scandali sono stati segnalati nell’ambito di nuove indagini.  

Situazione difficile anche nella Repubblica democratica del Congo dove una recente investigazione ha portato a galla il livello di corruzione nella cerchia ristretta dell’ex presidente Joseph Kabila che avrebbero sottratto fondi alla banca centrale del Congo, ad una compagnia mineraria statale e all’autorità fiscale.

Nuove rivelazioni di giornalisti investigativi mostrano il quadro della cleptocrazia in Guinea Equatoriale, con il ministro del petrolio Gabriel Mbega Obiang Lima, figlio del presidente Teodoro Obiang Nguema, che avrebbe sottratto milioni di fondi pubblici e tangenti all’estero.  

In Sudafrica l’ex presidente Jacob Zuma è uno dei pochi capi di stato ad affrontare accuse di corruzione nel proprio paese. Ci sono stati passi positivi per denunciare e affrontare la corruzione ad alto livello, come la commissione d’inchiesta Zondo.  

In Mali si stanno affrontando crisi politiche, istituzionali e di sicurezza, senza contare i colpi di stato militari. Una situazione che mina le funzioni chiave dello stato, portando a un circolo vizioso di corruzione e violazioni dei diritti umani.  

E mentre l’Etiopia registra un miglioramento significativo dal 2012, il suo declino delle libertà civili minaccia di invertire qualsiasi progresso precedente. Il governo ha usato il conflitto armato in corso nella regione del Tigray come pretesto per mettere a tacere le voci indipendenti. Nel 2021, le autorità hanno chiuso un popolare media indipendente e arrestato dozzine di giornalisti per la loro copertura della guerra civile. 

Infine, per quanto riguarda il Nordafrica, il report afferma che quasi un decennio dopo le proteste della “Primavera araba” nella regione, la corruzione politica ostacola ancora la lotta alla corruzione e il progresso verso la democrazia. 

La Tunisia è diventata uno sfortunato esempio di come si possano perdere le conquiste democratiche. La promettente democrazia che ha fatto seguito a 31 anni di dittatura è recentemente sprofondata nella paura per la perdita dei diritti umani e nell’incertezza.  

In Marocco, un decreto legge emanato nel 2020 non solo ha privato i cittadini della loro libertà di movimento, riunione e parola, ma è stato anche utilizzato come copertura legale per prendere di mira chi critica il governo e i difensori dei diritti umani.  

Infine, l’Egitto, considerato dal Cpi uno dei peggiori paesi dell’anno, con le autorità che hanno punito il dissenso e detenuto giornalisti, politici e attivisti. Le proteste sono state accolte con risposte brutali, compreso l’uso della forza e arresti di massa. Mentre le libertà di riunione e di parola rimangono fortemente limitate.

 

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